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Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (ep VI Frate Massimo)

1984, Chiesa di San Daniele

 

La lettura del Vangelo si è appena conclusa ed il celebrante, frate Massimo, si appresta a predicare. Capelli radi, corporatura robusta e paramenti bianchi. Gli affreschi dell’arcosanto sono illuminati dalla luce che filtra dalle finestre a veneziana sulla destra, mentre a sinistra, all’interno delle cappelle, i santi dipinti ascoltano da sempre quanto si dice con imperturbabile grazia. L’assemblea lo osserva attenta, in un silenzio raccolto interrotto solo da qualche colpo di tosse, scricchiolio dei banchi e strillo di bimbo, giù nei pressi della sacrestia. Là anche Fra Fidenzio, ad ascoltare la predica grazie alla differita del microfono ed a svolgere il suo ruolo di sacrestano.

«Vediamo se anche oggi ripete la solita storia. Edificante certo, per lui la più vitale, ma…». Commenta tra sé.

«Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. Risuonano forte queste parole di Gesù, contenute nel vangelo di Matteo. Il pensiero comune direbbe che Dio non ci parla, chi l’ha mai sentito? I modi del Signore non sono i nostri e Lui, che ama così tanto la contraddizione, non sceglie mai le vie più dirette per manifestarsi, ma quelle in cui la luce può risplende meglio. Egli parla sempre ai nostri cuori, ma nei momenti più bui, quelli in cui siamo davvero umiliati, siamo forse più propensi ad ascoltarlo, in tutta sincerità riusciamo ad aprire un passaggio, uno spiraglio nel quale Gesù si manifesta… quasi come Longino che trafitto Cristo al costato vede sgorgare e acqua e sangue. Il centurione da quel momento ha cambiato vita: di fronte a certi eventi è impossibile l’indifferenza. La nostra esperienza si con-verte, corrisponde alla sua chiamata e diviene vocazione. Non è da tutti? Chi l’ha detto! Quando ero giovane, lavoravo…»

«Eccolo, eccolo che el se carica…» Sorride Fidenzio bonario, per l’ennesima volta.

«…come cameriere: dopo vent’anni di fascismo la povertà era tanta quando i tedeschi occuparono Roma, in quei nove mesi tra il ’43 ed il ’44. C’era bisogno di lavorare e, nazisti o no, si doveva pur mangiare. Ecco che servirli durante una festa non mi era parso poi male, la famiglia dipendeva anche da quel piccolo guadagno e così... Uno dei gerarchi aveva ben pensato di festeggiare in un albergo con il cupolone in vista, quella sublime idea di Michelangelo. L’ebbrezza del vino lo aveva inebriato e vuotato un’altra volta il calice di cristallo disse: -Quella cupola io la distruggerò come farò con questo calice-. Ebbene, lo gettò a terra con energia e questo non si ruppe. Non si ruppe! Potete capire come un tale prodigio potesse colpire un giovane come me: ciò mi ha rivelato Dio ed in quel momento lo sentii e la mia vita non è più stata la stessa. È proprio vero, come direbbe il nostro Santo Antonio: La bocca del Signore è nell'orecchio del cuore, nel silenzio di chi è tranquillo: a lui rivela il segreto della sua volontà».

 

Il passo di Matteo è del 21 giugno, il giorno in cui ho deciso di scrivere questo racconto, ma l’ho scoperto il giorno dopo. Il passo di Sant’Antonio l’ho ascoltato il 13 giugno, durante la messa in Duomo. Non ho mai conosciuto Frate Massimo, però Fra Fidenzio sì… quest’ultimo mi ha dato un insegnamento che non potrò mai dimenticare, ma questa è un’altra storia. La “predica” è scritta da me, certamente fra’ Massimo l’avrebbe scritta e raccontata meglio. Questo racconto è dedicato a papà.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.