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Stefania Fasolin, l’arte della spatola tra espressione ed energia

Stefania Fasolin è un’artista leonicena interessante che apprezza l’utilizzo della spatola per la realizzazione delle sue opere. Dipinge infatti da una decina d’anni facendo parte del gruppo Ars Libera nel quale ha avuto modo di avvicinarsi ad un fare artistico più sciolto e per così dire impressionista. La pittura è quindi per l’artista un’attività del tempo libero la cui pratica è un esercizio che le infonde energia esprimendo la sua emotività, raffigurando la bellezza che la vita le offre. Una modalità che attua spesso è quella di ricavare i soggetti per le proprie opere da foto personali scattate durante i suoi viaggi. Sono quindi per la maggior parte dipinti che contengono esperienze vissute direttamente che parlano alla pittrice e si ammantano del valore dei ricordi. Come si vedrà la sua produzione spazia dal paesaggio alla natura morta, dal ritratto alle copie d’artista. È sempre gratificante osservare come la creatività si muova con scioltezza se le si da la possibilità di esprimersi al meglio. L’augurio è quello di poter dedicare più tempo all’arte perché la qualità c’è e sarebbe davvero un peccato non metterla a frutto ancora di più.

Provenza,

La nostra memoria non utilizza i parametri della fotografia eppure di essa può servirsi per rievocare luoghi ed eventi vissuti. C’è tra loro però una certa incomunicabilità che solo l’arte è in grado di colmare, creando ponti sopra dirupi. In quest’opera una liquida marea di lavanda spande il suo profumo nell’aria e inebria i sensi. C’è in questo paesaggio curato e composto un invito alla calma e ad un godersi la vita con serenità, senza turbamento alcuno. L’infinitamente piccolo, gli steli d’erba, giganteggiano mentre l’infinitamente grande della catena montuosa è come ridotto, distante, trascurabile. Un luogo questo che ha un che di paradisiaco e non c’è nulla che possa turbarlo, tranne la brezza che spande per l’aere la fragranza della lavanda. Anche il cielo gioca un ruolo cromaticamente interessante e smorza l’intensità di ghiaccio delle montagne e riequilibra il fazzoletto viola adagiato tra verdi prati appena riarsi di giallo. In tutta questa luce c’è anche un tono d’ombra conferito dal gruppo d’alberi a destra e poi dalla foresta sotto le montagne. Il tutto crea davvero una rappresentazione evocativa ed immobile che si esprime meglio della sola immagine mischiando il sentimento ai pigmenti.

Melograni,

C’è una calda oscurità attorno a questo raccolto, il cui contenuto risplende netto, dal cuore di rubino, e aprendosi ci rivela quanto il nostro sangue sia simile al colore di queste gemme. Entrambi giacciono nel buio e riscaldano, almeno in questo caso, con il loro tepore vivificante. Quanta rotondità in questi frutti del sole che assorbono i suoi raggi nel momento in cui la terra ne è più riscaldata. Prodigiosa in quest’opera è la resa della cesta di vimini, ma soprattutto delle foglie di un verde brillante e acido. C’è senz’altro un caravaggismo nell’uso delle luci e delle ombre che intensifica e drammatizza la composizione. La resa materica delle varie superfici è molto attinente e restituisce un senso di realtà spigliato che inganna la vista. Chi le avrà raccolte? A chi saranno state offerte? Il mito potrebbe aiutare, ma non è il caso qui di divagare troppo. Questi frutti non sono risparmiati dalle imperfezioni comunque visibili al di là delle “distorsioni” della spatola e ciò conferisce maggior verità, concretezza.

Copia da Andre Kohn,

I tocchi della spatola sono ben visibili e danno qui l’idea di un vedere qualcosa come al di là di una superficie increspata, quasi un vetro che distorce e ricostruisce la realtà. Senz’altro si coglie l’omaggio ad Andre Kohn che qui però è rielaborato e più aereo, avviato verso la strada dell’indefinito. La resa dell’abito è molto vicina alle movenze dell’artista e la nostra pittrice la rende con una maggiore leggiadria, un occhio più poetico. In entrambe le opere è felicissimo il cappello dalle ampie falde che dona movimento, quel brio giocoso che induce all’allegria. Lo sfondo in questo caso è più tenue e smorza quei toni più netti di Kohn in favore di una maggiore delicatezza. Anche la fisionomia del volto è volatile, ma non si disperde del tutto mantenendosi ancora ad un passo dall’annullamento.

Vaso di fiori,

L’opera che si propone ora è in fondo tutto il contrario della precente. Adesso i colpi di spatola si fanno più ravvicinati e l’intenzione è davvero il realismo. Si nota ciò prima di tutto dalla resa degli effetti della luce sull’acqua del vaso. Un realismo concreto che risplende e da energia ai fiori i quali sono certamente frutto di un lungo e diligente lavorio. I colori tenui del verde-giallo, del rosa pallido e del rosa carne di nuovo non possono nulla contro l’esaltazione del viola, la quale è un po’ smorzata dai colori dei nastri. L’ombra del vaso ci aiuta a ricostruire l’ambientazione e certamente la posizione ad angolo da enfasi al tutto, aggiunge profondità e illude l’occhio. L’opera è in piena luce, all’aperto, e commemora un evento importante per l’artista.

Ritratto di Emma,

Un’espressione di questo tipo non può che smuovere qualcosa nell’animo dell’artista e si capisce quindi il motivo di un simile ritratto. Si tratta della figlia della pittrice che viene colta in un momento di calma, serenità, in cui non è consapevole di essere il soggetto dell’opera. La sua pacata espressione può anche essere dovuta alla concentrazione, magari per un’attività intellettuale che focalizza i sensi e conferisce al ritratto un sentore elevato. La ripresa ravvicinata del volto è un felice espediente che pone enfasi e da quasi l’illusione di trovarsi davvero di fronte ad una persona. Anche lo sfondo contribuisce a ciò ed infatti non c’è nulla che distragga l’attenzione se non i diversi colpi colorati di spatola. La resa dei capelli è molto curata e denota una lunga realizzazione, ma ciò che colpisce di più è quella pennellata che profila il naso, come anche quelle degli occhi e della bocca, accostabile ai modi dell’impressionismo.

Salici al tramonto, copia da Vincent van Gogh,

La cifra del successo di van Gogh è data anche dalle volte in cui ci si imbatte in sue copie da parte di artistə oggi attivə. In questo caso si tratta di un’opera del 1888 conservata in Olanda, al Kröller Müller Museum. La copia della nostra artista è forse più graffiante, un paesaggio più riarso rispetto alla docilità dell’originale e sicuramente ciò è dovuto all’uso della spatola. Molto attinenti sono invece i tre salici in primo piano con le loro scarne braccia che pare vogliano imitare i raggi solari. Anche il prato sottostante è lo stesso, qui più folto e inestricabile, con un’energia che il pittore attribuisce al solo sole. La copia è comunque un nobile sforzo per artista e studioso che hanno così modo di avere un più diretto confronto che la sola opera originaria, certo vitale, non potrebbe. Ogni opera è frutto di un intelletto diverso e la vera bravura non è quanto sia identifica all’originale, ma quanto sia “personalizzata”. Ogni artista ha una sua propria firma, un tocco, che si riverbera in tutto ciò che fa, anche nell’esercizio della copia. In questo caso si è realizzato un dipinto encomiabile.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.