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Elena Greggio è una vivace artista padovana dedita al paesaggio, sulla soglia dell’astratto, che sviluppa con espressività e sentimento, unita ad un ritmo calibrato e policromo. Fabbriche simili ad antiche rovine, ma ancora in attività, emergono alle volte da queste wastelands (terre desolate) che, invece di rivelare tutto il dramma del reale, offrono spunti di speranza pur nella loro immediata solitudine. Si può dire che in lei ci sia inoltre una vena illustrativa, una sintesi lineare che riecheggia il Giappone con alle volte un interesse figurativo encomiabile. Negli ultimi anni il suo modo di dipingere è come se si fosse asciugato mirando ad un’essenzialità evocativa poetica sempre leggiadra ed elegante. Per questo la mente osservante viene guidata all’interno dell’opera per trovare molteplici spunti di interesse che parlino in profondità, a cuore ed anima.

Elena Greggio, Flying to… , tecnica mista, 2025,
Una montagna sacra si staglia di fronte ai nostri occhi e pare quasi sul punto di voler fendere quelle oscure nubi per rivestirsi dei raggi del sole e risaltare ancor di più. Ai piedi di questa immensa catena montuosa un ghiacciaio, in cui regna un freddo perenne, e più sotto una foresta simile ad una giungla. Si tratta di ambienti differenti che sono comunque in simbiosi tra loro e se crolla l’equilibrio nulla di tutto ciò potrà più essere, né la sua bellezza, né la sua vitalità. L’arte crea emozioni e sensibilità che inducono a prestare attenzione e farsi maggiormente consci di ciò che ci circonda per preservare il mondo e rimediare agli errori (innumerevoli) commessi. C’è una luce, nella parte centrale, che è quasi ultraterrena e si irradia da sé attraverso la copertura delle nevi. Il nero oscuro incombe, ma c’è ancora speranza fintanto che il verde è presente. La sacralità viene anche dall’insistere del numero tre, rimando trinitario: tre le sezioni dell’opera, tre le vette della catena…

Elena Greggio, Uno dei miei angeli (One of my angels), tecnica mista, 2013,
In quest’opera si può ben vedere di che cosa è fatto un angelo, si tratta di un’entità di pura luce che attraversa la materia tangibile portando messaggi più o meno benefici. Si può osservare il profilo di un angelo evanescente che oltrepassa forse un essere umano e lo fa con immensa concentrazione. Si tratta di un luminoso positivo, nella cui lunga chioma si possono ammirare visioni floreali di rose e tulipani su alti steli in un prato selvaggio irrorato di sole. La figura attraversata è invece ocra, ricorda un manichino e si trova nel buio, salvo per quel raggio che si posa sulla sua fronte quasi un dono divino. Al di sotto pare di scorgere delle alghe, quasi degli esseri viventi da brodo primordiale da cui tutta la vita, noi compresi, proviene. In alto a destra la luce ed è da qui che giunge l’angelo per abbracciare a suo modo questo manichino che è forse il modellino di fango da cui avrà origine Adamo, il primo uomo. Non si vedono le ali, ma siamo noi in fondo ad attribuirgliele, non ne hanno davvero bisogno.

Elena Greggio, Cartografia dell’assenza (Cartography of absence), tecnica mista, 2023,
Che questa visione sia un paesaggio aereo lo si capisce dalla vista a volo d’uccello in cui terre emerse si alternano alle acque di laghi e fiumi con i loro delta disposti a raggiera. Non si tratta di una visione reale ma di uno studio che traccia rotte sulle acque e stabilisce la disposizione degli appezzamenti. I fiumi, oppure bianche strade, paiono lische di pesce o le venature geologiche che eoni di sedimenti e compressioni hanno generato. Per un poco si potrebbe avere l’illusione di scorgere un profilo (l’occhio è l’isola) che vagamente ricorda quello del busto di Nefertiti. C’è infatti un senso di antichità insito in quest’opera che forse è dovuto ad un’illusione prodotta dai colori che ricordano il marmo rosso di Verona. Questi luoghi sono solo strade, letti di fiume… non c’è nulla: un porticciolo, delle rotte, un’isola… dov’è andata a nascondersi l’umanità?

Elena Greggio, A day dream (Sogno ad occhi aperti), tecnica mista, 2024,
Un edificio blu lapislazzulo simile ad una chiesa dalla volta a capanna, ad un tempietto, oppure ad un enorme pettine da Land-Art, si staglia assieme a due torri-obelisco in un ambiente scavato dall’uomo in cui ciò che sarebbe dovuto restare nascosto è apertamente in piena luce. Al di sopra dell’edificio una foschia d’oro: si tratta di un’aura sacrale o di un miasma nocivo? Impossibile dirlo, però quei polverosi raggi di luce che filtrano bianchi hanno il valore della rivelazione, a cui va aggiunta la magia del viola. Dietro, questa enorme parete pare costruita con innumerevoli esili alberi, un bosco ameno ma con evidenti insidie. Al di sopra un cielo nuvoloso e grigio, preannuncio di pioggia.

Elena Greggio, Futuro, acrilico, 2022,
Il formato circolare del supporto ricorda il cannocchiale che l’atipico birdwatcher potrebbe utilizzare, comodamente celato nel suo nascondiglio, per osservare al di fuori una realtà complessa e desolata. Si scorge il mondo da una fessura rettangolare, attraverso una parete in mattone che nasconde e contemporaneamente rivela tutte le cose. Che si tratti di fabbriche, quelle che si stagliano nere qua e là o s’intravvedono azzurre all’orizzonte? Difficile a dirsi, però quei due ripidi pinnacoli paiono delle spente ciminiere. Il cielo azzurro ghiaccio, con queste nubi bianche ed una leggera foschia, fanno pensare ad un luogo abbandonato che con il tempo si è allagato, e congelato, dopo il completo allontanamento dell’umanità. I toni pastello offrono un’idea favolistica che smorza la criticità di una visione post apocalittica offrendo una speranza, forse, come nella Nausicaa di Miyazaki (film d’animazione e manga giapponese).

Elena Greggio, Beautiful Poisons (Stupendi veleni), acrilico, 2023,
Anche qui un desolato paesaggio industriale, brullo e dalle esigue risorse d’acqua, in cui una grande fabbrica simile ad un tempio è in piena attività, si trasforma e quasi si trasfigura in qualcosa d’altro. Per quanto la visione sia a pensarci terribile, c’è un piacere visivo policromo, un’ariosità di vapori quasi di seta o garza che potrebbe far pensare ad un acquario, oppure alla danza dei sette veli di Salomè. Per rimanere sull’animazione viene alla mente una scena de’ La Bella addormentata nel bosco di Walt Disney in cui magie rosse e blu di una lotta fatata se ne escono dalla cima di un camino in sbuffi colorati. In ognuno di questi casi succedono eventi drammatici e l’occhio ne è piacevolmente colpito: si raggiunge il sublime, quel romantico terrore dilettevole caro all’ottocento. Nella zona sottostante di questa fabbrica (quasi una ziqqurat) ci sono molte antiche rovine, merlature erose dal tempo, solitari fantasmi degni di questi fumi colorati che la superficie ghiacciata non riesce a specchiare.

Elena Greggio, Rovine attive (Active ruins), tecnica mista, 2022,
Per i lettori de’ Il Signore degli Anelli non sarà difficile pensare ad un paesaggio di Mordor, il terribile dominio di Sauron, mentre l’edificio dipinto (nero e verde) potrebbe essere Minas Morgul, l’avamposto dei Nazgul, un tempo la splendida Minas Ithil, la Torre della luna… si sà, il satellite ha due facce. Il soggetto raffigurato è davvero una fabbrica dismessa, una struttura di archeologia industriale, che qui emana terribile i suoi fumi ammorbando il cielo per ripararsi dal sole ed attossicando le acque per cancellarne la vita. Nuovamente ritorna il formato circolare a restituire un po’ di perfezione visiva, unita alla linearità delle pareti dell’edificio, in un’opera altrimenti astratta.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.