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25 aprile 1945, vicende partigiane di Lonigo... giovani per sempre

In occasione di questo 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, ho pensato di pubblicare qui alcune scene romanzate di vicende realmente accadute a Lonigo tra il 26-27 aprile 1945 prima dell'arrivo degli alleati. Fatti, persone ed eventi sono frutto di studio e di ricerca. Vorrei che fosse chiara l'idea di dar voce a figure senza le quali il mondo sarebbe un posto ancora peggiore. Questi giovani per sempre ci guardano, valutano il nostro operato e rinascono papaveri per sentire di nuovo la vita scorrere in loro e per comunicare con noi...

26 aprile 1945
Il pomeriggio è caldo ed assolato in Via Trieste e nulla può sciogliere la lama di ghiaccio che mi si è confitta nel cuore. Un silenzio irreale assorda i presenti, a tal punto che neanche gli uccellini si arrischiano di cantare. Assisto nuovamente ad una lenta via crucis, un ulteriore venerdì santo che porta l’agnello innocente ad immolarsi senza reagire. È uno strazio infinito e non vorrei altro che fermare tutto, io Egidio Mazzadi, scacciare i nazisti e liberare questi poveri nostri giovani dalla guerra e dal fascismo. Non mi è però possibile fare niente, devo garantire loro una possibilità seppur flebile di salvezza e soprattutto non devo peggiorare le cose. Forse, forse se riuscissimo a temporeggiare…
La camionetta tedesca procede con esasperata lentezza, priva della sua copertura superiore, per mostrare cinque giovani compagni malmenati, costretti in ginocchio e con i polsi sanguinanti legati dietro alla schiena dal fil di ferro. Si tratta del gruppo mandato in aiuto di quei compagni che sono stati ahimè fucilati alla chiesa di Santa Marina. E pensare che in un primo momento erano anche riusciti a disarmare le SS, ma hanno cantato vittoria troppo presto! I tedeschi sono del tutto in forze e ben equipaggiati, non sono così arrendevoli. Le tattiche di guerra le conoscono bene, accidenti! Ma cos’altro avremmo potuto fare per ostacolarli? Questo è l’ardimento di Lonigo, questi i suoi giovani che vanno ingiustamente al patibolo come Gesù Cristo. Ho sentito già alcuni iniziare a screditarli, davvero pensano che i tedeschi, se lasciati liberi di andare, non ci avrebbero fatto alcun male? Illusi, nostalgici ed ignavi! Noi partigiani ci sacrifichiamo anche per voi, per il vostro libero futuro… perfino se un giorno vi permetterete di dire che la colpa è nostra; lo direte con il coraggio certo dell’ignorante che si atteggia a censore della verità… Oh, se solo il nostro comandante Ettore Gallo fosse qui! Invece ti hanno incarcerato come un criminale.
La camionetta mi passa davanti. Un giovinetto mi osserva ed io lo guardo. Alberto Ziggiotto, sedici anni, il suo viso delicato è ora tumefatto, i capelli neri scompigliati dalla lotta, gli abiti sporchi e stracciati. È stato un mio allievo. Ci riconosciamo entrambi e lui ha ancora il candore dell’innocenza: mi sorride con un estremo attaccamento alla vita, una fiducia incrollabile nell’umanità, una speranza di pace ed amore, di libertà… Questo muto scambio di sguardi parla con un’enfasi dirompente ed è sublime, luminosissimo.

...

26 aprile 1945
L’Italia liberata… non lo è ancora per tutti e la bandiera con la svastica garrisce purtroppo al suo posto sopra Palazzo Pisani dove dovrebbe sventolare la vivace bandiera del leone in campo azzurro, reggitor della luna. Devo tentare di salvare i miei compagni dai boia tedeschi, ci si deve provare a costo di finire uccisi con loro. Continuo a ripetermi che posso sperare di salvarli soltanto se affronto tutto questo senza colpi di testa (come direbbe il nostro comandante Ettore Gallo). Prima di uscire dalla canonica Monsignor Caldana mi osserva per un attimo.
-È pronto, Signor Bettini?-
-Sì. E lei?-
Annuisce.
Non serve dire altro che usciamo, la tonaca nera che ondeggia leggera accanto a me. Scendiamo verso la piazza, subito il monumento ai caduti della Grande Guerra ci sovrasta e quell’«HEROUM NOMINA SERVO» («Conservo i nomi degli eroi») che vi è inciso mi è sia di buon auspicio che d’infausto presagio.
Perché ancora non se ne vanno questi maledetti nazisti, loro e quei maledetti di fascisti? Che ci lascino stare! Da sconfitti pretendono il sangue dei vessati ed io sono responsabile di questi giovani impazienti che non hanno saputo attendere ancora. No, ma che dico! Dimentico forse i soprusi e le violenze di tutti questi vent’anni? Me lo sento, alcuni posteri diranno che se la sono cercata, per inesperienza e spacconeria. Provassero loro la fame, la paura continue e l’impotenza. Ogni giorno a vederli fare del male apertamente e tu, da buon cristiano, ad agire di nascosto per il bene di tutti. Lo so che diranno “avevano fucili scadenti”, ma solo quelli ci hanno lasciato, accidenti! E che non si dica che siamo in pochi a resistere: della brigata dei martiri di Grancona siamo più di duecento.
Superato il monumento siamo in vista dell’albergo «Croce Verde», dove i tedeschi si sono insediati, a capo il maggiore Alfred Grundman. Due soldati armati sono stati posti a presidiare la porta, in giro nessuno.
-Lascia parlare me.- Mi dice l’arciprete con mezzo sorriso e fare elegante.
Si avvicina e scambia con loro qualche parola stentata in tedesco. I due acconsentono a farci passare, ma è evidente che c’è molta tensione nei loro gesti. Al parroco concedo il merito di essere riuscito ad intrattenere buoni rapporti, perlomeno civili, con questi bruti occupanti. Chissà che ora non riescano a valere qualcosa…
All’ingresso veniamo subito identificati ed una volta comprese le nostre intenzioni fatti salire al piano superiore. Ci fanno entrare in una saletta e lì attendiamo. Dopo un po’ giunge l’interprete austriaca, Ildegarte Polster, che ci è già nota ed accenna un breve saluto al Caldana.
Non riusciamo a dire altro, ecco che arriva il maggiore assieme ad altri suoi uomini. Circa sui quarant’anni, è alto, robusto e molto pallido, con i capelli biondi un po’ mossi. Il suo sguardo ci sonda mentre si accomoda sull’unica sedia presente, dietro alla scrivania.
-Che cosa posso fare per voi?- Chiede l’interprete traducendo la domanda posta in tedesco.
-Siamo qui per pregarla di risparmiare i giovani che avete catturato oggi in Via Cimitero.- Fa il Caldana.
-Ah. I cinque particiani.-
-La prego, sono giovani. Non può ritenerli una minaccia.-
Il maggiore mi scruta come a dire «davvero?» per poi ignorarmi sprezzante.
-Lo chiediamo a nome delle loro famiglie, io in qualità di curato ed il qui presente Bettini a nome della comunità.-
-Sebbene non possa liberarli, vi posso assicurare che non li fucilerò. Sono trattenuti come ostaggi. Fate sapere alla cittadinanza di non attuare altre azioni che possano danneggiare i miei soldati, altrimenti hanno ordine di predisporre una rappresaglia.-
-Dove li porterete?-
-Al comando di Montebello.-
-Davvero non farete loro alcun male?- Chiedo di nuovo.
-Non mi sono spiegato bene. Le do la mia parola di ufficiale.-
-Li conosciamo, non sarebbero capaci di nuocervi.-
Lo sarebbero eccome.
-Non ne dubito… Ora vi ordino di andarvene, abbiamo affari molto più urgenti da sbrigare.-

...
…Sono quasi le otto di sera ed ho appena fatto in modo di comunicare al comando della divisione partigiana che i cinque prigionieri si sono appena messi in cammino alla volta di Montebello assieme a due soldati tedeschi. Prego con tutto me stesso che arrivino…


27 aprile 1945
Non giunge nulla. Perché non giunge nulla? È mattino e da Montebello ancora nulla. Calcolo i tempi, confronto gli orari e penso agli imprevisti. Non sono tranquillo, è successo il peggio, lo so! Poi Caldana mi fa chiamare e perdo quasi ogni speranza. Mi precipito da lui, è ancora in canonica. C’è anche Egidio Mazzadi.
-Notizie?- domanda.
-Non io. Speravo le avesse lei.- (rivolto al Caldana)
Sospira, il viso funereo.
-Sì… In Via Marona. Hanno appena trovato dei corpi.-
-No! No!- Batto i pugni sul tavolo.
Non attendo oltre, me ne torno a casa a prendere la bicicletta e poi subito in via Marona.
Al mio arrivo c’è un gruppo di persone afflitte, sul ciglio della strada, sul fossato lì accanto sulla sinistra. Sono i parenti dei cinque giovani, sono loro. Mi vien da mangiarmi i pugni.
Non mi dicono nulla, ma i loro pensieri mi trafiggono. Guardo verso il basso. Cinque cadaveri mitragliati, alla testa ed al petto. Poveri cristi! Quel Grundman lo ammazzo con le mie stesse mani… E così diventare come loro? No, no! Siete morti per noi e per tutti, avete pagato in remissione dei nostri peccati con il prezzo più alto. Mi inginocchio a terra e prego.


L'articolo e le qui presenti scene romanzate sono proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.