- info@lacittàdelleartiste.it
Luigi Pellanda è un artista bassanese che fa del realismo più curato e concreto uno dei suoi tratti maggiormente distintivi, con una chiara predilezione per stilemi di tipo caravaggesco. L’occhio pittorico studia gli oggetti a fondo, li scandaglia e con acume li dispone su un piano, giocando con elementi essenziali (stoffe, vasi, piante ed oggetti) per ricreare una realtà che parla da sé e stimola alla ricerca di un senso altro rispetto alla sola e semplice visione. Si tratta di opere frutto di lunghi mesi di lavoro che l’artista realizza grazie a decenni di esperienza che gli hanno consentito di sviluppare una sensibilità accorta unita ad uno sguardo profondo e vivace. La sua produzione è vastissima e si sviluppa a partire da un ragionamento posato e ritmato, proponendo accostamenti sempre inediti e singolari. Nella disposizione degli elementi vegetali si scoprono delle affinità con l’Ikebana giapponese (l’arte di disporre le piante), ogni oggetto è studiato per emergere con veemenza e quindi essere ammirato dall’osservatore. I rapporti spaziali, la volumetria della luce ed il colore hanno un’ampia valenza che permette un novero di combinazioni, quasi delle variazioni su tema, in cui la sua maestria ha modo di esprimersi.

Luigi Pellanda, Bricco e noci, olio su tela, 2007,
Un vascello azzurro naviga tra i flutti, in un mare di onde di stoffa, per raccogliere barili e casse così simili a frutta secca avvolta nel proprio guscio. Il vascello ricorda una ceramica con la sua lucida superficie che solca le acque e vi si specchia pacata. Che cosa è accaduto? Probabilmente un naufragio in cui una compagnia di navigazione cerca di recuperare almeno una parte del suo carico perduto… Si tratta ovviamente di un divertissement, un gioco erudito che ammira le atmosfere compositive che solo un pittore perito ed esperto è in grado d’inscenare. Tre quarti della composizione sono occupati dallo sfondo e ciò fa sì che stoffa ed oggetti, concentrati nell’ultimo quarto, si staglino nettamente e si esprimino con vigore quasi trasfigurandosi. Quest’opera è luminosissima ed ogni superficie è trattata con una lenticolare maniacalità in grado di rendere prodigiosi anche gli utensili più usuali. Il bricco del latte deve avere comunque un significato particolare per l’artista ed infatti “il vascello” ritorna più volte all’interno della sua produzione. La lucentezza specchiante, nonché la colorazione, giocano in suo favore per una vocazione marina innata.

Luigi Pellanda, Orchidee magenta, olio su tela, 2012,
C’è una grazia ferina in questi tre fiori d’orchidea, così simili alle teste di cerbero, cane degli inferi, dotate di una vitalità animosa e straripante che il vaso nero e pregiato fatica a contenere. Le radici aggrovigliate che escono dal sottosuolo si torcono come ghirigori e compongono forme significanti (come il simbolo dell’infinito, in basso a sinistra), affascinanti ed arcane. Lo sfondo (che occupa pressoché tutto lo spazio) è di un niveo latte con tocchi di giallo impercettibile, un caglio che si fa spiaggia nelle esili dune del tessuto dove la composizione si posa. Tutto questo candore, che ricorda certi luminismi del primo Caravaggio, è assorbito dalla materia del vaso che inghiotte la luce come un buco nero, un’oscurità da Averno, mortifera e sanguigna. Che si può dire se non che, nonostante tutto, la natura è in grado di emergere ovunque nelle forme più singolari ed amene incutendo timore commisto a reverenza?

Luigi Pellanda, Inclinazioni armoniche, olio su tela, 2004,
Il papavero è un fiore assai nobile e la sua evidente delicatezza si ammanta di rosso, ed in questo caso anche di giallo, per colpire la vista di chi lo osserva, specialmente delle api e degli insetti impollinatori. L’artista ha colto qui egregiamente le sue peculiarità, dal lungo stelo con tendenza rampicante alla leggerezza dei petali che cadono facilmente: un’innocenza che non è fragilità o debolezza, ma coraggio. Il papavero rosso è l’emblema del partigiano e del suo sangue versato per la libertà, un monito che rinasce ogni anno ad aprile e che, in questo caso, non appassirà mai. Nella tela il tessuto che ricopre il piano rievoca la sabbia del deserto, in una zona placida e serena modellata soltanto dalla brezza. La luce è presente in misura maggiore con ombre però più dolci e sfumate che conferiscono profondità alla scena, mentre i petali in piena esposizione filtrano la luce per restituirsi trasfigurati. Questi tre fiori si abbarbicano fra di loro per raggiungere nuove vette, già spargendo i petali al suolo, come sangue vitale che irrora la terra.

Luigi Pellanda, Profughi verso Lampedusa, olio su tela, 1997,
Quest’opera è la dimostrazione di come un titolo faccia la differenza nel veicolare messaggi altri di cui l’immagine si fa portavoce: un cesto di frasche intrecciate, delle pere e susine disposte in precario equilibrio in un “mare tessuto” sono prossime ad un precipizio da terrapiattista finis terrae. Le pere abate brillano alla luce, risplendendo d’oro e di bronzo, le susine come gioielli si stagliano da uno sfondo ocra monocromo che ricorda con evidenza il fondo oro medievale dell’arte sacra. Una natura morta, o meglio morente, si cala in un’atmosfera fuori tempo che la esalta per esiti profondi rispetto al puro visibile. Superba la scelta di porre delle esili e verdi frasche in una posizione ellittica che sale verso l’alto, quasi una preghiera desolata non meno colma di speranza che denuncia il dramma dei profughi. Enea, il profugo dei profughi, pius perché conscio della sofferenza umana, dovrebbe ricordarci che su ciò si fonda Roma, non su una presunta autoctonia… siamo tutti figli del mondo e delle migrazioni umane, dovremmo esserne felici.

Luigi Pellanda, La teiera rossa, olio su tela, 2007,
Gli elementi cardine, attorno ai quali il nostro artista dispone il proprio ragionamento compositivo/pittorico, sono a questo punto chiari e così esemplificabili: il piano (il taglio visivo e l’angolazione), il tessuto (le onde e le pieghe), i contenitori (vetro, legno e ceramica), la natura contenuta ed infine il colore. In questo caso il titolo fa intuire che è stato preparato del thè oppure, visto il colore, dell’infuso di ibisco, il carcadè. Di questa bevanda è nota la sua intensa colorazione rossa, colore che infatti qui ricopre tutto, quasi un novello Mar Rosso od il Nilo biblico. Il tessuto ricorda la sabbia e l’atmosfera arabeggiante è perfetta, l’intensità solare è al crepuscolo e già le ombre si allungano, presto giungerà il gelo della notte. Chi avrà abbandonato qui questa teiera? Sherazade de’ Le mille e una notte oppure è l’insolita dimora del genio della lampada? Il taglio scenico è un po’ rialzato, ma non così tanto da permettere d’intuire l’intorno e ciò stimola l’immaginazione…

Luigi Pellanda, La zattera, olio su tela, 1996,
Un tessuto colmo di pieghe, che la luce illumina dall’alto, è disposto sopra un piano rialzato che divide lo spazio a metà e rivela un precipizio scuro, un vertiginoso baratro oltre il quale non si vede la fine. Il fondale è di un colore terroso, una sabbia calda con toni di rosso che assorbe la luce e fa brillare (gli inglesi direbbero shimmering) gli oggetti protagonisti dell’opera. Sul limitare di questo dirupo è posto un vassoio circolare di legno e vimini su cui si dispongono due mele renette, quattro susine o prugne violacee ed un grosso grappolo di uva color dell’ambra e del miele. Fuoriescono due acini, di cui uno quasi sul punto di staccarsi: essi osservano con curioso interesse ciò che avviene al di sotto (di cui non ci è dato sapere). C’è un forte realismo (le ammaccature degli acini, i nodi del vassoio, ecc…) che pervade questa frutta, che giace sicura in una specie di torre d’avorio con balaustre, tale da renderla al pari di un diadema. Tutto ciò ricorda a chi fa quest’analisi un passo del terzo libro dell’Iliade (l’episodio della teikhoskopia, l’«osservazione dalle mura», vv.146-244) in cui Priamo, Elena e gli anziani della città di Troia osservano, dall’alto della torre, i greci che si dispongono al di sotto nei pressi delle porte Scee, in attesa di quello che dovrebbe essere il fatidico duello tra Paride e Menelao per stabilire chi dei due debba essere, davvero e definitivamente, il legittimo sposo della donna contesa. Dal testo si intuisce che l’osservazione degli eventi avviene da una posizione protetta e sicura. Si tratta di un incredibile momento di sospensione narrativa, ma anche effettiva per i personaggi in scena. Una tale suggestione pare aleggiare anche qui, in un’opera colta e sofisticata che si nasconde dietro un’apparente semplicità, un’innocenza esibita, per raggiungere vette inattese, dove la frutta rappresenta i protagonisti del poema ed il vassoio la torre che si staglia sopra le mura.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
In occasione di questo 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, ho pensato di pubblicare qui alcune scene romanzate di vicende realmente accadute a Lonigo tra il 26-27 aprile 1945 prima dell'arrivo degli alleati. Fatti, persone ed eventi sono frutto di studio e di ricerca. Vorrei che fosse chiara l'idea di dar voce a figure senza le quali il mondo sarebbe un posto ancora peggiore. Questi giovani per sempre ci guardano, valutano il nostro operato e rinascono papaveri per sentire di nuovo la vita scorrere in loro e per comunicare con noi...
26 aprile 1945
Il pomeriggio è caldo ed assolato in Via Trieste e nulla può sciogliere la lama di ghiaccio che mi si è confitta nel cuore. Un silenzio irreale assorda i presenti, a tal punto che neanche gli uccellini si arrischiano di cantare. Assisto nuovamente ad una lenta via crucis, un ulteriore venerdì santo che porta l’agnello innocente ad immolarsi senza reagire. È uno strazio infinito e non vorrei altro che fermare tutto, io Egidio Mazzadi, scacciare i nazisti e liberare questi poveri nostri giovani dalla guerra e dal fascismo. Non mi è però possibile fare niente, devo garantire loro una possibilità seppur flebile di salvezza e soprattutto non devo peggiorare le cose. Forse, forse se riuscissimo a temporeggiare…
La camionetta tedesca procede con esasperata lentezza, priva della sua copertura superiore, per mostrare cinque giovani compagni malmenati, costretti in ginocchio e con i polsi sanguinanti legati dietro alla schiena dal fil di ferro. Si tratta del gruppo mandato in aiuto di quei compagni che sono stati ahimè fucilati alla chiesa di Santa Marina. E pensare che in un primo momento erano anche riusciti a disarmare le SS, ma hanno cantato vittoria troppo presto! I tedeschi sono del tutto in forze e ben equipaggiati, non sono così arrendevoli. Le tattiche di guerra le conoscono bene, accidenti! Ma cos’altro avremmo potuto fare per ostacolarli? Questo è l’ardimento di Lonigo, questi i suoi giovani che vanno ingiustamente al patibolo come Gesù Cristo. Ho sentito già alcuni iniziare a screditarli, davvero pensano che i tedeschi, se lasciati liberi di andare, non ci avrebbero fatto alcun male? Illusi, nostalgici ed ignavi! Noi partigiani ci sacrifichiamo anche per voi, per il vostro libero futuro… perfino se un giorno vi permetterete di dire che la colpa è nostra; lo direte con il coraggio certo dell’ignorante che si atteggia a censore della verità… Oh, se solo il nostro comandante Ettore Gallo fosse qui! Invece ti hanno incarcerato come un criminale.
La camionetta mi passa davanti. Un giovinetto mi osserva ed io lo guardo. Alberto Ziggiotto, sedici anni, il suo viso delicato è ora tumefatto, i capelli neri scompigliati dalla lotta, gli abiti sporchi e stracciati. È stato un mio allievo. Ci riconosciamo entrambi e lui ha ancora il candore dell’innocenza: mi sorride con un estremo attaccamento alla vita, una fiducia incrollabile nell’umanità, una speranza di pace ed amore, di libertà… Questo muto scambio di sguardi parla con un’enfasi dirompente ed è sublime, luminosissimo.
...
26 aprile 1945
L’Italia liberata… non lo è ancora per tutti e la bandiera con la svastica garrisce purtroppo al suo posto sopra Palazzo Pisani dove dovrebbe sventolare la vivace bandiera del leone in campo azzurro, reggitor della luna. Devo tentare di salvare i miei compagni dai boia tedeschi, ci si deve provare a costo di finire uccisi con loro. Continuo a ripetermi che posso sperare di salvarli soltanto se affronto tutto questo senza colpi di testa (come direbbe il nostro comandante Ettore Gallo). Prima di uscire dalla canonica Monsignor Caldana mi osserva per un attimo.
-È pronto, Signor Bettini?-
-Sì. E lei?-
Annuisce.
Non serve dire altro che usciamo, la tonaca nera che ondeggia leggera accanto a me. Scendiamo verso la piazza, subito il monumento ai caduti della Grande Guerra ci sovrasta e quell’«HEROUM NOMINA SERVO» («Conservo i nomi degli eroi») che vi è inciso mi è sia di buon auspicio che d’infausto presagio.
Perché ancora non se ne vanno questi maledetti nazisti, loro e quei maledetti di fascisti? Che ci lascino stare! Da sconfitti pretendono il sangue dei vessati ed io sono responsabile di questi giovani impazienti che non hanno saputo attendere ancora. No, ma che dico! Dimentico forse i soprusi e le violenze di tutti questi vent’anni? Me lo sento, alcuni posteri diranno che se la sono cercata, per inesperienza e spacconeria. Provassero loro la fame, la paura continue e l’impotenza. Ogni giorno a vederli fare del male apertamente e tu, da buon cristiano, ad agire di nascosto per il bene di tutti. Lo so che diranno “avevano fucili scadenti”, ma solo quelli ci hanno lasciato, accidenti! E che non si dica che siamo in pochi a resistere: della brigata dei martiri di Grancona siamo più di duecento.
Superato il monumento siamo in vista dell’albergo «Croce Verde», dove i tedeschi si sono insediati, a capo il maggiore Alfred Grundman. Due soldati armati sono stati posti a presidiare la porta, in giro nessuno.
-Lascia parlare me.- Mi dice l’arciprete con mezzo sorriso e fare elegante.
Si avvicina e scambia con loro qualche parola stentata in tedesco. I due acconsentono a farci passare, ma è evidente che c’è molta tensione nei loro gesti. Al parroco concedo il merito di essere riuscito ad intrattenere buoni rapporti, perlomeno civili, con questi bruti occupanti. Chissà che ora non riescano a valere qualcosa…
All’ingresso veniamo subito identificati ed una volta comprese le nostre intenzioni fatti salire al piano superiore. Ci fanno entrare in una saletta e lì attendiamo. Dopo un po’ giunge l’interprete austriaca, Ildegarte Polster, che ci è già nota ed accenna un breve saluto al Caldana.
Non riusciamo a dire altro, ecco che arriva il maggiore assieme ad altri suoi uomini. Circa sui quarant’anni, è alto, robusto e molto pallido, con i capelli biondi un po’ mossi. Il suo sguardo ci sonda mentre si accomoda sull’unica sedia presente, dietro alla scrivania.
-Che cosa posso fare per voi?- Chiede l’interprete traducendo la domanda posta in tedesco.
-Siamo qui per pregarla di risparmiare i giovani che avete catturato oggi in Via Cimitero.- Fa il Caldana.
-Ah. I cinque particiani.-
-La prego, sono giovani. Non può ritenerli una minaccia.-
Il maggiore mi scruta come a dire «davvero?» per poi ignorarmi sprezzante.
-Lo chiediamo a nome delle loro famiglie, io in qualità di curato ed il qui presente Bettini a nome della comunità.-
-Sebbene non possa liberarli, vi posso assicurare che non li fucilerò. Sono trattenuti come ostaggi. Fate sapere alla cittadinanza di non attuare altre azioni che possano danneggiare i miei soldati, altrimenti hanno ordine di predisporre una rappresaglia.-
-Dove li porterete?-
-Al comando di Montebello.-
-Davvero non farete loro alcun male?- Chiedo di nuovo.
-Non mi sono spiegato bene. Le do la mia parola di ufficiale.-
-Li conosciamo, non sarebbero capaci di nuocervi.-
Lo sarebbero eccome.
-Non ne dubito… Ora vi ordino di andarvene, abbiamo affari molto più urgenti da sbrigare.-
...
…Sono quasi le otto di sera ed ho appena fatto in modo di comunicare al comando della divisione partigiana che i cinque prigionieri si sono appena messi in cammino alla volta di Montebello assieme a due soldati tedeschi. Prego con tutto me stesso che arrivino…
27 aprile 1945
Non giunge nulla. Perché non giunge nulla? È mattino e da Montebello ancora nulla. Calcolo i tempi, confronto gli orari e penso agli imprevisti. Non sono tranquillo, è successo il peggio, lo so! Poi Caldana mi fa chiamare e perdo quasi ogni speranza. Mi precipito da lui, è ancora in canonica. C’è anche Egidio Mazzadi.
-Notizie?- domanda.
-Non io. Speravo le avesse lei.- (rivolto al Caldana)
Sospira, il viso funereo.
-Sì… In Via Marona. Hanno appena trovato dei corpi.-
-No! No!- Batto i pugni sul tavolo.
Non attendo oltre, me ne torno a casa a prendere la bicicletta e poi subito in via Marona.
Al mio arrivo c’è un gruppo di persone afflitte, sul ciglio della strada, sul fossato lì accanto sulla sinistra. Sono i parenti dei cinque giovani, sono loro. Mi vien da mangiarmi i pugni.
Non mi dicono nulla, ma i loro pensieri mi trafiggono. Guardo verso il basso. Cinque cadaveri mitragliati, alla testa ed al petto. Poveri cristi! Quel Grundman lo ammazzo con le mie stesse mani… E così diventare come loro? No, no! Siete morti per noi e per tutti, avete pagato in remissione dei nostri peccati con il prezzo più alto. Mi inginocchio a terra e prego.
L'articolo e le qui presenti scene romanzate sono proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Laura Marchetto (alias Laura Pervinca) è un’artista ed acquerellista di Grancona dal tratto studiatissimo e di lunga pratica. Ha una grande passione per il mondo floreale, grazie anche al giardino curato dal marito, che frequenta con abilità artistica abbozzando i fiori, componendoli e ri-componendoli fino a che non è raggiunto un risultato ottimale che la soddisfi. L’acquerello segue in prevalenza la tecnica loose, non è quindi botanico (se si vuole essere tecnici) e sfrutta le proprietà peculiari di pigmenti e carta. Sua caratteristica propria è il buon tratto a matita, lieve e lineare, che scandisce le singole parti con proporzione. Anche i tagli registici sono da esserle riferiti, quasi fotografici, dei close-up (primi piani) spigliati ed accorti che enfatizzano i soggetti e guidano l’esperienza visiva.

Laura Marchetto, Iris rosa, acquerello, 2020,
Un Iris risplende dei colori dell’alba nel pieno della sua fioritura. La sua bellezza floreale si offre elegante, quasi una dama dell’Ottocento in abiti da sera, con petali di velluto e barbigli d’oro come merletti. Sostando all’interno di questa similitudine, steli e foglie sono i listelli di un ventaglio le cui movenze rivelano messaggi d’amore che s’intendono solo tra amanti. Lo sfondo bianco esalta la composizione floreale ed i suoi colori, specialmente i più intensi, su cui l’occhio si posa per ritornarvi di continuo. Si tratta di un calibrato attimo sospeso, di un’attesa senza fine che preserva la vita (uno still life) e la tramanda con animo e brio. In secondo piano c’è inoltre un bocciolo che pare invece di seta e brilla un po’ traslucido alla tenue luce solare di un’alba fragrante. Leggerezza e profondità si compensano in un equilibrio galante che sa di danze lente ed appassionate. Si deve riferire infine di un gusto disegnativo morbido e fine che crea apparenze di realtà che concorrono con il colore alla creazione di senso.

Laura Marchetto, Elleboro, acquerello, 2022,
La notte è ormai prossima, ma questi bianchi esemplari di elleboro raccolgono gli ultimi raggi di sole e li restituiscono con tutto il loro candore. I petali di questa specie si aprono con sicurezza, si offrono sinceri allo sguardo rivelando interni d’oro ed un dolce nettare che verrà raccolto dalle api laboriose. Il colore intenso del cielo, con gli ultimi sprazzi luminosi, è corrisposto da un prato altrettanto profondo in cui fluttuano foglie lucide e vibranti alla brezza serale di primavera. Gli esili steli ondeggiano con leggerezza e danzano attorti tra loro scambiandosi carezze ed affetti con petali gentili e sensibili. Si tratta di un lavoro compositivo di bravura, un osservare la natura e le sue consuetudini per provare a replicarle con brio. È certamente un acquerello scorrevole dai toni intensi, scuri, che esaltano le limpide fibre vegetali per restituirle trasfigurate.

Laura Marchetto, Omaggio a Canova, pastello, 2023,
In quest’opera possiamo osservare un dettaglio tratto da una scultura realizzata da Antonio Canova intorno alla fine del Settecento, l’Amore e Psiche stanti. La composizione si svolge attorno ad una farfalla, effimero e misterioso simbolo dell’anima, emblema di Psiche. La giovane amata da Eros, che ha in Aphrodite la terribile suocera, sfiora con delicatezza le ali di una grossa farfalla mentre aiuta l’amato a sostenere la creatura sul suo palmo. Si tratta di gesti di estrema delicatezza ed affetto, di un amore per certi versi platonico, che si compiace della vicinanza in una comunione d’intenti. In questa ripresa artistica le ombre non sono profonde e si predilige una chiarezza morbida, un po’ sfumata, un volume dolce e delicato che solo il pastello è in grado di restituire con questa precisione. Di nuovo il disegno ha studiato gli spazi, ha composto prima per guidare la vista, per far vivere un’esperienza ravvicinata che induce alla contemplazione.

Laura Marchetto, Giglio di fuoco (Gloriosa superba), acquerello, 2020,
Siamo di fronte ad un’infiorescenza che vale davvero il suo nome, una superba meraviglia floreale che sale al cielo e si prende tutto lo spazio di cui abbisogna. L’acquerello guizza nella tecnica loose ed il color del rubino e del topazio ondeggiano come i raggi di un sole attorno a cui si muovono i pistilli come pianeti. Le foglie esili e scure s’inarcano, le estremità sono arricciate in racemi (quasi da scarpette di folletto). Si nota un talento compositivo che studia i singoli fiori e li compone simulando la natura, giocando con essa fino al raggiungimento di una piacevolezza ottimale. Tra la terna, il trio delle corolle, un bocciolo a forma di cuore è custodito con cura ed apprende l’arte di esibirsi dai suoi fratelli (e/o sorelle) maggiori, senza fretta.

Laura Marchetto, Iris azzurro, acquerello, 2022,
Due iris azzurri e blu si schiudono rigogliosi dopo un pomeriggio, od un’alba, di pioggia e già le nubi si tingono del rosso rosato che preannuncia bel tempo. I petali superiori acquistano in questa circostanza una speciale fosforescenza in grado di esaltare i toni gialli che conferiscono alle corolle luce propria, di un tipo che capta tutti i riflessi circostanti. Le lunghe foglie del cespuglio sottostante riequilibrano una composizione angelica ed ovattata. La capacità disegnativa e la tecnica loose creano atmosfere sognanti che si accostano al reale e permettono al sentimento di fare breccia con vaporosità e dolcezza. C’è in questo caso una forza attrattiva che dall’alto spinge giù con una leggera vertigine verde che converge in basso al centro e l’occhio la segue. Si tratta di una discesa che guida la riflessione dalle cose più aeree e fumose alla concretezza della natura, con i fiori, effimere creature di mezzo, stupendi splendori.

Laura Marchetto, Omaggio a Raffaello, acquerello, 2021,
Confrontarsi con le opere realizzate dai grandi pittori della storia dell’arte non è mai semplice, inevitabilmente si tende a non brillare e queste prove a nasconderle. Non è questo il caso, anzi il confronto regge bene con l’originale. La mano è diversa, Raffaello è più dolce, qui invece c’è un po’ più di spigolosità. Gli sguardi sono piuttosto prossimi, il bambino è appena più naturale, la madre pare più adulta. La resa degli abiti, sia nelle trame decorative sia nelle stoffe, è ugualmente felice e vivace. Unica nota la resa dei raggi delle aureole, di cui però si deve tener conto della resa tecnica dell’acquerello. La nostra artista ha utilizzato nuovamente il candore della carta, studiato bene il disegno e scelto il taglio della sua composizione. L’esito è felice, espressivo, e superato questo scoglio non c’è più nulla che debba temere, non se adotta lo stesso rigore qui presente. Anche lo sfondo in Raffaello è lo stesso, c’è in lui però un maggior calore, più diffuso, ed una morbidezza cinquecentesca lumeggiata. Per la nostra acquerellista questa è una prova egregia.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Gianfranco Berti è un artista leoniceno curato ed attento, che fa della leggerezza una delle sue caratteristiche pittoriche migliori. A ciò si deve aggiungere una minuzia descrittiva che ama la calma, unita all’utilizzo di toni pastello (o comunque più chiari) che amplificano ulteriormente questo concetto, in visioni spesso dall’ampio respiro. Un’altra parte della sua produzione è legata al ritratto in cui le persone care all’artista vivono e rivivono fortificate dall’affetto, in maniera imperitura. Oltre ai paesaggi leoniceni ed ai ritratti dei suoi cari, questo pittore realizza scene di genere, di ieri e di oggi, in cui le sue figure si muovono senza peso, sgravate delle preoccupazioni della vita: null’altro che attimi di felicità salvati dal tempo a resistere strenuamente contro le sue lusinghe ed insidie.

Gianfranco Berti, Madonna dei miracoli, olio su tela,
Il santuario del miracolo mariano risplende simile ad un palazzo delle favole, stagliandosi in un cielo irreale di una limpida giornata primaverile. L’atmosfera che si respira è di attesa, mentre tutto è sospeso e nulla pare muoversi come in un sogno ad occhi aperti. C’è una delicata geometrizzazione delle forme, una nettezza luminosa che taglia la reggia fatata quasi un gioiello, uno sfaccettato diamante. Si coglie un forte e magnetico misticismo che permea ed esalta l’evidente realismo della tela. Le morbide tonalità dei campi, l’emozione rosata delle pareti dell’edificio ed il leggerissimo celeste del cielo contrastano con i toni scuri degli altri caseggiati che paiono invece parlare della transitorietà delle cose opposta al perdurare della spiritualità.

Gianfranco Berti, Piazza Garibaldi, olio su tela,
In quest’opera la piazza di Lonigo esalta le sue forme dopo uno scroscio di pioggia, probabilmente a marzo, in occasione della sua antica fiera cavalli. I fatti miracolosi dell’apparizione riferita sopra hanno aggiunto all’evento fieristico una maledizione, la pioggia (che in alcune occasioni è stata anche benefica), in soprannaturale memoria del pugnale che ha trafitto l’immagine dipinta della Madonna, la mano della quale si è mossa a coprire la zona ferita (del viso). I tenui colori degli edifici che formano la piazza paiono quasi dei miraggi della luce che si rifrange in arcobaleni per l’aria carica di umidità. Le superfici scintillano e le persone si muovono come alleggerite di pesanti fardelli. Da rilevare le qualità prospettiche che scandiscono le varie aree con perizia descrittiva e leggera sincerità.

Gianfranco Berti, Veduta di Ponte San Giovanni, olio su tela,
Il fiume Guà gorgoglia docile e piatto nel suo letto “nuovo” rimpiangendo forse i tempi in cui circondava il castello di Calmano, dove oggi c’è il Duomo e prima di questo il convento di San Marco. L’artista dell’opera è arguto e perito ed imita l’effetto dello scorrere ininterrotto delle acque, che un tempo azionavano la ruota di un mulino, con maestria e guizzo frizzante. Il ponte pare un merletto, una trina lavorata a traforo da abili scalpellini che romanticamente adombra il rio che sovrasta. Su tutte le cose dipinte troneggia il cielo, più intenso degli edifici sottostanti, che ricercano controvoglia un po’ di anonimato da questo artista che li ha voluti ritrarre.

Gianfranco Berti, Ritratto di Aida, olio su tela,
Una parte della produzione artistica di questo pittore è legata al ritratto, principalmente di parenti ed amici, come in questo caso la nipote Aida. Lo sguardo diretto, la luce ad illuminarne il viso, un sorriso via via più ampio: è chiaro il grande affetto che rende spontaneità alla vicenda e radiosità alla figura. Felice lo sfondo con la staccionata bianca ed il decorativismo floreale che arricchiscono la posa, per non parlare dell’abito con arricciature e motivo a rose. C’è di base uno studio attento, lungo e curato che vale tutto il tempo impiegato e ripaga con emozioni evidenti, per momenti destinati a durare.

Gianfranco Berti, Mulo e contadino, olio su tela,
Un anziano conducente di muli è colto sorridente mentre guida il suo somarello che trasporta due ceste colme di castagne con ancora il loro involucro puntuto. A terra, qua e là come una scia, se ne individuano alcune (che devono essere cadute), la strada è umida, piena di fango. All’orizzonte alcuni edifici si nascondono tra la nebbia simili alle mura di un castello, mentre attorno spaziano grandi distese di campi. La docilità del mulo ben si accompagna alla calma senile del contadino e questo senso generale di rilassamento deve essere stato la molla che ha ispirato l’artista all’esecuzione dell’opera.

Gianfranco Berti, Paesaggio leoniceno, olio su tela,
Il campo arato, in questo paesaggio leoniceno, pare proprio un foglio bianco pronto per essere scritto, vergato da parole di poesia che ricordano il famoso indovinello veronese. Questo campo sembra inoltre un fiume vitale dal quale si origina miracolosamente la vita. Si deve prestare attenzione anche all’infilata di alberi che rimandano a quei paesaggi veneti di artisti del rinascimento quali Giorgione, Tiziano, Lotto… Anche i caseggiati ricordano quelle atmosfere, che risentono qui del cambiamento dei tempi pur non mutando la loro funzione agricola. L’opera non esaurisce qui la sua portata, inerpicandosi fin su per le montagne grazie allo sfumato leonardesco. C’è nuovamente quella leggerezza di cui si è detto in precedenza ed un divertissement con il passaggio dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
La mostra virtuale di oggi è dedicata ad un insolito argomento: il vitale moto spiraliforme e circolare che è possibile cogliere nella realtà soltanto in alcune occasioni. L'arte come sempre è in grado di esaltare questi insoliti prodigi, rivelandoli sulla tela anche laddove non potrebbero esserci. Si tratta in fondo di una mostra virtuale che vuole parlare di molte cose, da cogliere tra le righe, e che nasce da sè per essere un augurio inaspettato e riflessivo, sensibile che trasmetta energia, quella buona e propositiva, per perorare le proprie cause nell’ascolto e nella comprensione.

Gessica Tiziani, Simiane-la-Rotonde, penna e caffè su carta, 2025,
Ha un che di magico questa visione di una delle scale a chiocciola del castello di Simiane-la-Rotonde in Provenza. La composizione è interessante e vivace, vitale, con una linearità che si innesta in una circolarità che sale (e/o scende) per un procedere spiraliforme che tende potenzialmente all’infinito. Il nero dei segni a penna è lambito dalle liquide pennellate di caffè che illudono lo sguardo di essere quasi la luce del sole che filtra da una delle finestre di una tale dimora. Se ben si osserva, i blocchi di pietra paiono l’ossatura di un’enorme creatura antica, una balenottera, il cui corpo deposto eoni fa nelle profondità oceaniche è stato riscoperto in seguito ad una campagna archeologica. Questa scalinata è in grado di evocare memorie passate e viene da chiedersi se quelle macchie non siano, attraverso un processo di pareidolia, gli spiriti e le animule degli antichi abitanti del castello venute a visitare la loro abitazione vetusta. Pare di osservare un rimestare di acque, un mulinello impossibile prodotto dalla scala, che ruota scuotendo l’immagine in un ideale gioco di specchi.

Gessica Tiziani, Chiocciole, pigmenti e pastelli ad olio su tela, 2025,
L’elemento spiraliforme è ora mutato ed ha preso vita nella mente artistica in una versione più ridotta, concentrata ed umile: la chiocciola. Sono in tutto sette, di varie dimensioni e disposte su due assi di staccionata di legno scuro legate strettamente tra loro da fili di ferro arricciati. La vegetazione è folta e ricca, con una certa secchezza dovuta forse alla mancanza d’acqua. Potrebbe trattarsi del limitare di un appezzamento che dà su una zona boscosa, un lungo filtro in cui vigono ancora le caotiche, solo all’apparenza, regole della natura. Esenti da tale suddivisione sono soltanto gli steli d’erba e quella sorta di arbusti marrone-rossiccio. Le chiocciole hanno in sé gli stessi colori dell’ambiente che le circonda, sono il frutto di questo habitat ed in esso si esaltano divenendo dei veri e propri prodigi.

Elisabetta Martinez, Liocorno, olio, carboncino e foglia oro su tela, 2025,
L’elemento con il suo moto a spirale è tornato ad allungarsi ed a porsi sul capo di una creatura biblica che ha sul suo vello azzurro-oro delle galassie che occhieggiano brillando preziose. Pare di essere di fronte ad uno spirito che fluttua, ad un’entità fantasmatica antediluviana che nobilmente attraversa un campo notturno. Le stelle, i pianeti ed i sistemi di pianeti pare che se li sia mangiati cogliendoli direttamente dal cielo con il suo corno, come farebbe un pescatore con la sua lenza luminosa. La creatura iridescente sta forse sognando e vaga in uno stato di trance, volando leggera in una notte senza luna con uno sguardo senza occhi, osservando con la mente… L’ampio ventre fa pensare ad una gravidanza cosmica, quasi ad un essere astrale che giunge sulla terra per ottenere un po’ di pace e nascondimento. Tutte queste suggestioni e l’opera stessa sono ispirate dalle Grotte di Lascaux, in Francia.

Lara Ottaviani, Drogatto - Bipolarità, incisione, 2025,
Torna per questa occasione una vecchia conoscenza del blog, il gatto soprannominato Drogatto per aver frequentato le piante allucinogene provenienti dalle differenti parti del mondo. In questo caso la sua situazione non è migliorata, anzi, si è rivestita di una duplice doppiezza che l’artista ama definire “bipolarità”, in un moto rotatorio continuo, divenendo quasi un tessuto su cui è stata scritta la partitura dell’universo. Il suo vello maculato è simile a quello del ghepardo, ma le macchie paiono qui stelle, pianeti e sistemi planetari, galassie di un unico ed imperscrutabile organismo. Che cosa può dirci il suo sguardo allucinato ed instupidito? Che abbia avvertito l’odore pungente di un altro suo simile ed il suo animo sia dibattuto tra la più funesta irritazione ed il terrore istintivo? Le orecchie sono dritte, le vibrisse stirate, la posa è immobile, gli artigli sfoderati… Che si stia per gettare in una lotta notturna per guadagnarsi il dominio territoriale? Questo gatto ricorda da vicino noi uomini del genere umano, incapaci di agire senza violenza e con raziocinio. I più grandi mali portati nel mondo sono merito nostro e la via della pace è solo per quelli che gridano, inascoltati, nel deserto. Certo così il messaggio raggiunge distanze più lunghe, ma non potrà mai sovrastare i bombardamenti… Che cosa fare? Agire, agire nel silenzio del cuore, coltivare il vero amore come un giardino aperto al mondo, inaffiarlo con il rispetto e concimarlo con l’ascolto e la sensibilità.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.