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Settembre 1592, Visita pastorale del vescovo Michele Priuli
Il borgo di Lonigo sonnecchia, una bianca coltre vi è stesa come un lenzuolo a schermarlo dal sole. Il clima è mite, frizzante. Ci si aspetta un inverno freddo, buono per zucche e cappucci. Ospite di Palazzo Pisani, mi trovo a godermi la vista dal primo piano della loggia, dalle arcate aperte sui lati nord e sud. Da quest’ultimo scorgo la Pieve dei Santi Cristoforo, Quirico e Giulitta dare le spalle al campanile, oltre le lunghe muraglie dei giardini, a sua volta svettante sopra al recinto del cimitero. Dal lato nord è visibile Piazza dalle Biade con a destra il palazzo vescovile in cui si stoccano le decime e che uso durante i periodi di riposo. Sospiro, c’è tanto lavoro da fare ed altro non vorrei che dedicarmi alle mie letture. L’arciprete Vulpiano ha i suoi grattacapi e non può accompagnarmi per tutte le località che ho da visitare in questi giorni.
«Sua Eminenza, la cavalcatura è pronta».
Annuisco bonario e scendo. Le scale sono in un vano laterale che ammettono negli ambienti che conducono giù, al Volto centrale del palazzo. Le guardie dei nobili Pisani chiacchierano con la mia scorta. Impartiti gli ordini a dei funzionari, che in mia assenza svolgano certe mansioni, salgo a cavallo. Accanto a me il mio segretario e scriba. Il capo scorta sopravanza e così circondati siamo pronti a partire. Senza fretta ci avviamo in direzione sud. Le muraglie dei giardini sono piuttosto lunghe e si annettono alla Pieve. Passiamo oltre, ho già dato ieri delle strigliate all’arciprete e non ho intenzione di soffermarmi nuovamente perdendo altro tempo.
La Contrada di Braggio è splendida con i suoi prati, gli alberi e le vigne. Gli orti sono rigogliosi e gli agricoli al lavoro ci osservano passare, si fanno il segno della croce e qua e là impartisco qualche benedizione. Passiamo accanto, sulla sinistra, alla chiesetta di Santa Caterina, amenissimo luogo di grande spiritualità. La mia destinazione è ancora oltre e man mano che procediamo la campagna si fa sempre più aperta. Svoltiamo un po’ a sud-ovest e ci limitiamo a seguire i sentieri per un buon tratto e dopo una ventina di minuti siamo nei pressi della chiesetta di Santa Marina.
Di fronte al piccolo edificio dal tetto a capanna e campaniletto c’è uno spiazzo largo, tutt’attorno diverse tombe di plurime antichità che spuntano dalla terra. Dei villici si riposano all’ombra di un gruppo di alti cipressi.
Smontiamo e sono sorpreso che non ci sia nessuno ad accoglierci. Bene, le visite pastorali servono proprio a questo: trovare e possibilmente risolvere i problemi, o per lo meno indirizzarli per il meglio.
La scorta ha controllato l’intorno e possiamo avanzare con tranquillità.
Da una casetta attigua esce un’anziana che si avvicina come può, più veloce che riesce.
«Maria Vergine, non sarà mia il vescovo elo?»
«Sì, sono io. È lei qui la custode?»
«Faccio le veci di Fra Giuseppe».
E chi sarebbe? Hmm…
«Non lo conosco. Dov’è?»
«No lo so mia, el gaveva calcosa da fare a Cologna».
Iniziamo bene…
«Mi dica di più. Posso entrare a vedere l’edificio?»
«Certamente, el ghe fasso strada».
Estratte le chiavi dalla tasca sferraglia un po’ e poi ci apre ed io ed il mio scrivano entriamo. Si tratta di un ambiente ad una navata con tre altari. Il maggiore, presumo, dedicato alla martire Marina. A sinistra uno dedicato a Santa Lucia, mentre a destra non so. Guardo il soffitto, avrebbe bisogno di…
«Staga tento a vardar ‘vanti i piè che el pole inciampar».
«La ringrazio della premura. Sono previsti dei lavori per mettere apposto il tetto, il pavimento e perché no rinfrescare le pareti?»
«So che i ga da vegnere a fare sti lavori che el dise, gli operai i se sa sta ciamà».
«Davvero? Bene, bene. E di questo Fra Giuseppe che cosa mi sa dire?»
«A lè tanto un bravo toso. L’è sovane, ma el ga tanto zelo. So che prima l’era nei conventuali».
Con che mandato è qui? No, no bisogna che veda le sue licenze…
«Mi spiace, gli dica di venire a Vicenza con i suoi documenti, si quas habet (ammesso li abbia). Fino ad allora non potrà dir messa. Il mio scrivano le rilascerà ora una lettera, gliela consegni».
«El varda che l’è bravo davero. No le mia come sti nostri perdizorno, el ga da fidarse de mi».
«Vorrei tanto poterlo fare, ma devo prima vederlo questo giovane. Non trova?»
«Ga razòn… Come femo? Me spiaze chel vaga via angustià».
«La chiesa è in buone condizioni, i villici la frequentano. Dica al frate di venire al più presto».
Abbiamo fatto presto.
L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.