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Vi propongo oggi la seconda parte della mostra virtuale che per comodità ho chiamato Tutte artiste +1. In questo caso credo si possano facilmente individuare delle affinità, quasi una sezione extra rispetto alla prima parte. Ritorna più volte, come soggetto, il “di profilo” che si unisce ad un desiderio comunicativo esile e pacato, appena allegro, che rivitalizza uno spazio composto di temi antichi.

Emilia De Vitis, Piccola monostampa, monoprinting, 2025,
L’arte è eccelsa e sempre riesce a rilevare elementi altrimenti difficili da cogliere come la traccia di un’impalpabile presenza, oppure un’assenza, in una modalità profonda e dotta. Su un fondo rosso-azzurro si stagliano le nere sagome di alcune fronde, l’una disposta in verticale con piccole foglie, l’altra in orizzontale con foglie grandi e tonde. Al di sopra è calato un velo semitrasparente, una nebbia simile ad un tendaggio che misticamente delinea il profilo di un’anima, quasi un’ombra su muro, che potrebbe rappresentare un giovane pastore con cappello di paglia (sulla schiena) e bisaccia, ed al contempo una statua colma di una grande dignità. Non pare raffigurare una donna ed i suoi lineamenti efebici potrebbero indicare la sua identità. Che si tratti di Paride, che dà inizio alla guerra di Troia, oppure del bellismo Adone, o di Ganimede rapito da Zeus per divenire il coppiere degli dei? Il tema dell’amore, con la sua presenza/assenza, potrebbe rimandare allo stesso Eros. Quest’opera unica, non riproducibile in virtù della sua tecnica, è profonda e promette inesauribili riflessioni.

Ada Nori, La separazione, terracotta, 2023,
Una figura ieratica si staglia di netto da uno sfondo nero e dritta come un fuso rivela con spontanea eleganza la sua misura interiore, o forse una doppiezza d’animo che è stata ri-equilibrata, pacificata. Lo sguardo, le braccia disimpegnate lungo i fianchi e l’abito semplice sono segnati da una linea di demarcazione che però non riguarda i piedi, uniti e sulle punte. I capelli sono raccolti sulla nuca in una stretta crocchia che rimanda ad un’idea di autocontrollo che non lascia nulla al caso e trasmette un’accuratezza spiccata. Gli occhi sono aperti e guardano avanti, la bocca è dischiusa a comunicare un incomprensibile messaggio silenzioso e di leggera enigmaticità. Anche il cubetto su cui questa figura femminile è posta è rigoroso e geometrico, offrendo un piccolo spazio abitato con disinvoltura, assieme ad una tendenza che propende verso l’alto. Pare di scorgere uno di quegli idoli egizi con una figura di dea non zoomorfa che si ritrovano nelle tombe, un oggetto devozionale, magico, dai poteri taumaturgici (di guarigione).

Rossana Riboldi, La luminescente, ceramica raku, 2025,
Un grande bacile, simile ad una metà di luna, risplende perlaceo nel restituire bagliori d’oro e d’argento nell’attendere il suo utilizzo magari in qualche antica cerimonia misterica. La sua superficie esterna è butterata, con cavità e crateri che paiono scaglie di serpente, o di drago, ma anche petali dei fiori di loto cari al buddismo. La sua luminescenza ha qualcosa che attrae e che, lucida come un sogno, luminosa come un faro nella notte, conduce a nuovi eterei approdi. La sua superficie interna ricorda invece un vegetale, un tubero scavato dai toni verdeacqua, oppure un guscio o il grande carapace rovesciato di una tartaruga. Può essere che l’oggetto risuoni durante l’utilizzo con note d’argento credendosi quasi un bracere, un tripode di metallo prezioso che nell’antichità si riceveva in premio dopo aver vinto qualche gara (agone) per poi farne dono ad una divinità. Dopo questo rimando greco si potrebbe prendere lo slancio e guardare molto più ad oriente in virtù di una semplice irregolarità che parla di pause, ritmi studiati e contatto naturale.

Emilia De Vitis, Airone cinerino, tecnica mista, 2026,
Il profilo di unairone cinerino emerge tra le mangrovie più intricate per spiare gli umani e probabilmente guidarli nel loro viaggio. Al di sotto una ninfa cinge il corpo dell’animale e ricorda la posizione del supplice nell’antichità, ad abbracciare le ginocchia in atteggiamento sottomesso. Nel mito si ricorda la ninfa Teti che supplica Zeus di favorire il figlio Achille nei suoi terribili propositi di abbandono della guerra di Troia. Il suo sorriso è enigmatico, da gioconda, e con le mani imita divertita le zampe palmate dell’impassibile e stentoreo airone. Tra i due un ponte rosso, quasi uno di quelli che le leggende popolari indicano realizzati dal diavolo o da soprannaturali entità tentatrici. È come se qui ci fosse un sopra (con aria, vegetazione ondeggiante, ecc…) ed un sotto (acquatico, infero e magico). Da quest’ultima zona tutto si scioglie, scivola nell’astratto, e figura e non figura si fondono per suggestioni tutte piene che sanno miracolosamente restituire leggerezza.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.