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Daniela Alessi è una fotografa appassionata, un’artista della macchina fotografica che non costruisce lo scatto, o non sempre lo fa, per invece lasciarsi guidare dalle occasioni che la vita le offre. La sua peculiarità è lo spirito di osservazione, la chiamata o vocazione artistica che altro non è che una sensibilità esercitata nel tempo ed istruita da corsi, mostre e consigli di chi si è cimentato prima di lei. Le tecniche fotografiche le sono tutte note, le inquadrature, gli effetti, le ombreggiature che sono sempre calibrate e mai eccedono o caricano la visione per una freschezza leggera e arguta, spigliata, in cui si avverte un sentimento immediato e colto.

Daniela Alessi, I 2 cavalli, fotografia, 2019,
Che cosa ci fanno due cavalli, docili a pascolare sul ciglio di un precipizio? Il taglio scenico della foto offre una scatola spaziale che guida la vista e consente un approssimarsi lento, pacato, che non perturbi la visione. La natura circostante è in rigoglio, ma già si capisce il destino della stagione che fa cadere le foglie e velare il cielo di foschia. Il panorama si allunga all’orizzonte con un senso da sfumato atmosferico leonardesco di ampio respiro che induce a contemplare gli spazi, intuire i volumi ed interrogarsi sul campanile che si vede spuntare da lontano. Altro protagonista dello scatto è il lato di questa casa con un’insolita macchia di umidità che scende dall’alto, con un senso di precarietà sostenuta e di solida compattezza che si fonde con la vegetazione circostante. Tutto è immobile e soltanto i cavalli avrebbero il diritto, che non esercitano, di spostarsi. È così gustosa l’erba sul bordo del precipizio? Si tratta quasi di una natura morta, un memento mori eccezionale che si esprime senza pretese di riconoscibilità immediata e che non vorrebbe essere notato.

Daniela Alessi, Scorci leoniceni, fotografia, 2020,
Inatteso è questo scorcio, che parla di Lonigo senza dirlo e trasmette un romanticismo ottocentesco da vero falso storico. Dove sarà stato scattato? L’occhio lo sa, la mente l’ha già scorto e sta a chi osserva fare mente locale. Un utile indizio può essere la forma del lampione, con questa arricciatura a girali vegetali, tipica dell’Art Nouveau di inizio novecento, che un tempo si trovava anche in piazza. La balaustra, con queste due colonnine che mantengono in piedi la ringhiera, ha capitelli d’acanto. Una è del tutto integra, l’altra (che pure è più ampia e solida) è stata aggredita dal tempo con una furia straziante. Interessante che questa pietra orizzontale, con arcate ogivali, poggi quasi tutta sul nulla. All’estremità sinistra c’è una parete in mattone, in basso invece dei grossi lastroni un po’ rovinati e consunti usati come gradini. Come se non bastasse, a conferire quest’aria da ricordo, l’utilizzo dell’effetto del bianco e nero che esalta le volumetrie e toglie prerogative al colore.

Daniela Alessi, Sgabelli impilati, fotografia, 2025,
Quando uno scatto può dirsi d’arte? L’artista lo avverte nel momento in cui lo scorge, quell’elemento inedito, quel quid in più capace di smuovere nel profondo. Basti osservare questi sgabelli o poggiapiedi, una decina, posti in file da cinque, impilati uno sull’altro, per restarne colpiti. Apparentemente non ci sarebbe nulla di straordinario eppure quello sgabello bianco un po’ fuoriposto spezza l’equilibrio e si fa guardare. Questi oggetti paiono aver preso vita e scalcitano l’un coll’altro per emergere, uscire dall’anonimato del gruppo e rivelare le proprie qualità. Differenti sono i bordi con i chiodini dalla capocchia semisferica, una fila continua per tutti tranne che per quei tre color panna. Due coppie hanno un velluto decorato a rombi (che compongono una fila, la seconda dal basso) e poi altri due sono separati da un velluto decorato a bande floreali alternate ad altre bordeaux. Tutto questo “sgomitare” teatrale confonde gli sgabelli che non si rendono conto di essere eguali fra loro e per di più posti in uno stanzino ad uso di ripostiglio. Che senso ha sforzarsi tanto per arrivare in cima? Al prossimo spettacolo verranno estratti di nuovo e poi rimessi via con un’ordine diverso. Serve aggiungere altro?

Daniela Alessi, I 2 soli, fotografia, 2025,
Soltanto un occhio artistico dalla buona osservazione avrebbe potuto accorgersi di una simile scena, da immortalare subito con l’obiettivo della macchina come se si trattasse di un lampo, di un’idea che altrimenti svanisce. Una finestra aperta, durante il giorno, con un lampadario acceso in un interno buio ed all’apparenza vuoto hanno un chè di misterioso e per così dire cosmico. Questa grande luce dalla forma sferica è simile ad una stella che occupa la sua posizione nel reticolo spaziale ed attorno al quale gravitano i pianeti con i loro satelliti. Si tratta di un inganno che il vetro della finestra duplica per una scena che risuona in uno spazio ridotto, replicabile, che imita il grande infinito cosmico esterno. Il serramento separa invece le realtà e ricompone le apparenze facendo un po’ di verità, come quella serranda che ha il sapore del palcoscenico. Da fuori si vede il buio, eppure il buio non è più tale una volta che si è dentro: occorre un poco di immaginazione.

Daniela Alessi, Magie di luce, fotografia, 2025,
I luoghi polverosi sono sempre affascinanti perché hanno in sé le impronte della vita passata, segnali alle volte indecifrabili di ciò che è stato e che solo uno sguardo sensibile può rievocare. In questo caso l’apertura sulla destra, probabilmente una porta, ha visto il passaggio di una persona che ha perturbato l’immobilità della stanza facendo danzare la polvere. A tutto il resto pensa la luce che con il suo millenario viaggio dalle profondità spaziali raggiunge il mondo e si rifrange attraverso l’atmosfera. Senza di essa non ci sarebbe la vita ed il mistero si svolge da sé permettendo che si verifichi questo prodigio ogni giorno. Un dato particolare è quello del colore, un arancio-bordeaux piuttosto caldo che offre un accogliente senso di spiritualità e misticismo. La resa dei vari raggi di luce regala linee inclinate, complete e morbide che lambiscono i lastroni di pietra solcati dall’uso del tempo. C’è in questo scatto un forte geometrismo che non è soltanto ideale e luminoso, ma anche concreto e globale, da cui è impossibile sfuggire.

Daniela Alessi, Cicatrici, fotografia, 2023,
Questo manichino non è altri che un involucro vuoto, un simulacro che un’anima sofferente ha abbandonato, finalmente libera dagli impacci terreni. Soffre chi resta, eppure chi se ne và non vorrebbe vedere scossi i propri affetti. Si tratta una maschera con un viso del tutto realistico, che potrebbe illudere che da un momento all’altro essa si smuova dal suo torpore per riprendere vita, quasi uno dei miracoli di Sant’Antonio. Tutto del suo aspetto denota una sofferenza, dai capelli stopposi ed arruffati, alla pelle screpolata ed alla maglietta logora e strappata... Il titolo ci parla di una femminilità violata che sì, soffre, ma al tempo stesso è risoluta e dimostra una resilienza ed un sapersi rialzare del tutto encomiabile. Dei rametti sporgono appena sulla destra, quasi un partecipare ad un dolore universale che grida giustizia, ad una violenza incomprensibile ed accanita che è contraria all’animo civile e che ci si dovrebbe impegnare a risolvere. Il verde acqua del portale risuona con il colore della palma sulla maglietta, che è un antico simbolo dei martiri cristiani e del martirio in generale.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.