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Inizio X secolo

Estraggo la lancia dal corpo dell’ultimo Ungaro che ho ucciso e mi guardo attorno. Uno sparuto gruppo di sopravvissuti si è riunito nei pressi dei ruderi fumanti della chiesetta di Santa Marina: un paio di vecchi, mia moglie e tre bambini figli di mia sorella. Mi rivolgono occhiate guardinghe mentre qua e là si levano i lamenti di coloro che agonizzanti sono ad un passo dalla morte. Prendo la spada del mio sfortunato assalitore e me la metto alla cintura, la mia si è spezzata. Accanto ai resti carbonizzati di un’abitazione si fa strada il fabbro, mezzo zoppo, e mi rivolge un cenno del capo. Uno dei vecchi sospira, è suo padre.
«Chierico, che Dio ti salvi! Con una lancia… quanti ne hai uccisi?»
«Cinque.»
Il fabbro ride scuotendo il capo e si mette a frugare tra gli averi di un altro Ungaro, morto nel momento in cui a sua volta uccideva una donna armata.
Che peccato che una donna così valente sia morta… era una dolce compagna.
Dalla parte opposta spuntano due ragazzini con un carretto, sono i giovani a cui poco prima ho dato l’incarico di trovare un carro ancora utilizzabile. Nell’avvicinarmi ai massi della piccola chiesa raccolgo tutte le armi ancora buone e le spartisco con questi miseri che la morte non ha voluto portare con sè. Do i pugnali ai bambini e la lancia a mia moglie. Un vecchio ha il martello della fucina e l’altro il suo bastone.
I bambini hanno freddo, ma non dicono nulla. Sono davvero resistenti.
Non posso fare altro che dare loro i mantelli degli Ungari che non sono intrisi di sangue. Ne scelgo uno e lo faccio a pezzi, troppo piccoli per un uomo, ma più che sufficienti per loro.
Dalle macerie della chiesa estraggo invece l’unico evangelario, un calice ed un paio di croci, tutto il resto è inservibile. I santi dipinti mi osservano anneriti dai pezzi di muro sparsi qua e là.
Da Sud-Ovest giunge un gruppetto di sopravvissuti proveniente dalla vicina San Tomà. Puntiamo le armi contro di loro, ma non ci sono ostili e così lasciamo che si uniscano a noi. Saranno circa una dozzina.
«Chierico, conosci le preghiere per le esequie?»
«Sì, ma non sono il parroco».
«Abbiamo dovuto sepellire le salme di alcuni nostri parenti, dobbiamo…»
«Mi spiace, non mi farei remore ad agire in altri momenti, ma ora non ci è data nemmeno la pietà per i morti. Temo che gli Ungari facciano ritorno, come in passato».
«Venite con noi, andiamo tutti a Bagnolo, la chiesa è ancora in piedi».
Scuoto il capo, sto per rispondere, ma il fabbro mi precede.
«Non è il caso. Sarà presto sera ed occorre un posto più sicuro dove potersi difendere».
«Meglio seguire il corso del Fiumenovo, a Nord-Ovest – aggiungo – noi conosciamo meglio quei luoghi».
«Non c’è nulla di là, solo paludi, zanzare e desolazione». Ribatte uno di quelli di Bagnolo.
«Quale miglior luogo dove nascondersi? C’è una collinetta abbastanza ampia, tra le due anse del fiume, potremmo ricominciare da là». Non sono mai stato più sicuro di così. Potrei dire che me l’ha mostrato Gesù Cristo…
«State scherzando spero. Non c’è proprio niente di là, solo fango e malattie, morte certa. A Bagnolo ci sono degli edifici integri».
«Ancora per poco. Voi non li avete visti bene, questi. – Il vecchio col martello ne indica uno, cadavere. – Uccidono per razziare e tornarsene al loro tugurio, gli edifici ancora in piedi e non fatiscenti sono il loro obiettivo primario. Mettiamolo alle urne piuttosto.»
Che sia la sua eredità di antico romano? Il mio essere longobardo sarebbe più diretto.
«Bah, non serve. Chi vuole mi venga dietro, quanto agli altri… addio». Partono in sette, a tornare da dove se ne sono venuti.
Non perdiamo altro tempo neanche noi: carichiamo il poco rimasto, qualche gallina, due capre, un’asina, gli attrezzi agricoli e per cucinare. Anche i bambini e gli anziani sono sul carro. Alcuni cadaveri li sepelliamo su tombe vuote, altri su quelle vecchie, mentre gli Ungari in una pira che accendiamo.
Partiamo senza rimpianti, magari in giorni di pace si potrà ancora vivere in questi luoghi, forse un giorno si lotterà di nuovo qui e nuovo sangue si offrirà in sacrificio a lavare quello antico, il nostro.
Rido.

Ecco, siamo tutti sul colle sopraelevato ed il Fiumenovo ci protegge sui lati Nord ed Ovest, mentre sui lati Sud ed Est il terreno o è molle ed insidioso o, il più praticabile, ha bisogno di tempo per essere percorso tra rocce e piante. Sulla cima c’è un’ampia pianeggiata con qualche rudere che pare un rifugio di fortuna di un disperato che deve essersene andato. Non c’è nient’altro, tranne i segni di centuriazione romana appena visibili sotto di noi. Abbiamo allestito un campo ed un piccolo steccato per gli animali. Sono tutti attorno al fuoco per scaldarsi, mentre noi facciamo la guardia.
Anche il cielo di questo tramonto pare tingersi di rosso, spero non piova. Recito tra me e me qualche preghiera ed alcuni ringraziamenti per poi mettermi a sedere sul prato ad osservare oltre il fiume. Si potrebbe davvero costruire un nuovo abitato qui, cinto da mura.
Mi passa di nuovo accanto il fabbro nel suo giro di ronda, lo osservo accucciarsi e quasi non mi accorgo che c’è del movimento al di là del fiume, ad una certa distanza.
«Che San Cristoforo ci salvi».
Con un gesto zittisco il brusio e tutti si appiattiscono a terra, i vecchi e mia moglie restano semplicemente seduti. Un esiguo gruppo di Ungari a cavallo passa e ci fissa sostando. Il loro capo sorride, ma poi ci valuta meglio e voltandosi se ne va con espressione contrariata: siamo solo dei poveri disgraziati, non ne vale la pena.
Sospiro, avevamo davvero ragione noi.
Anche in questo caso le informazioni sono tratte dal testo Lonigo nella Storia (Voll. I) del professor Mazzadi. I personaggi sono di invenzione (per quello non hanno un nome proprio), ma i fatti e le decisioni sono reali a partire dalla distruzione del primo nucleo di Santa Marina nel X secolo. Anche l’idea del religioso armato e non ligio agli obblighi di castità, o che celebra armato, sono davvero accaduti secoli orsono nelle nostre zone.