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Quattro “piccole” opere d’arte si stagliano dalla mia credenza, doni di altrettante artiste (da me intervistate durante questi due anni e mezzo di attività), che ora ho deciso di omaggiare con questa mostra virtuale e che solo i più coraggiosi potranno ammirare dal vero, venendomi a trovare.

Terry Trevisan, Petali blu, tempera colla e matita su tela,
Un gruppo di fiori, probabilmente delle calle o dei ciclamini, sono colti nell’atto di stillare la propria linfa vitale per offrirla all’osservatore, nobilitandolo. Il sangue blu dei fiori, probabilmente l’acqua con il pigmento colorato presente nei petali, si confronta con il suo corrispettivo umano (ricco di ferro) prevalendo all’interno della composizione attraverso diverse tonalità. Un certo grado di astrazione ottunde la vista e confonde: il blu, il verde acqua e le sue tonalità celesti richiamano il freddo invernale, appena stemprato dal tepore del fuoco, mentre il bianco della tela rimanda ad un qualcosa di candido, puro come la neve. Linee nere solcano la superficie pittorica divenendone quasi l’ossatura, simili ad una o più lastre di ghiaccio che il disgelo sta incrinando in disegni sinuosi e complessi. È come se l’inverno stesse cedendo il passo alla primavera e tutto tornasse liquido a scorrere, irrorando di vita il futuro, nuova linfa a ri-generare l’animo e la natura: la nobiltà, umana e floreale, si è sacrificata come i sovrani d’un tempo.

Michela Dal Zovo, Celebrazione, tecnica mista su cartone,
Che cosa sta accadendo in quest’opera, che ricorda tanto (anche per l’oro della cornice) uno di quegli altaroli portatili utilizzati in antico? I colori qui ingannano in un magnetico gioco di gialli, fucsia, blu-azzurri e nella loro pretesa riempitiva recano di fatto leggerezza “distogliendo” dai temi principali. A complicare la visione (come un puzzle) parti mancanti di cartone, strappate e quindi vuote, assieme ad aggiunte materiche morbide sono coadiuvate da pepite che ampliano e dilatano gli spazi artistici, quasi ad integrare, incastonando od ammalliando l’osservatore. Tratti a pastelli blu e penna a sfera tracciano forme gialle, energetiche, che si sviluppano ed agiscono nello spazio come attori. A destra la forma di un occhio, truccata di blu, pare danzare all’avvicinarsi della forma senza confini con il fiore sul capo. Il titolo è d’aiuto e ci spiega che ciò che vediamo è un incontro (?) che ha ragione di essere celebrato, forse a lungo atteso, che reca con sé molta gioia e speranza. Il cartoncino e il legno della cornice trasmettono calore, l’oro ed il giallo danno luce, mentre il fucsia si fa magico costruttore di edifici.

Elisabetta Martinez, Tonnara di Scopello, olio su tela,
Gli impasti di colore di quest’opera non solo rimandano alle tonalità di questa località turistica della Sicilia, ma vibrano anche di un’ispirazione luminosa che si rivela d’oro alla luce del sole. Pare di vedere la tonnara dall’alto, con i colori delle sue limpide acque a mischiarsi tra le sabbie e le rocce brillanti. Si notano tocchi verdi, forse alghe, neri (lava solidificata?) con qualche tocco rosato a ricordare la mattanza dei tonni. Nella parte bassa pare di cogliere delle scritture, oppure degli elementi ramificati simili alla pagina delle foglie. Ci sono aggiunte materiche che recano volume all’interno del riquadro artistico e ricordano i fanghi ricchi di sostanze nutritive. Si tratta certamente di un’opera astratta che recupera in extremis i suoi connotati in virtù del titolo che l’artista fornisce.

Patrizia Da Re, Prato di papaveri (Fiori rossi), acquaforte e acquatinta su carta,
Dalla Cripta del Peccato Originale di Matera sono sorti dei viventi splendori che la creatività artistica primaria e poi secondaria (questa) hanno consegnato all’eternità. Quest’augurio sentimentale scaturisce in virtù dell’amorevole e nostalgica mano di un artista che allora sapeva che un giorno tutta questa struggente bellezza le sarebbe stata preclusa e quindi ha deciso di eternizzarla nella sacralità dell’edificio sacro. Dei sanguigni papaveri, anzi un intero arbusto, potrebbero benissimo rimandare all’albero di Jesse, quello che sviluppa l’intera genealogia di Gesù, il cui culmine è Maria coredentrice. Nell’incisione è possibile osservare come gli effetti del trascorrere del tempo ci siano comunque, è naturale, però invece che rovinare recano maggior poeticità. C’è inoltre un gusto disegnativo minuto e vibrante che non intacca i fiori, liberi di estendere i propri petali verso il cielo con rubizza energia, ma li esalta. La leggerezza della carta è eccezionale, temprata dalle diverse lastre utilizzate, e pare così simile ad una sindone da far terminare qui il flusso di idee (il richiamo trinitario è lampante).
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.