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Gianfranco Berti è un artista leoniceno curato ed attento, che fa della leggerezza una delle sue caratteristiche pittoriche migliori. A ciò si deve aggiungere una minuzia descrittiva che ama la calma, unita all’utilizzo di toni pastello (o comunque più chiari) che amplificano ulteriormente questo concetto, in visioni spesso dall’ampio respiro. Un’altra parte della sua produzione è legata al ritratto in cui le persone care all’artista vivono e rivivono fortificate dall’affetto, in maniera imperitura. Oltre ai paesaggi leoniceni ed ai ritratti dei suoi cari, questo pittore realizza scene di genere, di ieri e di oggi, in cui le sue figure si muovono senza peso, sgravate delle preoccupazioni della vita: null’altro che attimi di felicità salvati dal tempo a resistere strenuamente contro le sue lusinghe ed insidie.

Gianfranco Berti, Madonna dei miracoli, olio su tela,
Il santuario del miracolo mariano risplende simile ad un palazzo delle favole, stagliandosi in un cielo irreale di una limpida giornata primaverile. L’atmosfera che si respira è di attesa, mentre tutto è sospeso e nulla pare muoversi come in un sogno ad occhi aperti. C’è una delicata geometrizzazione delle forme, una nettezza luminosa che taglia la reggia fatata quasi un gioiello, uno sfaccettato diamante. Si coglie un forte e magnetico misticismo che permea ed esalta l’evidente realismo della tela. Le morbide tonalità dei campi, l’emozione rosata delle pareti dell’edificio ed il leggerissimo celeste del cielo contrastano con i toni scuri degli altri caseggiati che paiono invece parlare della transitorietà delle cose opposta al perdurare della spiritualità.

Gianfranco Berti, Piazza Garibaldi, olio su tela,
In quest’opera la piazza di Lonigo esalta le sue forme dopo uno scroscio di pioggia, probabilmente a marzo, in occasione della sua antica fiera cavalli. I fatti miracolosi dell’apparizione riferita sopra hanno aggiunto all’evento fieristico una maledizione, la pioggia (che in alcune occasioni è stata anche benefica), in soprannaturale memoria del pugnale che ha trafitto l’immagine dipinta della Madonna, la mano della quale si è mossa a coprire la zona ferita (del viso). I tenui colori degli edifici che formano la piazza paiono quasi dei miraggi della luce che si rifrange in arcobaleni per l’aria carica di umidità. Le superfici scintillano e le persone si muovono come alleggerite di pesanti fardelli. Da rilevare le qualità prospettiche che scandiscono le varie aree con perizia descrittiva e leggera sincerità.

Gianfranco Berti, Veduta di Ponte San Giovanni, olio su tela,
Il fiume Guà gorgoglia docile e piatto nel suo letto “nuovo” rimpiangendo forse i tempi in cui circondava il castello di Calmano, dove oggi c’è il Duomo e prima di questo il convento di San Marco. L’artista dell’opera è arguto e perito ed imita l’effetto dello scorrere ininterrotto delle acque, che un tempo azionavano la ruota di un mulino, con maestria e guizzo frizzante. Il ponte pare un merletto, una trina lavorata a traforo da abili scalpellini che romanticamente adombra il rio che sovrasta. Su tutte le cose dipinte troneggia il cielo, più intenso degli edifici sottostanti, che ricercano controvoglia un po’ di anonimato da questo artista che li ha voluti ritrarre.

Gianfranco Berti, Ritratto di Aida, olio su tela,
Una parte della produzione artistica di questo pittore è legata al ritratto, principalmente di parenti ed amici, come in questo caso la nipote Aida. Lo sguardo diretto, la luce ad illuminarne il viso, un sorriso via via più ampio: è chiaro il grande affetto che rende spontaneità alla vicenda e radiosità alla figura. Felice lo sfondo con la staccionata bianca ed il decorativismo floreale che arricchiscono la posa, per non parlare dell’abito con arricciature e motivo a rose. C’è di base uno studio attento, lungo e curato che vale tutto il tempo impiegato e ripaga con emozioni evidenti, per momenti destinati a durare.

Gianfranco Berti, Mulo e contadino, olio su tela,
Un anziano conducente di muli è colto sorridente mentre guida il suo somarello che trasporta due ceste colme di castagne con ancora il loro involucro puntuto. A terra, qua e là come una scia, se ne individuano alcune (che devono essere cadute), la strada è umida, piena di fango. All’orizzonte alcuni edifici si nascondono tra la nebbia simili alle mura di un castello, mentre attorno spaziano grandi distese di campi. La docilità del mulo ben si accompagna alla calma senile del contadino e questo senso generale di rilassamento deve essere stato la molla che ha ispirato l’artista all’esecuzione dell’opera.

Gianfranco Berti, Paesaggio leoniceno, olio su tela,
Il campo arato, in questo paesaggio leoniceno, pare proprio un foglio bianco pronto per essere scritto, vergato da parole di poesia che ricordano il famoso indovinello veronese. Questo campo sembra inoltre un fiume vitale dal quale si origina miracolosamente la vita. Si deve prestare attenzione anche all’infilata di alberi che rimandano a quei paesaggi veneti di artisti del rinascimento quali Giorgione, Tiziano, Lotto… Anche i caseggiati ricordano quelle atmosfere, che risentono qui del cambiamento dei tempi pur non mutando la loro funzione agricola. L’opera non esaurisce qui la sua portata, inerpicandosi fin su per le montagne grazie allo sfumato leonardesco. C’è nuovamente quella leggerezza di cui si è detto in precedenza ed un divertissement con il passaggio dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.