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Luigi Pellanda è un artista bassanese che fa del realismo più curato e concreto uno dei suoi tratti maggiormente distintivi, con una chiara predilezione per stilemi di tipo caravaggesco. L’occhio pittorico studia gli oggetti a fondo, li scandaglia e con acume li dispone su un piano, giocando con elementi essenziali (stoffe, vasi, piante ed oggetti) per ricreare una realtà che parla da sé e stimola alla ricerca di un senso altro rispetto alla sola e semplice visione. Si tratta di opere frutto di lunghi mesi di lavoro che l’artista realizza grazie a decenni di esperienza che gli hanno consentito di sviluppare una sensibilità accorta unita ad uno sguardo profondo e vivace. La sua produzione è vastissima e si sviluppa a partire da un ragionamento posato e ritmato, proponendo accostamenti sempre inediti e singolari. Nella disposizione degli elementi vegetali si scoprono delle affinità con l’Ikebana giapponese (l’arte di disporre le piante), ogni oggetto è studiato per emergere con veemenza e quindi essere ammirato dall’osservatore. I rapporti spaziali, la volumetria della luce ed il colore hanno un’ampia valenza che permette un novero di combinazioni, quasi delle variazioni su tema, in cui la sua maestria ha modo di esprimersi.

Luigi Pellanda, Bricco e noci, olio su tela, 2007,
Un vascello azzurro naviga tra i flutti, in un mare di onde di stoffa, per raccogliere barili e casse così simili a frutta secca avvolta nel proprio guscio. Il vascello ricorda una ceramica con la sua lucida superficie che solca le acque e vi si specchia pacata. Che cosa è accaduto? Probabilmente un naufragio in cui una compagnia di navigazione cerca di recuperare almeno una parte del suo carico perduto… Si tratta ovviamente di un divertissement, un gioco erudito che ammira le atmosfere compositive che solo un pittore perito ed esperto è in grado d’inscenare. Tre quarti della composizione sono occupati dallo sfondo e ciò fa sì che stoffa ed oggetti, concentrati nell’ultimo quarto, si staglino nettamente e si esprimino con vigore quasi trasfigurandosi. Quest’opera è luminosissima ed ogni superficie è trattata con una lenticolare maniacalità in grado di rendere prodigiosi anche gli utensili più usuali. Il bricco del latte deve avere comunque un significato particolare per l’artista ed infatti “il vascello” ritorna più volte all’interno della sua produzione. La lucentezza specchiante, nonché la colorazione, giocano in suo favore per una vocazione marina innata.

Luigi Pellanda, Orchidee magenta, olio su tela, 2012,
C’è una grazia ferina in questi tre fiori d’orchidea, così simili alle teste di cerbero, cane degli inferi, dotate di una vitalità animosa e straripante che il vaso nero e pregiato fatica a contenere. Le radici aggrovigliate che escono dal sottosuolo si torcono come ghirigori e compongono forme significanti (come il simbolo dell’infinito, in basso a sinistra), affascinanti ed arcane. Lo sfondo (che occupa pressoché tutto lo spazio) è di un niveo latte con tocchi di giallo impercettibile, un caglio che si fa spiaggia nelle esili dune del tessuto dove la composizione si posa. Tutto questo candore, che ricorda certi luminismi del primo Caravaggio, è assorbito dalla materia del vaso che inghiotte la luce come un buco nero, un’oscurità da Averno, mortifera e sanguigna. Che si può dire se non che, nonostante tutto, la natura è in grado di emergere ovunque nelle forme più singolari ed amene incutendo timore commisto a reverenza?

Luigi Pellanda, Inclinazioni armoniche, olio su tela, 2004,
Il papavero è un fiore assai nobile e la sua evidente delicatezza si ammanta di rosso, ed in questo caso anche di giallo, per colpire la vista di chi lo osserva, specialmente delle api e degli insetti impollinatori. L’artista ha colto qui egregiamente le sue peculiarità, dal lungo stelo con tendenza rampicante alla leggerezza dei petali che cadono facilmente: un’innocenza che non è fragilità o debolezza, ma coraggio. Il papavero rosso è l’emblema del partigiano e del suo sangue versato per la libertà, un monito che rinasce ogni anno ad aprile e che, in questo caso, non appassirà mai. Nella tela il tessuto che ricopre il piano rievoca la sabbia del deserto, in una zona placida e serena modellata soltanto dalla brezza. La luce è presente in misura maggiore con ombre però più dolci e sfumate che conferiscono profondità alla scena, mentre i petali in piena esposizione filtrano la luce per restituirsi trasfigurati. Questi tre fiori si abbarbicano fra di loro per raggiungere nuove vette, già spargendo i petali al suolo, come sangue vitale che irrora la terra.

Luigi Pellanda, Profughi verso Lampedusa, olio su tela, 1997,
Quest’opera è la dimostrazione di come un titolo faccia la differenza nel veicolare messaggi altri di cui l’immagine si fa portavoce: un cesto di frasche intrecciate, delle pere e susine disposte in precario equilibrio in un “mare tessuto” sono prossime ad un precipizio da terrapiattista finis terrae. Le pere abate brillano alla luce, risplendendo d’oro e di bronzo, le susine come gioielli si stagliano da uno sfondo ocra monocromo che ricorda con evidenza il fondo oro medievale dell’arte sacra. Una natura morta, o meglio morente, si cala in un’atmosfera fuori tempo che la esalta per esiti profondi rispetto al puro visibile. Superba la scelta di porre delle esili e verdi frasche in una posizione ellittica che sale verso l’alto, quasi una preghiera desolata non meno colma di speranza che denuncia il dramma dei profughi. Enea, il profugo dei profughi, pius perché conscio della sofferenza umana, dovrebbe ricordarci che su ciò si fonda Roma, non su una presunta autoctonia… siamo tutti figli del mondo e delle migrazioni umane, dovremmo esserne felici.

Luigi Pellanda, La teiera rossa, olio su tela, 2007,
Gli elementi cardine, attorno ai quali il nostro artista dispone il proprio ragionamento compositivo/pittorico, sono a questo punto chiari e così esemplificabili: il piano (il taglio visivo e l’angolazione), il tessuto (le onde e le pieghe), i contenitori (vetro, legno e ceramica), la natura contenuta ed infine il colore. In questo caso il titolo fa intuire che è stato preparato del thè oppure, visto il colore, dell’infuso di ibisco, il carcadè. Di questa bevanda è nota la sua intensa colorazione rossa, colore che infatti qui ricopre tutto, quasi un novello Mar Rosso od il Nilo biblico. Il tessuto ricorda la sabbia e l’atmosfera arabeggiante è perfetta, l’intensità solare è al crepuscolo e già le ombre si allungano, presto giungerà il gelo della notte. Chi avrà abbandonato qui questa teiera? Sherazade de’ Le mille e una notte oppure è l’insolita dimora del genio della lampada? Il taglio scenico è un po’ rialzato, ma non così tanto da permettere d’intuire l’intorno e ciò stimola l’immaginazione…

Luigi Pellanda, La zattera, olio su tela, 1996,
Un tessuto colmo di pieghe, che la luce illumina dall’alto, è disposto sopra un piano rialzato che divide lo spazio a metà e rivela un precipizio scuro, un vertiginoso baratro oltre il quale non si vede la fine. Il fondale è di un colore terroso, una sabbia calda con toni di rosso che assorbe la luce e fa brillare (gli inglesi direbbero shimmering) gli oggetti protagonisti dell’opera. Sul limitare di questo dirupo è posto un vassoio circolare di legno e vimini su cui si dispongono due mele renette, quattro susine o prugne violacee ed un grosso grappolo di uva color dell’ambra e del miele. Fuoriescono due acini, di cui uno quasi sul punto di staccarsi: essi osservano con curioso interesse ciò che avviene al di sotto (di cui non ci è dato sapere). C’è un forte realismo (le ammaccature degli acini, i nodi del vassoio, ecc…) che pervade questa frutta, che giace sicura in una specie di torre d’avorio con balaustre, tale da renderla al pari di un diadema. Tutto ciò ricorda a chi fa quest’analisi un passo del terzo libro dell’Iliade (l’episodio della teikhoskopia, l’«osservazione dalle mura», vv.146-244) in cui Priamo, Elena e gli anziani della città di Troia osservano, dall’alto della torre, i greci che si dispongono al di sotto nei pressi delle porte Scee, in attesa di quello che dovrebbe essere il fatidico duello tra Paride e Menelao per stabilire chi dei due debba essere, davvero e definitivamente, il legittimo sposo della donna contesa. Dal testo si intuisce che l’osservazione degli eventi avviene da una posizione protetta e sicura. Si tratta di un incredibile momento di sospensione narrativa, ma anche effettiva per i personaggi in scena. Una tale suggestione pare aleggiare anche qui, in un’opera colta e sofisticata che si nasconde dietro un’apparente semplicità, un’innocenza esibita, per raggiungere vette inattese, dove la frutta rappresenta i protagonisti del poema ed il vassoio la torre che si staglia sopra le mura.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.