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Lonigo per sempre, brevi storie leonicene (Ep V Gli Ezzelini 1232)

Aprile 1232, nei pressi del castello di Lonigo

È una giornata ventosa. I campi ondeggiano verdi alla brezza di primavera e già le rondini si esibiscono nelle loro ardite acrobazie aeree, giocano a rincorrersi assecondando il vento, s’incanalano nelle grandi porte del borgo e volteggiano attorno alle vertiginose torri con gaiezza. Le vedette del castello di Calmano colgono un brillio oltre il Fiumenovo, pensano ad un effetto di sole, però qualcosa le turba e così… Al grido delle squille tutto tace per un attimo, poi i vari campanili (fuori e dentro il borgo) risuonano convulsi ed è subito un gran viavai di gente concitata che raccoglie alla meglio i propri beni e miserie per rinchiudersi al sicuro entro le alte mura difensive.

Ed ecco, giunge Rizzardo conte di San Bonifacio con il suo esercito, l’armatura che balugina al sole e la piuma nera sul suo elmo dal becco a punta a ricordare quello di uno sparviere. Marziale e pieno di possanza si porta tra le prime file, appena a distanza dalle linee di tiro, e scruta altiero ciò che lo circonda. Il nero e possente cavallo è avezzo al peso della mole del suo padrone bardato, le froge che sbuffano ed i muscoli possenti che paiono quelli di un bue. Rizzardo leva una mano con eleganza e fa venire avanti il suo secondo.

«Qual è la torre degli amici degli Ezzelini? Di là ci sono i possedimenti del Maurisio, quel loro leccapiedi».

«La torre è qui, mio signore».

«Bene, la si distrugga. Radetela al suolo, i figli del Monaco, Alberico ed Ezzelino, avranno una gran bella sorpresa. Nel frattempo… occupiamoci del castello. Caduto quello anche il borgo farà lo stesso».

L’esercito di una cinquantina di soldati si divide e mentre il conte se ne sta a guardare viene fatto avvicinare l’argano, una catapulta nera e pesante in grado di scaraventare grosse pietre. Gli uomini ed i cavalli sono imperlati di sudore, stremati per l’immane fatica. Alla vista di un tale strumento dal borgo si levano grida di supplica a Dio. Rizzardo ride.

«Non siamo qui per voi, non ancora. Pensiamo prima alla torre ed al castello».

I suoi annuiscono con serietà e mentre l’argano viene orientato gli altri si avvicinano al castello con gli scudi alzati per ripararsi dalle frecce e dai sassi calati dall’alto. Il vento è a favore del conte e caricato il masso lo si sgancia. Questo vola nell’aria simile ad un tafano rumoroso o una vespa che punge. La torre resiste al primo colpo e le vedette che sono lassù esultano. Qualcuno però scende intuendo il pericolo… Con lentezza si prepara il secondo colpo cambiando un po’ l’angolazione. Caricato si sgancia ed abbattendosi scalfisce un lato e tutto trema. Il ritmo riprende regolare ed il terzo ed il quarto pietrone volano sicuri, ma al quinto si avverte un colpo secco, uno spezzarsi dall’interno e la torre oscilla, per un attimo regge… infine crolla lamentosa da un lato, quello opposto al borgo. Si leva una nube di polvere e poi prende fuoco. I soldati rimasti, che non sono stati uccisi dal crollo vengono passati per le armi. Al castello le cose vanno meglio: quando quelli di dentro vedono la caduta e sentono il fragore del colpo, come quello di un albero che cade, si guardano tra loro sbigottiti.

«Il conte Rizzardo vi concede di aver salva la vita in cambio del castello e dei beni del castello. Uscite e non vi toccherà, restate e preparatevi a combattere».

Escono tutti, il castello ora è nelle loro mani e vi si installano con calma. I fuoriusciti invece si rifugiano nel borgo nottetempo per certi accessi segreti, mentre i soldati del conte fanno razzie e scorribande tutt’attorno per l’intera giornata. Infine anche il Borgo si consegna a Rizzardo.

 

Ad Alberico giuge la notizia (via piccione viaggiatore?) mentre si trova a Bassano ed invia una squadra di soccorso a risolvere rapidamente la questione. Alla testa i guerrieri Erro da Lonigo e Bonifacio da Orbana. Forse a pagare cavalli, armi e commilitoni è di nuovo Gerardo Maurisio. Baldanzoso il gruppo se ne passeggia di qua e di là con la noncuranza di chi sa già d’aver vinto. Giungono dopo un paio di giorni, probabilmente è sera e le insegne non si vedono bene oppure non sono state cambiate proprio per evenienze come questa. Non sanno che il conte è ancora qui.

«Aprite voialtri, ecco l’aiuto degli Ezzelini. Dov’è il nemico?». Parla Erro.

Lassù qualcuno ridacchia e Bonifacio ne è insospettito. Per buona misura si porta nelle retrovie ed attende. Erro no e… omen nomen? Aspetta che sia pronto il ponte levatoio e tronfio di sé avanza per venirne inghiottito, come tra le fauci dell’inferno. Erro ed i primi ad entrare gridano, colpiti a morte, mentre per gli altri è aspra contesa. Il da Orbana si salva, ma è solo e senza denaro, cavallo, armatura e scudiero… Altri due sopravvivono per essere consegnati al Marchese Azzo VII d’Este e quindi giustiziati. Maurisio perde oltre 200 libre e se ne lamenta.

 

La fortuna è una ruota insidiosa e gli Ezzelini lo sanno. Giunti i rinforzi più ingenti il castello dichiara la resa, ma non il Borgo che ora è per la causa del conte di San Bonifacio. Occupata la dimora e l’orto del Maurisio (ohi ohi!) e sequestrati dei buoi, si attacca loro l’argano e rivoltolo contro il castello si tirano i sassi, ma questa volta non riesce loro di abbatterlo come con la torre. Dal castello dunque il colpo di genio, una sortita nottetempo e, rubato argano e buoi, si vanifica il progetto di Rizzardo. Non c’è però modo di concludere la contesa e così è stipulato un armistizio tra l’ezzeliniano Gabriele da Lonigo ed il podestà vicentino Guglielmo Sivoleto. Tra i due litiganti… Il castello passa in gestione ai padovani

 

 

Passa del tempo. Altri buoi, ma in tempi più pacifici. Stessi campi, ma senza argano. Il fieno è raccolto in rotondi covoni odorosi e trasportato a fatica sopra carri robusti e grandi da bestie da soma avezze alla fatica. Questi però sono buoi speciali, i migliori di tutta Lonigo, quelli del Maurisio. Un’incursione del solito Rizzardo glieli strappa, per consegnarli al proprietario dei primi buoi, quelli usati nell’assedio; neanche Sivoleto riuscirà a farglieli restituire. Ed i covoni? Presto saranno zuppi d’acqua e marciranno. Il conte di San Bonifacio deve avercela con lui... Nel 1209 Rizzardo aveva già distrutto un suo palazzo a Vicenza, con due torri: il nostro è là procuratore, notaio, giudice, avvocato e soldato. In più… è amicissimo degli Ezzelini e loro “ambasciatore” presso l’imperatore. Il Maurisio compila anche una cronaca sugli ezzelini Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano, considerata la più antica. Ho realizzato questo racconto breve sulla base della lettura dei testi del Mazzadi e poi dall’originale in latino del duecento.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.