- info@lacittàdelleartiste.it
Aprile 1232, nei pressi del castello di Lonigo
È una giornata ventosa. I campi ondeggiano verdi alla brezza di primavera e già le rondini si esibiscono nelle loro ardite acrobazie aeree, giocano a rincorrersi assecondando il vento, s’incanalano nelle grandi porte del borgo e volteggiano attorno alle vertiginose torri con gaiezza. Le vedette del castello di Calmano colgono un brillio oltre il Fiumenovo, pensano ad un effetto di sole, però qualcosa le turba e così… Al grido delle squille tutto tace per un attimo, poi i vari campanili (fuori e dentro il borgo) risuonano convulsi ed è subito un gran viavai di gente concitata che raccoglie alla meglio i propri beni e miserie per rinchiudersi al sicuro entro le alte mura difensive.
Ed ecco, giunge Rizzardo conte di San Bonifacio con il suo esercito, l’armatura che balugina al sole e la piuma nera sul suo elmo dal becco a punta a ricordare quello di uno sparviere. Marziale e pieno di possanza si porta tra le prime file, appena a distanza dalle linee di tiro, e scruta altiero ciò che lo circonda. Il nero e possente cavallo è avezzo al peso della mole del suo padrone bardato, le froge che sbuffano ed i muscoli possenti che paiono quelli di un bue. Rizzardo leva una mano con eleganza e fa venire avanti il suo secondo.
«Qual è la torre degli amici degli Ezzelini? Di là ci sono i possedimenti del Maurisio, quel loro leccapiedi».
«La torre è qui, mio signore».
«Bene, la si distrugga. Radetela al suolo, i figli del Monaco, Alberico ed Ezzelino, avranno una gran bella sorpresa. Nel frattempo… occupiamoci del castello. Caduto quello anche il borgo farà lo stesso».
L’esercito di una cinquantina di soldati si divide e mentre il conte se ne sta a guardare viene fatto avvicinare l’argano, una catapulta nera e pesante in grado di scaraventare grosse pietre. Gli uomini ed i cavalli sono imperlati di sudore, stremati per l’immane fatica. Alla vista di un tale strumento dal borgo si levano grida di supplica a Dio. Rizzardo ride.
«Non siamo qui per voi, non ancora. Pensiamo prima alla torre ed al castello».
I suoi annuiscono con serietà e mentre l’argano viene orientato gli altri si avvicinano al castello con gli scudi alzati per ripararsi dalle frecce e dai sassi calati dall’alto. Il vento è a favore del conte e caricato il masso lo si sgancia. Questo vola nell’aria simile ad un tafano rumoroso o una vespa che punge. La torre resiste al primo colpo e le vedette che sono lassù esultano. Qualcuno però scende intuendo il pericolo… Con lentezza si prepara il secondo colpo cambiando un po’ l’angolazione. Caricato si sgancia ed abbattendosi scalfisce un lato e tutto trema. Il ritmo riprende regolare ed il terzo ed il quarto pietrone volano sicuri, ma al quinto si avverte un colpo secco, uno spezzarsi dall’interno e la torre oscilla, per un attimo regge… infine crolla lamentosa da un lato, quello opposto al borgo. Si leva una nube di polvere e poi prende fuoco. I soldati rimasti, che non sono stati uccisi dal crollo vengono passati per le armi. Al castello le cose vanno meglio: quando quelli di dentro vedono la caduta e sentono il fragore del colpo, come quello di un albero che cade, si guardano tra loro sbigottiti.
«Il conte Rizzardo vi concede di aver salva la vita in cambio del castello e dei beni del castello. Uscite e non vi toccherà, restate e preparatevi a combattere».
Escono tutti, il castello ora è nelle loro mani e vi si installano con calma. I fuoriusciti invece si rifugiano nel borgo nottetempo per certi accessi segreti, mentre i soldati del conte fanno razzie e scorribande tutt’attorno per l’intera giornata. Infine anche il Borgo si consegna a Rizzardo.

Ad Alberico giuge la notizia (via piccione viaggiatore?) mentre si trova a Bassano ed invia una squadra di soccorso a risolvere rapidamente la questione. Alla testa i guerrieri Erro da Lonigo e Bonifacio da Orbana. Forse a pagare cavalli, armi e commilitoni è di nuovo Gerardo Maurisio. Baldanzoso il gruppo se ne passeggia di qua e di là con la noncuranza di chi sa già d’aver vinto. Giungono dopo un paio di giorni, probabilmente è sera e le insegne non si vedono bene oppure non sono state cambiate proprio per evenienze come questa. Non sanno che il conte è ancora qui.
«Aprite voialtri, ecco l’aiuto degli Ezzelini. Dov’è il nemico?». Parla Erro.
Lassù qualcuno ridacchia e Bonifacio ne è insospettito. Per buona misura si porta nelle retrovie ed attende. Erro no e… omen nomen? Aspetta che sia pronto il ponte levatoio e tronfio di sé avanza per venirne inghiottito, come tra le fauci dell’inferno. Erro ed i primi ad entrare gridano, colpiti a morte, mentre per gli altri è aspra contesa. Il da Orbana si salva, ma è solo e senza denaro, cavallo, armatura e scudiero… Altri due sopravvivono per essere consegnati al Marchese Azzo VII d’Este e quindi giustiziati. Maurisio perde oltre 200 libre e se ne lamenta.
La fortuna è una ruota insidiosa e gli Ezzelini lo sanno. Giunti i rinforzi più ingenti il castello dichiara la resa, ma non il Borgo che ora è per la causa del conte di San Bonifacio. Occupata la dimora e l’orto del Maurisio (ohi ohi!) e sequestrati dei buoi, si attacca loro l’argano e rivoltolo contro il castello si tirano i sassi, ma questa volta non riesce loro di abbatterlo come con la torre. Dal castello dunque il colpo di genio, una sortita nottetempo e, rubato argano e buoi, si vanifica il progetto di Rizzardo. Non c’è però modo di concludere la contesa e così è stipulato un armistizio tra l’ezzeliniano Gabriele da Lonigo ed il podestà vicentino Guglielmo Sivoleto. Tra i due litiganti… Il castello passa in gestione ai padovani
Passa del tempo. Altri buoi, ma in tempi più pacifici. Stessi campi, ma senza argano. Il fieno è raccolto in rotondi covoni odorosi e trasportato a fatica sopra carri robusti e grandi da bestie da soma avezze alla fatica. Questi però sono buoi speciali, i migliori di tutta Lonigo, quelli del Maurisio. Un’incursione del solito Rizzardo glieli strappa, per consegnarli al proprietario dei primi buoi, quelli usati nell’assedio; neanche Sivoleto riuscirà a farglieli restituire. Ed i covoni? Presto saranno zuppi d’acqua e marciranno. Il conte di San Bonifacio deve avercela con lui... Nel 1209 Rizzardo aveva già distrutto un suo palazzo a Vicenza, con due torri: il nostro è là procuratore, notaio, giudice, avvocato e soldato. In più… è amicissimo degli Ezzelini e loro “ambasciatore” presso l’imperatore. Il Maurisio compila anche una cronaca sugli ezzelini Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano, considerata la più antica. Ho realizzato questo racconto breve sulla base della lettura dei testi del Mazzadi e poi dall’originale in latino del duecento.
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Epoca imprecisata
Il giogo grava sulla cervìce dei buoi bruni, candidi i musi e le zampe muscolose. Gli occhi ampi, bovini e scuri, insondabili, sono l’attributo di Hera moglie di Zeus. Corna puntute e spesse, metalliche, bave alla bocca. Terribilità doma e mansueta, ma volgente d’un baleno allo scatto e mortale. Una coppia maschile legata assieme traina l’aratro che affonda il vomere di ferro in un campo chiamato “Le Sante”, di mistica prerogativa femminile. Le zolle si rivoltano ed il solco lineare è guadagnato con il sudore ed il sangue… si pungolano infatti i buoi perché procedano diritto e seguano gli ordini impartiti dalla voce degli aratori, vecchi nerboruti e pragmatici. La forza maschile è quadrupla.
Il ritmo sonoro procede cadenzato per ore, man mano che i filari si sommano l’uno accanto all’altro pronti ad ospitare nuove viti. Il sole è alto, la terra è un fermento vitale che brulica, i cespugli di rose diffondono il loro profumo mentre ronzano le api e le piccole farfalle dalle ali blu si libraro senza peso.
I buoi d’un tratto s’arrestano, muggiscono irritati e cercano di divincolarsi dal giogo.
«Cosa ghe xe? ‘Vanti movive, su su bovi inseminiì! Sio xà fiachi?»
Il paziente contadino fa partire la viscia e li pungola sulle natiche.
Niente, non c’è verso: mugghiano irritati e si piantano con forza sugli zoccoli scuri.
«Va’ vardare che problema ghe xe. – Dice il primo agricolo al secondo. – Sti bovi i xe boni solo a far fioi».
«Xe mejo, te ghe fe male càxo! Ghe sarà calcosa davanti, no?»
Il secondo si porta davanti ai buoi e li osserva grattandosi il capo pelato dopo aver levato il berretto. Non c’è nulla. Torna indietro e scuote la testa.
«Non ghe xe gnente, manco na bisardola o ‘no scarbonasso».
«E ‘lora xa gàli?! No i ga mai fato così. Che i vaga in mona».
Le scudisciate riprendono ed i buoi scalciano pericolosamente.
«No, no. Così no va mia ben… Mola xò tuto che ‘nemo ‘vanti tuti do».
I buoi ora li fissano inespressivi. C’è qualcosa in loro che li smuove nell’animo, pare che piangano.
«Toh, par che i pianxa. No son mai stà così smelenso, ma i me lo fa dir».
«Sito semo? Cosa te ga la dà to mojere sta matina da magnàre, pan co l’ua?»
«Un po’ de creansa Bepi… Me sento stranio, a go calcosa chì, su la pansa».
«Se te ghe da ndare a cagàre te poi anca ndare, ma no sta vegner a dirmelo, grasie».
«Bepi! Sa xela che la roba là che vien fora dal campo? Dio santo, l’è un braso!»
I due accorrono ed in effetti una mano insanguinata emerge rigida dal suolo.
«Oh, Santa Maria de oro! Menego, a l’è davero un morto… quando xè che i lo ga copà? Chi saràlo?»
Bepi si avvicina circospetto e lo tocca con la viscia.
«Càxo! L’è na cioca de legno, Gesù Cristo! Iùtame a tirarlo fòra».
Dopo poco la faccenda è chiara ad entrambi, si tratta... di una scultura: un crocefisso sulla sua croce.
Bepi e Menego si guardano, devotamente fanno il segno della croce e s’inginocchiano, lo stesso fanno i buoi.
«Bravi, bestiaxe… Voialtri lo gavì sentìo prima de naltri. Scuseme par le visciade».
Il capo di Cristo è di una dolcezza disarmante, è appena morto, ma ancora il pallore non si è impadronito di lui. Ricci delicati e beltà ultraterrena in un corpo magrissimo, piagato che pare che dorma. La terra era un sudario, la terra l’ha fatto risorgere… lui, il frutto che deve morire per dare frutto, colui che ha squadernato le regole del mondo con una promessa amorosa. L’oro balugina ed i contadini piangono.

Si tratta delle vicende leggendarie del ritrovamento del crocifisso miracoloso di Lonigo, prima custodito dai frati minori a San Daniele e poi in Duomo dov’è tutt’ora. La croce d’ulivo, staccata (non è chiaro il perché) dal crocefisso di tiglio è sepolta sotto l’altare maggiore nel 1877, luogo dove nel 1895 (alla fine dei lavori) verrà installata anche la scultura. Non si sa di preciso l’epoca del ritrovamento, n’è chi sia lo scultore, tantomeno a chi appartenesse il campo. (“Le Sante”, riferimento ad un monastero femminile?).
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Continua la rubrica dei miei racconti brevi leoniceni, Lonigo per sempre, con una chicca che ho trovato qualche tempo fa in rete: un articolo di fine '800 su un "increscioso" fatto leoniceno di cui oggi ci si ricorda poco ed in pochi. Era troppo bello per non romanzarlo un po', con l'aggiunta di un personaggio, Vittorio, che potrei ormai definire mio "amico"... chissà chi è! Il resto è più o meno tutto frutto dell'articolo, coadiuvato da una vecchia foto che per l'occasione ho anche elaborato con l'aiuto di AI (ma solo nelle linee della struttura). Qualora aveste foto d'epoca, lettere o documenti leoniceni non esitate a dirmelo, se vi va...

1 marzo 1884, Alfredo Melani
-Non l’hanno ancora completato? Una così grande opera del Franco!-
Questo viaggio inaspettato a Lonigo, che mi faceva immaginare di poter finalmente ammirare nella sua compiutezza uno dei più recenti edifici progettati dall’architetto Giacomo Franco, si è trasformato in una spiacevole sorpresa.
Tolto il cappello di paglia per farmi un po’ d’aria, mi rivolgo di nuovo al mio accompagnatore che guarda all’insù, le mani a ripararsi dal sole.
-Che vergogna è mai questa, Vittorio?-
-Dacchè sono a Venezia, e torno sempre a casa per le vacanze, i lavori negli ultimi anni procedono molto a rilento.-
-Perché non me l’hai detto prima?-
-Semplicemente non me l’hai chiesto e qui siamo così abituati a vederlo in questo stato che non ci facciamo neanche più caso.-
-E questo dovrebbe farmi stare meglio? Sai quanti anni sono passati dall’inizio dei lavori della fabbrica del Duomo? Sei! Quanti ce ne vorranno, altri dieci forse?!-
-Undici!- Ride.
-Non farmi perdere la pazienza, ho un bastone da passeggio tra le mani.-
-Ti imbufalisce davvero questa storia.-
Non gli do bado.
-Giovane… Dov’eri tu nel 1877?-
-Dove vuoi che fossi? Non ero ancora entrato in Accademia. Ero qui, ho visto la posa della prima pietra. Quanta gente quel giorno.-
-Ed ora sei quasi diplomato e non c’è nessuno. È increscioso. Devo andare a fondo a questa storia.-

Salgo il terrapieno che conduce all’edificio direttamente dal prato, senza seguire la strada serpeggiante. Vittorio mi caracolla dietro.
La facciata è quasi ultimata, manca però la parte sommitale e tutte le vetrate. Il bel corpo principale c’è, anche se è privo delle coperture. Mancano la grande cupola e le semicalotte del transetto, per non parlare degli interni. Dai grandi portali vuoti si coglie solo oscurità e raggi di sole che filtrano.
-Dov’è il cantiere? Non vedo… ah! Ecco, là in fondo.-
Tra l’edificio ed il torrione, uno degli unici ricordi del passato medievale e conventuale della cittadina, ci sono tre scarpellini al lavoro. Si muovono attorno ad esugui materiali, a scolpire i costoloni delle vigorose crociere come se avessero sonno. Li raggiungo impettito. Il mio accompagnatore è fin troppo allegro. D’altronde lui è un artista, sono io l’architetto e colui che ha nozioni in merito.
-Mi duole disturbarvi, ma ho urgente bisogno di chiarimenti.-
-El me diga Sior, xa vorlo?- Dice quello che mi sembra il più sveglio.
-Vedo che siete ancora molto indietro con i lavori.-
-Indrio? Sto ki el ga scoperto l’aqua boja.- Commenta un altro che il primo zittisce.
-Ga da scusarghe la scortesia, vedelo come che semo in pochi, pagà male e il lavoro xe duro.-
-E la fabbriceria del Duomo?-
Gli altri due ridono e il terzo sorride.
-Ghe xe un comitato, ma non lo ghemo mai visto. Vaga in Ciesa Vecia che fa prima e xe fassa contare dal paroco.-
-Vi ringrazio. Arrivederci.-
-Chì ghe piase far gli splendidi, ma nissun che tira fora mai un scheo mato. Tuti siori, tuta aparenza…-
Ho ottenuto le mie informazioni e torno sui miei passi.
-Bene ragazzo mio, portami dal parroco.-
-Affare fatto, ma ricordati che ho solo un anno meno di te. Per di qua.-

Ritornati al torrione proseguiamo oltre, attraversiamo la strada, continuiamo verso Piazzetta San Marco e ci immettiamo in Piazza Vittorio Emanuele. Qui c’è grande movimento e gente che passeggia. Signore eleganti con l’ombrellino, carri e carretti, gente che lavora, bambini e vecchi curiosi.
-Non vedo la chiesa.-
-Fidati di me. Attraversato l’arco di Palazzo Pisani, là in fondo, ci siamo.-
-Ci starebbe bene un bel monumento qui.-
-Attento a quel che chiedi.-
Com’è simpatico Vittorio, ha sempre la battuta pronta…
Non ci vuole poi molto che individuo la chiesa ed in breve siamo dentro.
Il tipico odore di incenso, misto alla cera fusa, mi accoglie assieme al freddo che persiste nonostante le temperature primaverili. Raggiunta la sacrestia, Vittorio mi indica il parroco e ci facciamo avanti.
-Oh, salve Vittorio! Chi c’è con te?-
-Le presento Alfredo Melani, architetto e conoscitore. Un amico, in visita fortuita a Lonigo.-
-Don Francesco Cera, per servirla.-
Ci stringiamo la mano.
-Ho appena visitato la fabbrica del Duomo e vorrei da lei alcune delucidazioni.-
Il mio interlocutore sospira e scuote il capo, le mani sui fianchi.
-Leggo del dispiacere tra le righe, certamente uno come lei sarà sensibile a queste cose. Non le nascondo che le casse del comitato sono davvero esigue ed è difficile ripinguarle.-
-Capisco, ci sono diversi modi in cui si potrebbe raccogliere fondi. Ha mai pensato, non so, ad imbastire una lotteria?-
-Certamente, si è provato, ma l’imbarazzo non mi permette di dirle gli esiti.-
-Non per insistere, ma… E farne un’altra, magari fatta meglio, più ampia? Il modello potrebbe essere quello del Comitato per l’erezione della Facciata di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Pensi che tra i premi vi era stata messa una Madonna in mosaico dono di Pio IX.-
-Sarebbe da riprovarsi, sì. Ma non ci sono premi altrettanto allettanti.-
-Come no? La comunità è ricca, si pensi alla dignità di Lonigo! Deve instillare nei Lonigotti un po’ di amore e fiducia per questo progetto, coraggio!-
-Leoniceni.- Mi correggono entrambi.
-E il Municipio?-
-Ci offre 6000 lire annue, più qualche migliaio dal Principe Giovanelli di quando in quando.-
-È qualcosa, ma non è bastante. Si deve trovare il modo di scuotere la popolazione da questa apatia. Quando sarà compiuto il Duomo si conterà tra le migliori fabbriche innalzate in Italia nell’ultimo trentennio.-
-Bisogna che ognuno faccia la sua parte.-
-Senz’altro. Penso di scriverne un articolo, può essere d’aiuto.-
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.
Inizio X secolo

Estraggo la lancia dal corpo dell’ultimo Ungaro che ho ucciso e mi guardo attorno. Uno sparuto gruppo di sopravvissuti si è riunito nei pressi dei ruderi fumanti della chiesetta di Santa Marina: un paio di vecchi, mia moglie e tre bambini figli di mia sorella. Mi rivolgono occhiate guardinghe mentre qua e là si levano i lamenti di coloro che agonizzanti sono ad un passo dalla morte. Prendo la spada del mio sfortunato assalitore e me la metto alla cintura, la mia si è spezzata. Accanto ai resti carbonizzati di un’abitazione si fa strada il fabbro, mezzo zoppo, e mi rivolge un cenno del capo. Uno dei vecchi sospira, è suo padre.
«Chierico, che Dio ti salvi! Con una lancia… quanti ne hai uccisi?»
«Cinque.»
Il fabbro ride scuotendo il capo e si mette a frugare tra gli averi di un altro Ungaro, morto nel momento in cui a sua volta uccideva una donna armata.
Che peccato che una donna così valente sia morta… era una dolce compagna.
Dalla parte opposta spuntano due ragazzini con un carretto, sono i giovani a cui poco prima ho dato l’incarico di trovare un carro ancora utilizzabile. Nell’avvicinarmi ai massi della piccola chiesa raccolgo tutte le armi ancora buone e le spartisco con questi miseri che la morte non ha voluto portare con sè. Do i pugnali ai bambini e la lancia a mia moglie. Un vecchio ha il martello della fucina e l’altro il suo bastone.
I bambini hanno freddo, ma non dicono nulla. Sono davvero resistenti.
Non posso fare altro che dare loro i mantelli degli Ungari che non sono intrisi di sangue. Ne scelgo uno e lo faccio a pezzi, troppo piccoli per un uomo, ma più che sufficienti per loro.
Dalle macerie della chiesa estraggo invece l’unico evangelario, un calice ed un paio di croci, tutto il resto è inservibile. I santi dipinti mi osservano anneriti dai pezzi di muro sparsi qua e là.
Da Sud-Ovest giunge un gruppetto di sopravvissuti proveniente dalla vicina San Tomà. Puntiamo le armi contro di loro, ma non ci sono ostili e così lasciamo che si uniscano a noi. Saranno circa una dozzina.
«Chierico, conosci le preghiere per le esequie?»
«Sì, ma non sono il parroco».
«Abbiamo dovuto sepellire le salme di alcuni nostri parenti, dobbiamo…»
«Mi spiace, non mi farei remore ad agire in altri momenti, ma ora non ci è data nemmeno la pietà per i morti. Temo che gli Ungari facciano ritorno, come in passato».
«Venite con noi, andiamo tutti a Bagnolo, la chiesa è ancora in piedi».
Scuoto il capo, sto per rispondere, ma il fabbro mi precede.
«Non è il caso. Sarà presto sera ed occorre un posto più sicuro dove potersi difendere».
«Meglio seguire il corso del Fiumenovo, a Nord-Ovest – aggiungo – noi conosciamo meglio quei luoghi».
«Non c’è nulla di là, solo paludi, zanzare e desolazione». Ribatte uno di quelli di Bagnolo.
«Quale miglior luogo dove nascondersi? C’è una collinetta abbastanza ampia, tra le due anse del fiume, potremmo ricominciare da là». Non sono mai stato più sicuro di così. Potrei dire che me l’ha mostrato Gesù Cristo…
«State scherzando spero. Non c’è proprio niente di là, solo fango e malattie, morte certa. A Bagnolo ci sono degli edifici integri».
«Ancora per poco. Voi non li avete visti bene, questi. – Il vecchio col martello ne indica uno, cadavere. – Uccidono per razziare e tornarsene al loro tugurio, gli edifici ancora in piedi e non fatiscenti sono il loro obiettivo primario. Mettiamolo alle urne piuttosto.»
Che sia la sua eredità di antico romano? Il mio essere longobardo sarebbe più diretto.
«Bah, non serve. Chi vuole mi venga dietro, quanto agli altri… addio». Partono in sette, a tornare da dove se ne sono venuti.
Non perdiamo altro tempo neanche noi: carichiamo il poco rimasto, qualche gallina, due capre, un’asina, gli attrezzi agricoli e per cucinare. Anche i bambini e gli anziani sono sul carro. Alcuni cadaveri li sepelliamo su tombe vuote, altri su quelle vecchie, mentre gli Ungari in una pira che accendiamo.
Partiamo senza rimpianti, magari in giorni di pace si potrà ancora vivere in questi luoghi, forse un giorno si lotterà di nuovo qui e nuovo sangue si offrirà in sacrificio a lavare quello antico, il nostro.
Rido.

Ecco, siamo tutti sul colle sopraelevato ed il Fiumenovo ci protegge sui lati Nord ed Ovest, mentre sui lati Sud ed Est il terreno o è molle ed insidioso o, il più praticabile, ha bisogno di tempo per essere percorso tra rocce e piante. Sulla cima c’è un’ampia pianeggiata con qualche rudere che pare un rifugio di fortuna di un disperato che deve essersene andato. Non c’è nient’altro, tranne i segni di centuriazione romana appena visibili sotto di noi. Abbiamo allestito un campo ed un piccolo steccato per gli animali. Sono tutti attorno al fuoco per scaldarsi, mentre noi facciamo la guardia.
Anche il cielo di questo tramonto pare tingersi di rosso, spero non piova. Recito tra me e me qualche preghiera ed alcuni ringraziamenti per poi mettermi a sedere sul prato ad osservare oltre il fiume. Si potrebbe davvero costruire un nuovo abitato qui, cinto da mura.
Mi passa di nuovo accanto il fabbro nel suo giro di ronda, lo osservo accucciarsi e quasi non mi accorgo che c’è del movimento al di là del fiume, ad una certa distanza.
«Che San Cristoforo ci salvi».
Con un gesto zittisco il brusio e tutti si appiattiscono a terra, i vecchi e mia moglie restano semplicemente seduti. Un esiguo gruppo di Ungari a cavallo passa e ci fissa sostando. Il loro capo sorride, ma poi ci valuta meglio e voltandosi se ne va con espressione contrariata: siamo solo dei poveri disgraziati, non ne vale la pena.
Sospiro, avevamo davvero ragione noi.
Anche in questo caso le informazioni sono tratte dal testo Lonigo nella Storia (Voll. I) del professor Mazzadi. I personaggi sono di invenzione (per quello non hanno un nome proprio), ma i fatti e le decisioni sono reali a partire dalla distruzione del primo nucleo di Santa Marina nel X secolo. Anche l’idea del religioso armato e non ligio agli obblighi di castità, o che celebra armato, sono davvero accaduti secoli orsono nelle nostre zone.
Estate 1940, contessa Rosetta Nani Mocenigo in Pisani De Lazara Zusto
La calura della Laguna è ormai insopportabile e così Leonardo ed io abbiamo deciso di raggiungere il nostro luogo di villeggiatura a Lonigo, la cosiddetta “Rocca Pisana” di Vincenzo Scamozzi, del 1576. L’auto nera romba simile ad un bombo corazzato che sorvola scorbutico amenissimi prati. Fa piuttosto caldo e nemmeno i finestrini, aperti con la manovella, ci sono d’aiuto mentre saliamo per i colli leoniceni. Per ovviare a ciò avremmo potuto proseguire il viaggio sul far del mattino, ma questo avrebbe comportato un giorno in più di viaggio e così... eccoci qui. Ad un certo punto facciamo fermare l’auto per ammirare il bel panorama della valle sottostante e decidiamo di proseguire a piedi per l’ultimo tratto, anche a motivo dei troppi scossoni. L’occasione è propizia e do sfoggio del mio nuovo ombrellino, in pendant con l’abito di mussola. Leonardo si toglie la giacca e si fa aria col cappello, gli offro allora il mio ventaglio, ma non lo vuole.
Vedo l’entrata della nostra proprietà e mi avvicino sollevata, il nostro seguito ha già parcheggiato all’ombra ed è intento a scaricare i bagagli. Dalla Gastaldia ci vengono incontro i mezzadri, per un cortese saluto, e do un paio di caramelle ai bambini. Non ne avrò mai di miei e così me li coccolo. Oltretutto i loro genitori ci sono preziosissimi tra morari, cavalieri (i bachi), giardino e manutenzioni varie. Li ho fatti trasferire qui da circa un anno perché la villa, dove prima abitavano, è ancora in fase di ristrutturazione, ammesso che i tempi sempre più cupi ci permettano di completarla.
Mi guardo attorno, questo luogo è un vero paradiso. I mezzadri vogliono farci vedere come hanno sistemato la gastaldia e noi li seguiamo di buon grado, così nel frattempo i domestici hanno modo di predisporre la villa. Ci sono mezzi agricoli tra i più vari tenuti con gran cura, gli animali sono nell’aia e le vigne lussureggianti.
Fatti i giusti convenevoli mi faccio accompagnare dai bambini a visitare i “gironi” che ho fatto predisporre perché si possa passeggiare attorno alla villa all’ombra delle alte piante, quasi una foresta, assaporando la dolcezza dei fiori, tra cui il mughetto che adoro!
Dopo tutta questa immobilità sgranchirsi le gambe è un toccasana eppure quando salgo i gradini della villa, attraverso il pronao e raggiungo il salotto, mi lascio andare volentieri in poltrona. Osservo i ritratti dei miei avi alle pareti, pare disapprovino l’averli disturbati piombando qui di sorpresa, senza alcun preavviso.
Nell’aria c’è un nonsochè di…
«Desidera qualcosa, signora?» Mi chiede Angelo, il nostro cameriere.
«Oh sì, sei una manna dal cielo! Vorrei qualcosa per ristorarmi, un… un…»
«Caffè?»
«Sai leggermi nel pensiero».
«È così».
Mi volto e trovo la tazzina già pronta sul vassoio. Allora era questo il profumo che sentivo!
«Come faremo senza di te».
«Ci sarebbe un’altra persona, che forse non saprebbe leggervi bene come me, ma non è mai detto».
Sorrido, non ci sono mezze misure qui.
«Vi siete sistemati per bene? È tutto a posto?» Chiedo assaporando la bevanda con qualche biscottino.
«Sì, ora c’è più spazio rispetto all’ultima volta».
Prima, nel piano terra, ci vivevano i mezzadri e così la Rocca era più viva e sorridente. Ma è meglio così, i bambini erano scalmanati e facevano di quelle arrampicate, lassù sulla cupola, da far tremare le vene ai polsi.
«In cucina non manca nulla, ad Ottorina?»
«No, no, siamo rifornitissimi».
Si unisce a noi anche Leonardo attirato dal profumo di caffè, il monocolo che brilla con eleganza.
La giornata trascorre serena e mi aggiro per gli ambienti della Rocca spiando i panorami dalle tre finestre a serliana (due aperture rettangolari, o luci, con al centro una ad arco) oppure dal colonnato ionico dell’ingresso. Mi pare di essere una dea dell’Olimpo che osserva la vita degli uomini dall’alto, al di là degli affanni mortali. Vorrei che fosse così, ma la situazione politica è terribile… di appena due anni sono le nefaste leggi razziali. Per non parlare dell’asse d’acciaio con quel demonio di Hitler. Mussolini è affascinato dal potere e lo brama con tutti i mezzi… prima o poi sarà la fine dell’Italia… Ahi serva Italia, di dolore ostello, […] non donna di provincie, ma bordello! (Dante, purgatorio VI vv. 76-78)

I grilli, ignari delle faccende senza senso degli uomini (ma non meno dolorose), inframezzano il loro canto a quello stridente delle cicale che si attardano ben oltre il tempo pattuito. La frescura della notte attraversa lieve le stanze del piano rialzato e sale dal marmo traforato del pavimento per la raccolta dell’acqua piovana. Un tempo la cupola non c’era e forse sarebbe il caso di toglierla nuovamente.
Ammirato il firmamento e sostato per un poco in cappella mi ritiro nella camera padronale, Leonardo già dorme e mi addormento quasi subito acccanto a lui.

Un gemito, qualcuno si lamenta di sotto, nel buio, e la sua voce riecheggia. Mi sveglio appena, il dormiveglia mi ghermisce nel suo torpore e non posso fare altro che assecondarlo. Me ne resto lì ad ascoltare questi lamenti per un poco ed è inevitabile che mi riprenda del tutto. C’è qualcosa che si muove là sotto e sospira. Pare un uomo.
Sveglio Leonardo, ma sbuffa e si gira dall’altra parte tornando a dormire. Dalla porta vetrata si accende un lumino e quando sento bussare ho un sussulto ed è soltanto la decenza a non farmi emettere un gridolino. È la mia cameriera.
«Santo cielo Caterina, che cosa succede?» Chiedo quando la raggiungo.
«A go sentìo lomentarse e Angelo l’è n’à a vedare xò. Invexe mi… a so vegnù a vedare se gavì bisogno de calcosa». Non vuole ammettere che ha paura ed un brivido mi corre lungo la schiena.
L’orologio da credenza fa la mezzanotte precisa e… dopo l’ennesimo lamento corriamo entrambe in cappella a trovare conforto ed a sbirciare di sotto dal finestrone ellittico. Guardacaso passa Angelo e così lascio Catterina a pregare e lo chiamo.
«Che succede? Si è intrufolato qualcuno per caso?»
Angelo sussulta.
«Nossignora. Lo sente anche lei? Ho paura che… che… si tratti di…»
«Non lo dire nemmeno!»
Non è credibile, no? Non è credibile no?

I lamenti continuano per qualche tempo, in cui anche Angelo ci raggiunge mentre mio marito russa, fino a che non si avverte come un risucchio d’aria. Delle porte si chiudono di colpo, in cantina, ed una grande imposta di una serliana si spalanca facendoci gridare. Poi appare Leonardo in camicia da notte e gridiamo ancora, Caterina per poco non lo assale. I lamenti sono svaniti…
«Che cosa state combinando? Va bene gli inservienti, ma anche tu Rosetta, non ci posso credere». Il sonno l’ha reso scorbutico e dopo avermi apostrofato così si ritira.
«Maria vergine! Sto chì l’era un vero bào moro… E ora chi xè che va in leto? Sto chì piuttosto, ch’el padreterno el ne daga ‘na man!»
Non so con che coraggio ce ne torniamo a letto, ma mi addormento subito ed al risveglio è già giorno.

Nessuno di noi ha il coraggio di parlare dell’accaduto, tranne Leonardo che ci punzecchia come un bimbo dispettoso. Non ci crede, o forse è meglio dire che non ha sentito nulla.
Angelo ci serve la colazione, mentre Leonardo ha appena aperto il giornale e legge con calma fumando.
Assieme al giornale alcune lettere di amici e poi un involto simile ad un piccolo libro. Lo prendo con curiosità e cerco il mittente… non c’è.
«Angelo, chi ci manda questo?»
«Non lo so, stranamente non c’è scritto».
Com’è curioso… Apro la busta ed in effetti si tratta di un libro: le «Poesie» di Iacopo Vittorelli, del 1911.
«Ti dice qualcosa, Leonardo?»
Abbassato il giornale solleva un sopracciglio, per poi scuotere il capo. Lo sfoglio ed inizio a leggere, dopo la prima poesia, un «invito all’usignolo», sono quasi tentata di chiudere il libro, ma volto pagina e… oh, cielo!

«Leonardo, Angelo! Santo cielo! I lamenti, l’ombra, la mezzanotte è lui… Ezzelino da Romano».
Leonardo chiude il giornale e sospira seccato. Poi legge il sonetto e s’illumina.
«Attendete qui un attimo». Se ne va in salotto come un fulmine.
«Cosa gavìo de prima matina? Xà stanotte xè sta un terore…»
«Siedi qui e ascolta».
«Ala vostra tola? Non posso mìa».
Non ho tempo ora per queste rimostranze. Glielo leggo ed al sentire la parola «lamento» ha un sussulto e si siede senza proferir parola. Alla fine sbianca, credo di averla traumatizzata.
Leonardo è di ritorno con un grosso volume sottobraccio.
«Devo dire di ricordarmelo diverso, ma lo Scamozzi ci dice qualcosa in merito ad “alcune vestiggi” precedenti a questa fabbrica. La voce su Ezzelino comunque non mi è nuova».
«Chi xelo sto Scamozi?»
«L’architetto della Rocca e questo è il terzo libro della sua opera “L’idea della architettura universale”, guarda, ecco la pianta».

«E ‘desso? Xa femo? A go massa paura… Xè vero? Davvero ghe xè uno spirito?»
Leonardo ride di gusto e torna al suo giornale
Ci mancava solo Ezzelino Da Romano…
«Beh, qui la poesia dice che il cielo ha cura della nostra salvezza. Dopo tutto questo tempo se qualche spettro avesse voluto farci del male l’avrebbe già fatto. Non temere». Almeno lo spero.
«Il problema però è doppio. Chi manderebbe un libro così proprio all’indomani dell’apparizione? Come ha fatto a…»
«’No scherzo? E de chi? Oh santa madre de Dio!»
«Non lo sapremo mai purtroppo».
Ho trovato la poesia del Vittorelli per caso, cercando su “google libri” dei volumi sulla storia leonicena. Sapevo di questa leggenda con fondamento storico (Mazzadi, Lonigo nella Storia), e cioè la presenza di alcuni ruderi dell’epoca di Ezzelino III Da Romano (XIII sec.), che non erano nient’altro che una rocca o postazione di vedetta su cui lo Scamozzi ha eretto il suo edificio. Mi sono quindi documentato sulla contessa, i Brait, la seconda guerra mondiale ed il gioco è fatto tra invenzione e realtà (solo il nome della cameriera Caterina è inventato). Molti dati sulla vita quotidiana della villa vengono infine dalla lettura di un vecchio articolo online del 2009 di Paolo Maria Coniglio, che ringrazio.
Il racconto romanzato e la spiegazione sono proprietà intellettuali di Pierluigi Rossi.