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Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (ep X Garibaldi)

Angelo Sartori, 6 e 7 marzo 1867

Pioviggina. La sera sui cieli della città di Padova è scura, con il rossore del tramonto che tinge le nubi dei colori dell’Apocalisse. Il mio animo è comunque leggero, lo è finalmente da quando l’Austria ha ceduto il Veneto all’Italia. Lonigo è libera, lo è quasi l’Italia intera (non fosse per il Papa) ed il mio cuore è trepidante per l’incontro che sto per fare. La carrozza procede regolare per le strade, eppure il viaggio in treno mi è risultato più comodo ed agevole, senza dubbio più veloce.

«Davvero riusciremo a farci ricevere da Garibaldi? Una simile leggenda… ancora non lo credo possibile». Dico al mio compagno di viaggio, Antonio Morini, assieme a me incaricato di quest’ambascia.

«Di nuovo? Te l’ho detto che vanto una qualche conoscenza con Domenico Cariolato, il suo intrepido aiutante. Non hai fiducia in me?». Non vorrei averlo irritato.

«Perdonami per questi fastidii, è per tutti un eroe!»

«Non ti crucciare. Sono trepidante anch’io». Sorride levate le mani.

Il cocchiere richiama i cavalli e ci fermiamo di fronte al Palazzo quattrocentesco dei Da Zara, per altro casa natale del poeta Ruzzante. Le arcate dell’edificio sono ben illuminate e dalle finestre al primo piano, di stile veneziano con pergolo, si affacciano diverse persone. Scendiamo dopo aver recuperato cappello e bastone da passeggio.

«In questa dimora si è riunito lo Stato Maggiore».

Annuisco e senza dire altro mi limito a seguirlo. Sull’androne ci sono dei garibaldini dalla camicia rossa che fanno sfoggio di loro stessi, tutti appoggiati alle loro spade nel fodero. Ci fanno passare e veniamo invitati di sopra. Salite le scale della dimora è il Cariolato ad accoglierci e Morini lo abbraccia. Gli stringo la mano.

«Ho già informato il Generale, vi concede di parlare con lui». Ci dice lisciandosi i mustacchi.

Quando entriamo nella stanza ho per un attimo l’impressione che Garibaldi sia morto, lì sopra quel lettino. È invece affaticato e sofferente, deve dolergli ancora la ferita sulla gamba. I suoi occhi rifulgono, o così mi sembra e la folta barba è come la criniera di un leone. Ha anche lui la giubba rossa ed al nostro arrivo si pone a sedere.

«Per noi è un sogno essere ammessi alla sua presenza, sono commosso quanto un figlio di fronte al padre ritrovato dopo una lunga assenza».

«Avanti, avanti, vada al sodo!» Esclama burbero.

«Io Angelo Sartori, ed il mio compagno di ambasce Antonio Morini, ambo leoniceni, siamo qui per conto della nostra città per invitarla ad onorarci di una sua visita».

Garibaldi alza gli occhi al cielo e Cariolato ride. L’imbarazzo mi blocca.

«Che ne dite voi, Cariolato?»

«Generale, il viaggio è breve, potreste accondiscendere al vivo desiderio di Lonigo di essere onorata dalla vostra presenza».

Garibaldi riflette qualche poco e poi risponde:

«Bene; dite al paese che domani verrò».

Ci intratteniamo ancora del tempo e poi di gran carriera ce ne torniamo subito a casa. In stazione a Padova facciamo subito telegrafare il lieto annunzio e poi partiamo. Ce l’abbiamo fatta!

 

****

 

Garibaldi è giunto di buon mattino alla stazione di Locara e salito in groppa ad un cavallo prestatogli per l’occasione se ne viene a Lonigo dopo un primo saluto delle autorità. Lo accompagnano tutti tra una folla oceanica che si apre al suo passaggio come Mosè all’attraversamento del Mar Rosso. Il percorso è agevole ed il clima è mite con il sole che splende. In alto le rondini dalle garrule voci sono delle acrobate dell’aria, dei putti, e persino delle vittorie alate che fanno a gara per incoronarlo. Al Ponte San Giovanni il Generale si ripara gli occhi con la mano sinistra per ammirare le antiche rovine del castello di Calmano. Io e Morini gli raccontiamo di quei vetusti ruderi mentre lo guidiamo oltre il ponte e poi giù verso Piazza Cavalli. Addobbata a festa nella notte, pare un anticipo della fiera… giunti nella Piazza dalle Biade attraverso la arcate siamo accolti da una folla festante con il tricolore sbandierato ovunque. Saliamo quindi in Municipio (oggi museo della pesca) dove riuniti sono già presenti i notabili cittadini. C’è il sindaco, accanto a lui il Principe Giuseppe Giovanelli, il conte Soranzo e molti altri. Presentazioni, ringraziamenti e saluti dopo i quali Garibaldi chiede di concedersi alla folla e così si fa guidare al pergolo che si affaccia sulla piazza. Una folla stragrande lo acclama entusiasticamente ed inizia l’arringa.

«Oh, come godo che anche il Veneto sia stato liberato dall’Austria! Abbisogna che ci si unisca con il pensiero e con le opere affinché avvenga finalmente l’unità della patria. Nessuno potere temporale ce la negherà».

Detto ciò si ritira, tra il giubilo di una folla in visibilio, per poi ritornare ad affacciarsi e dire:

«Vi raccomando che si elegga deputato il vostro concittadino Francesco Pasqualigo. Non lo conosco personalmente, ma m’è raccomandato come persona integra, egregio patriota e molto intelligente».

Ricambiato nuovamente il saluto, si allontana.

La folla lo riaccompagna in stazione e commossa lo osserva mentre se ne và.

 

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.