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Estate 1940, contessa Rosetta Nani Mocenigo in Pisani De Lazara Zusto
La calura della Laguna è ormai insopportabile e così Leonardo ed io abbiamo deciso di raggiungere il nostro luogo di villeggiatura a Lonigo, la cosiddetta “Rocca Pisana” di Vincenzo Scamozzi, del 1576. L’auto nera romba simile ad un bombo corazzato che sorvola scorbutico amenissimi prati. Fa piuttosto caldo e nemmeno i finestrini, aperti con la manovella, ci sono d’aiuto mentre saliamo per i colli leoniceni. Per ovviare a ciò avremmo potuto proseguire il viaggio sul far del mattino, ma questo avrebbe comportato un giorno in più di viaggio e così... eccoci qui. Ad un certo punto facciamo fermare l’auto per ammirare il bel panorama della valle sottostante e decidiamo di proseguire a piedi per l’ultimo tratto, anche a motivo dei troppi scossoni. L’occasione è propizia e do sfoggio del mio nuovo ombrellino, in pendant con l’abito di mussola. Leonardo si toglie la giacca e si fa aria col cappello, gli offro allora il mio ventaglio, ma non lo vuole.
Vedo l’entrata della nostra proprietà e mi avvicino sollevata, il nostro seguito ha già parcheggiato all’ombra ed è intento a scaricare i bagagli. Dalla Gastaldia ci vengono incontro i mezzadri, per un cortese saluto, e do un paio di caramelle ai bambini. Non ne avrò mai di miei e così me li coccolo. Oltretutto i loro genitori ci sono preziosissimi tra morari, cavalieri (i bachi), giardino e manutenzioni varie. Li ho fatti trasferire qui da circa un anno perché la villa, dove prima abitavano, è ancora in fase di ristrutturazione, ammesso che i tempi sempre più cupi ci permettano di completarla.
Mi guardo attorno, questo luogo è un vero paradiso. I mezzadri vogliono farci vedere come hanno sistemato la gastaldia e noi li seguiamo di buon grado, così nel frattempo i domestici hanno modo di predisporre la villa. Ci sono mezzi agricoli tra i più vari tenuti con gran cura, gli animali sono nell’aia e le vigne lussureggianti.
Fatti i giusti convenevoli mi faccio accompagnare dai bambini a visitare i “gironi” che ho fatto predisporre perché si possa passeggiare attorno alla villa all’ombra delle alte piante, quasi una foresta, assaporando la dolcezza dei fiori, tra cui il mughetto che adoro!
Dopo tutta questa immobilità sgranchirsi le gambe è un toccasana eppure quando salgo i gradini della villa, attraverso il pronao e raggiungo il salotto, mi lascio andare volentieri in poltrona. Osservo i ritratti dei miei avi alle pareti, pare disapprovino l’averli disturbati piombando qui di sorpresa, senza alcun preavviso.
Nell’aria c’è un nonsochè di…
«Desidera qualcosa, signora?» Mi chiede Angelo, il nostro cameriere.
«Oh sì, sei una manna dal cielo! Vorrei qualcosa per ristorarmi, un… un…»
«Caffè?»
«Sai leggermi nel pensiero».
«È così».
Mi volto e trovo la tazzina già pronta sul vassoio. Allora era questo il profumo che sentivo!
«Come faremo senza di te».
«Ci sarebbe un’altra persona, che forse non saprebbe leggervi bene come me, ma non è mai detto».
Sorrido, non ci sono mezze misure qui.
«Vi siete sistemati per bene? È tutto a posto?» Chiedo assaporando la bevanda con qualche biscottino.
«Sì, ora c’è più spazio rispetto all’ultima volta».
Prima, nel piano terra, ci vivevano i mezzadri e così la Rocca era più viva e sorridente. Ma è meglio così, i bambini erano scalmanati e facevano di quelle arrampicate, lassù sulla cupola, da far tremare le vene ai polsi.
«In cucina non manca nulla, ad Ottorina?»
«No, no, siamo rifornitissimi».
Si unisce a noi anche Leonardo attirato dal profumo di caffè, il monocolo che brilla con eleganza.
La giornata trascorre serena e mi aggiro per gli ambienti della Rocca spiando i panorami dalle tre finestre a serliana (due aperture rettangolari, o luci, con al centro una ad arco) oppure dal colonnato ionico dell’ingresso. Mi pare di essere una dea dell’Olimpo che osserva la vita degli uomini dall’alto, al di là degli affanni mortali. Vorrei che fosse così, ma la situazione politica è terribile… di appena due anni sono le nefaste leggi razziali. Per non parlare dell’asse d’acciaio con quel demonio di Hitler. Mussolini è affascinato dal potere e lo brama con tutti i mezzi… prima o poi sarà la fine dell’Italia… Ahi serva Italia, di dolore ostello, […] non donna di provincie, ma bordello! (Dante, purgatorio VI vv. 76-78)

I grilli, ignari delle faccende senza senso degli uomini (ma non meno dolorose), inframezzano il loro canto a quello stridente delle cicale che si attardano ben oltre il tempo pattuito. La frescura della notte attraversa lieve le stanze del piano rialzato e sale dal marmo traforato del pavimento per la raccolta dell’acqua piovana. Un tempo la cupola non c’era e forse sarebbe il caso di toglierla nuovamente.
Ammirato il firmamento e sostato per un poco in cappella mi ritiro nella camera padronale, Leonardo già dorme e mi addormento quasi subito acccanto a lui.

Un gemito, qualcuno si lamenta di sotto, nel buio, e la sua voce riecheggia. Mi sveglio appena, il dormiveglia mi ghermisce nel suo torpore e non posso fare altro che assecondarlo. Me ne resto lì ad ascoltare questi lamenti per un poco ed è inevitabile che mi riprenda del tutto. C’è qualcosa che si muove là sotto e sospira. Pare un uomo.
Sveglio Leonardo, ma sbuffa e si gira dall’altra parte tornando a dormire. Dalla porta vetrata si accende un lumino e quando sento bussare ho un sussulto ed è soltanto la decenza a non farmi emettere un gridolino. È la mia cameriera.
«Santo cielo Caterina, che cosa succede?» Chiedo quando la raggiungo.
«A go sentìo lomentarse e Angelo l’è n’à a vedare xò. Invexe mi… a so vegnù a vedare se gavì bisogno de calcosa». Non vuole ammettere che ha paura ed un brivido mi corre lungo la schiena.
L’orologio da credenza fa la mezzanotte precisa e… dopo l’ennesimo lamento corriamo entrambe in cappella a trovare conforto ed a sbirciare di sotto dal finestrone ellittico. Guardacaso passa Angelo e così lascio Catterina a pregare e lo chiamo.
«Che succede? Si è intrufolato qualcuno per caso?»
Angelo sussulta.
«Nossignora. Lo sente anche lei? Ho paura che… che… si tratti di…»
«Non lo dire nemmeno!»
Non è credibile, no? Non è credibile no?

I lamenti continuano per qualche tempo, in cui anche Angelo ci raggiunge mentre mio marito russa, fino a che non si avverte come un risucchio d’aria. Delle porte si chiudono di colpo, in cantina, ed una grande imposta di una serliana si spalanca facendoci gridare. Poi appare Leonardo in camicia da notte e gridiamo ancora, Caterina per poco non lo assale. I lamenti sono svaniti…
«Che cosa state combinando? Va bene gli inservienti, ma anche tu Rosetta, non ci posso credere». Il sonno l’ha reso scorbutico e dopo avermi apostrofato così si ritira.
«Maria vergine! Sto chì l’era un vero bào moro… E ora chi xè che va in leto? Sto chì piuttosto, ch’el padreterno el ne daga ‘na man!»
Non so con che coraggio ce ne torniamo a letto, ma mi addormento subito ed al risveglio è già giorno.

Nessuno di noi ha il coraggio di parlare dell’accaduto, tranne Leonardo che ci punzecchia come un bimbo dispettoso. Non ci crede, o forse è meglio dire che non ha sentito nulla.
Angelo ci serve la colazione, mentre Leonardo ha appena aperto il giornale e legge con calma fumando.
Assieme al giornale alcune lettere di amici e poi un involto simile ad un piccolo libro. Lo prendo con curiosità e cerco il mittente… non c’è.
«Angelo, chi ci manda questo?»
«Non lo so, stranamente non c’è scritto».
Com’è curioso… Apro la busta ed in effetti si tratta di un libro: le «Poesie» di Iacopo Vittorelli, del 1911.
«Ti dice qualcosa, Leonardo?»
Abbassato il giornale solleva un sopracciglio, per poi scuotere il capo. Lo sfoglio ed inizio a leggere, dopo la prima poesia, un «invito all’usignolo», sono quasi tentata di chiudere il libro, ma volto pagina e… oh, cielo!

«Leonardo, Angelo! Santo cielo! I lamenti, l’ombra, la mezzanotte è lui… Ezzelino da Romano».
Leonardo chiude il giornale e sospira seccato. Poi legge il sonetto e s’illumina.
«Attendete qui un attimo». Se ne va in salotto come un fulmine.
«Cosa gavìo de prima matina? Xà stanotte xè sta un terore…»
«Siedi qui e ascolta».
«Ala vostra tola? Non posso mìa».
Non ho tempo ora per queste rimostranze. Glielo leggo ed al sentire la parola «lamento» ha un sussulto e si siede senza proferir parola. Alla fine sbianca, credo di averla traumatizzata.
Leonardo è di ritorno con un grosso volume sottobraccio.
«Devo dire di ricordarmelo diverso, ma lo Scamozzi ci dice qualcosa in merito ad “alcune vestiggi” precedenti a questa fabbrica. La voce su Ezzelino comunque non mi è nuova».
«Chi xelo sto Scamozi?»
«L’architetto della Rocca e questo è il terzo libro della sua opera “L’idea della architettura universale”, guarda, ecco la pianta».

«E ‘desso? Xa femo? A go massa paura… Xè vero? Davvero ghe xè uno spirito?»
Leonardo ride di gusto e torna al suo giornale
Ci mancava solo Ezzelino Da Romano…
«Beh, qui la poesia dice che il cielo ha cura della nostra salvezza. Dopo tutto questo tempo se qualche spettro avesse voluto farci del male l’avrebbe già fatto. Non temere». Almeno lo spero.
«Il problema però è doppio. Chi manderebbe un libro così proprio all’indomani dell’apparizione? Come ha fatto a…»
«’No scherzo? E de chi? Oh santa madre de Dio!»
«Non lo sapremo mai purtroppo».
Ho trovato la poesia del Vittorelli per caso, cercando su “google libri” dei volumi sulla storia leonicena. Sapevo di questa leggenda con fondamento storico (Mazzadi, Lonigo nella Storia), e cioè la presenza di alcuni ruderi dell’epoca di Ezzelino III Da Romano (XIII sec.), che non erano nient’altro che una rocca o postazione di vedetta su cui lo Scamozzi ha eretto il suo edificio. Mi sono quindi documentato sulla contessa, i Brait, la seconda guerra mondiale ed il gioco è fatto tra invenzione e realtà (solo il nome della cameriera Caterina è inventato). Molti dati sulla vita quotidiana della villa vengono infine dalla lettura di un vecchio articolo online del 2009 di Paolo Maria Coniglio, che ringrazio.
Il racconto romanzato e la spiegazione sono proprietà intellettuali di Pierluigi Rossi.