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Patrizia Da Re, estro incisorio e sensibilità sacralizzante

Patrizia Da Re è un’artista padovana che si dedica da sempre all’arte. Se gli inizi sono del tutto autonomi (anche se l’arte è comunque un seme familiare visto che una prozia era già pittrice), viene poi notata da un pittore che le insegna le tecniche scorgendo in lei qualcosa di particolare. Lo stesso maestro la avvia anche all’incisione che proseguirà in autonomia con studi approfonditi a Venezia imparando i più svariati effetti e tecniche (acquaforte, acquatinta, acidi, ecc…), tutt’ora lavorando con passione e abilità raffinate. Con i colori ha un feeling particolare, li sente a livello profondo. Ovviamente conosce la storia dell’arte e la frequenta con assiduità, unendo ad essa una sperimentazione che oserei definire leonardesca: tutto è veicolo d’arte e la sua attività artistica è appassionatamente instancabile. Il suo modo di fare arte è sempre molto originale e così deve essere, anche nel confronto con la tradizione e prova ne sono gli svariati angeli incisi che regala agli amici a Natale. Ha svolto anche una lezione sull’incisione all’Università di Padova  ed è impegnata in svariati progetti tutti ugualmente interessanti.

La perfezione della natura,

Quest’opera è la dimostrazione di come ogni cosa può divenire uno strumento, un tramite dell’arte. C’è qui un elemento naturale raccolto, una foglia di ginco, su cui è dato il colore e poi pressato. Un’operazione che oserei dire eccelsa e, per la sua semplicità, di una delicatezza lieve eppure energica che mischia linfa e colore in un tutt’uno che sa di magia e mistero. Lo sfondo nero dà estremo risalto ad un color perlaceo a metà tra l’oro e il rosa, stesi in questa forma rigata simile ad una conchiglia. Inconsciamente penso ad Afrodite, dea nata dalla spuma marina, e l’impressione si carica di un erotismo velato e discreto, ridente. Altro elemento a cui quest’oggetto può assomigliare è un ventaglio, una palma da geroglifico egizio che è scolpita nella pietra per danzare nella nostra mente. Pur pressata questa foglia non perde la sua vitalità ed anzi ne è accresciuta per raggiungere un’inedita sacralità. Per additare un altro esempio in quest’ottica si può pensare al flabello, un ventaglio rituale usato nei secoli antichi durante la messa. Il rimando alla sfera sacra ritorna anche nell’idea creativa di fare arte con ciò che è di scarto perché «la pietra scartata dal costruttore è divenuta testata d’angolo».

La solitudine dell’angelo, tecnica mista, 2014

Su una delle cime di una catena montuosa passeggia la figura di un angelo che pare essere in preda ad un immenso dilemma esistenziale. Qual è la sua identità? Un essere di questo genere racchiude in sé il maschile e il femminile e forse in questo bivio sta il motivo del suo arrovellarsi. Presto comunque arriverà ad accettare entrambe le sue nature perché è questo ciò che è, e solo accogliendole entrambe potrà finalmente sentirsi libero. Nell’immenso cielo aurorale (anche se il sole è già alto) c’è una figura femminile che pare arrotolare la volta celeste con un’energia da fine dei tempi che richiama Giotto nel Giudizio Scrovegni, però qui c’è una dolcezza inedita che rassicura. A destra c’è un’ombra rossa con scaglie d’oro che ricorda con vivezza un corpo femminile nudo (che stia per ammantarsi del cielo?). Un altro corpo è steso a terra, questa volta azzurro, con seno e ventre che imitano i rilievi naturali. Cosa sta accadendo? La potenza che ci avvolge qui è quella di un enigma profetico che solo un angelo è evidentemente in grado di risolvere. Che cos’è poi quell’enorme entità a scaglie color arancio? Un drago? Non lo sapremo mai, neanche il motivo per cui pare che il piccolo angelo ci osservi.

Senza titolo,

Alcuni frammenti di pagine strappate giacciono in un campo bianco e ciò che contengono, il testo, fuoriesce in un impeto creativo, per stabilire collegamenti tra quelle che erano un tempo parti di un’unica composizione. Ciò che fuoriesce non sono parole, ma testo concretizzato o in via di realizzazione. Alle volte l’impressione è che un ragno colto e laborioso abbia agito da equilibrista per ricongiungere parti strappate, lacerti, che ora sono divenute un tutt’uno inedito e originale, che nulla ha a che fare con l’oggetto originario. Ed ecco che in questa eccezionale tela di aracnide dotto si distilla la rugiada, mentre il gelo mette in evidenza le trame infinitamente delicate del lavoro. Che cos’è dunque il profilo rosso di una freccia, cucita sulla tela? Che il ragno abbia scoperto il ricamo? Ci sono anche delle sfere di vario raggio che ricordano quasi delle opere di marmo con le varie screziature che qualcuno addirittura colleziona. Senza dubbio la suggestione è data dalla funzione della ragnatela, che in questo caso non è uno strumento ingannevole, bensì un esile ponte tra mondi impossibili che possono essere raggiunti solo per un tempo limitato. Si tratta di un’opera molto espressiva che con quattro colori crea interi pianeti e simmetrie perfette… è incredibile come a tutto ciò si sia dato avvio partendo da pochi strappi risoluti di una vecchia pagina di romanzo, oppure di poesie.

Impronte del sacro sulla materia inerte, tecnica mista su tela, 2022

Pare di assistere qui ad una processione di dei i quali calcano aerei la superficie della tela. Ignoriamo il motivo di una simile attività eppure dal loro incedere monotono si riesce a comprendere tutta la solennità di un momento sospeso che si svolge per sempre, senza trovare mai fine. Un dio blu notte, che rimanda alla statuaria greca, apre il corteo in religioso silenzio mentre il suo seguito è assorto in innumerevoli pensieri. Dietro di lui due dee, una col cappuccio e una verga d’oro oppure una falce, l’altra che pare spogliarsi per dare esibizione di sé a chi la osserva. Sulle tre figure giganteggia però un’entità bianca che pare essersi appena accorpata dalla polvere che era in precedenza, forse il prodotto dell’incendio a sinistra con le sue spire infuocate che salgono nel cielo stellato della notte. Tra le entità ed il fuoco c’è una sorta di capitello d’oro con un’imprecisata figuretta al di sopra che pare fare da soglia tra due realtà qui a contatto. E poi… che cos’è quella pennellata rossa che sovrasta ogni cosa? C’è una sacralità che suscita reverenza e sovviene un sentore d’antico, una terribilità straordinaria che trattiene lo sguardo e fa sorgere domande senza risposta, insondabili.

Alberi (serie), xilografia con interventi pittorici, 2017

L’attività incisoria è per quest’artista di vitale importanza, un mezzo espressivo privilegiato che da una parte si fa portavoce di rapidità, dall’altra si offre a sperimentazioni sempre nuove e a variazioni su tema come nelle migliori sinfonie. La serie Alberi è in fondo tutto ciò, aggiungendo inoltre che la matrice usata è il legno degli stessi alberi che anche cambiando stato e condizione non hanno perso la loro anima originale. In questo caso un albero rosso, vitale e simile ad un corallo, si staglia nella notte illuminandola composto senza nulla temere. Accanto la notte cede al giorno e fiori color del sole gioiscono alla luce del proprio astro. C’è come una passione in essi, un ridente estro che danza alla brezza mattutina con grazia e bellezza. In entrambe queste specie arboree l’elemento in comune è la vitalità del rosso, il colore del sangue che è calore, energia, dinamicità. Il vento soffia e ispira una musica inudibile che sa emozionare con forza offrendo un respiro fresco e un tepore primaverile prima del tempo… È incantevole. Non per niente un buon numero di queste incisioni è esposto in un locale di Los Angeles.

Minerva, tecnica mista, 2017

Scudo a me, corpo del mio corpo. Lo scudo è qui per Atena un prolungamento del proprio corpo, un terzo livello corporeo che preserva con cura il proprio io interiore. Gli attributi sono quelli consueti (scudo, elmo e armatura), ma è il rapporto tra questi e la dea ad essere del tutto insolito, intimo e sensibile. Atena abbraccia lo scudo mentre siede a terra e tolto l’elmo lascia che la sua chioma scorra libera. Come si può vedere quest’oggetto circolare non è un pezzo unico, ma un assemblaggio non proprio elegante di elementi metallici vari fissati con chiodi e reti di vario tipo. Molte battaglie sono state combattute con esso, altro che lo splendido scudo di Achille! Mille volte è stato temprato dai colpi della lotta, con i nemici più svariati, e sempre ha svolto la sua funzione protettiva senza mai tradire la sua “amata”. Sì, pare proprio di assistere ad un abbraccio d’amore con Atena che si accoccola allo scudo, con gli occhi chiusi, mentre ha abbassato del tutto la guardia. Dove si trova la dea? Probabilmente è notte e Atena si è ritirata in un luogo in cui arde un fuoco, forse un accampamento oppure una grotta. Il fuoco che noi non vediamo fa pulsare lo scudo e la sensazione calda che emana lascia un senso di protezione interessante. Dopo tante attività e lotte Atena riposa e probabilmente riflette sulle strategie da adottare per il futuro. Eppure qui non c’è l’idea di un prevalere della saggezza rispetto all’ignoranza, no, ma una dolcezza gentile e una tenerezza delicata che, come direbbe Rachel Bespaloff*, è prerogativa della vera forza.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

*Filosofa francese, di origine ebraico-ucraina, vissuta tra il 1895 e il 1949.