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La Città delle Artiste ospita… Toni Bottegal, l’astratto naturale impreziosito dal bianco

Toni Bottegal è un artista leoniceno dedito all’astratto di un tipo per così dire naturale che oltre ai colori si giova dell’utilizzo della spatola. In precedenza ha dipinto figurativo sotto lo pseudonimo di B. Athos (dall’omonimo personaggio de’ I tre moschettieri) praticando il ritratto. La sua pittura apprezza la luce inserendola all’interno delle opere tramite il colore bianco in un’ottica di alleggerimento cromatico e compositivo. Si ha sempre l’impressione di calare all’interno di una vegetazione incontaminata dalla quale si osserva la realtà con un certo stupore e sbigottimento. La pennellata è data grossa e il suo incedere lascia il segno, quasi un vento che smuove ogni cosa. Si tratta comunque di una vocazione naturale che coinvolge la vista e la attrae con suggestioni ancestrali sempre efficaci e adatte alla contemplazione. Si nota infine uno sforzo di sintesi per esiti più asciutti, essenziali che indirizzano meglio l’attenzione dando un’inedita concretezza all’astratto.

Carnevale, olio su tela,

La superficie di questo dipinto ricorda l’iridescenza delle scaglie di un pesce che captano la luce del sole mentre questi si muove attraverso le profondità marine. Non è la sola suggestione acquatica, infatti anche quei segni curvati rinforzano l’impressione di un fondale con le sue alghe che celano e proteggono i suoi abitanti come se fossero una foresta. Si potrebbe pensare altrimenti ad un velo simile a quello del tempio di Gerusalemme che nasconde alla vista il divino (che accecherebbe), ma non del tutto, per far intravvedere barlumi di una realtà al di là più ricca e vivace. Il titolo fornisce una chiave di lettura interessante che, se da una parte trasmette un’idea di festa, dall’altra rimanda ad un tutto caotico che sà di Arlecchino. Per quanto una tale maschera porti allegria c’è nel suo profondo un’origine che rimanda alla morte e agli abiti del cadavere. Gialli, rosa, blu, ocra e viola giocano tra loro e si cercano, si rincorrono in un ritmo imprevedibile ed evanescente. Vi è certamente il colore verde che nasce dall’unione di giallo ed azzurro, il blu puro simile agli zaffiri in una grotta, brillanti alla luce di una torcia.

Campo di grano, olio su tela,

Un vento impetuoso sconvolge e minaccia di sradicare l’intero campo di grano i cui steli si sono ridotti a sottili strisce che raschiano e solcano il colore steso. Il giallo dello sfondo non fa presagire una tempesta e quindi si può pensare che si tratti del vento primaverile, Zefiro, colto in un momento di furia o di divertimento improvviso. La vocazione naturale non abbandona l’opera e riflette una realtà varia e complessa che si muove all’unisono per resistere alla foga implacabile degli elementi che altrimenti la spazzerebbero via. Gli antichi romani erano soliti detergere le spighe ancora da mietere con il sangue dei sacrifici in una funzione beneaugurante e qui il rito è per così dire già avvenuto e determina la sovrumana resistenza degli stessi. Che cosa può essere invece il colore azzurro? Non pare si tratti dell’acqua, è meglio pensare a degli spiriti naturali che abitano la terra, ma hanno radici nell’oltretomba, nell’Ade. Il verde sorge di nuovo dall’unione di giallo e blu e il magico viola dal rosso e ancora dal blu. Nonostante tutto c’è una delicatezza palpabile che rassicura e non fa temere alcun male dagli eventi atmosferici in atto.

Un tocco di viola, tecnica mista,

Ci si trova di fronte ad una pianta di lavanda o ad un fuoco carico di incantesimi? Potrebbe in definitiva essere entrambe le cose. Un’incantatrice conosce meglio degli altri le proprietà ed i poteri della natura e li utilizza per i suoi misteriosi intenti. Non è detto che lo faccia a fin di male, certo il viola è rinforzato dal verde e si giova della luce e dell’azzurro per realizzare dei portenti più efficaci. Lampi viola perturbano questa tempesta vegetale e donano guizzante velocità ad uno spirito, la lavanda, invece placido e profumato. Che questa malia voglia travolgere tutto per restituire finalmente una naturalità ad un mondo che soffoca e cuoce? Una maga ignota sta cercando di fare forse una divinazione il cui esito è noto soltanto a lei, quasi un aruspice che scruta l’enigmatico volo degli uccelli in una giornata ventosa.

Terracque, tecnica mista,

C’è in quest’opera un’effervescenza da brodo primordiale in cui si sta originando la vita e già si muovono certe entità verdi che paiono degli esseri viventi. Il bianco arricchisce la tela e dona luce alla composizione che ha un atteggiamento guizzante ed è difficilmente imbrigliabile. Ci sono anche dei tocchi di arancio e poi al centro una traccia, un percorso terroso dai toni di un leggero viola. Su tutto predomina un giallo vitale che vira parzialmente al verde laddove le verdi presenze si fanno più evidenti. Anche i bianchi potrebbero essere delle creature semplici che, attratte dalle verdi, prendono a danzare tutt’attorno come farfalle. C’è tanta luminosità in queste acque tropicali che nascondono i segreti dei primordi della vita e non si può che contemplarle senza dire più nulla.

Senza titolo, tecnica mista,

Un sole morente visita un prato alto ed incolto prima di calare all’orizzonte. L’osservatore è posto alla pari di un insetto durante la calura estiva che si giova della protezione delle ampie e fresche foglie. Si avverte, avvolti in questo abbraccio vegetale, una brezza che corre leggera e accarezza gli steli. Qua e là qualche fiore giallo-aranciato impreziosisce la composizione con la potenza di un gioiello elaborato ad arte, intessuto nel velo della notte ormai prossima. Non è ancora del tutto buio e sprazzi di luce raggiungono la terra e pare che giochino a nascondersi e rincorrersi con l’allegria delle rondini. L’opera potrebbe ricordare il letto di un rigagnolo che scorre placido tra le sue alghe e riflette la realtà circostante come uno specchio. Insetti microscopici sfiorano l’acqua e creano cerchi ed onde che riverberano luci e colori sempre nuovi ed inaspettatamente delicati.

New York, olio su tela,

Nero, bianco, giallo, rosso e blu sono i colori che ha utilizzato per primo Piet Mondrian nelle sue opere dal titolo New York City. Dove c’è rigore ed essenzialità geometrica abbiamo qui al contrario un caos dinamico che punta l’attenzione sulla velocità e apparentemente si connota per l’assenza di ordine. Questa grande megalopoli è circondata dalle acque fredde e profonde dell’Atlantico, nonché dal fiume Hudson che rende florido Central Park (si capisce quindi il motivo dell’inedita presenza del colore verde). Barlumi di rosso potrebbero essere dei rimandi alla sua energia, forse in questo caso di una giornata appena iniziata oppure che sta per concludersi ed il nero potrebbe essere l’arrivo della notte che fa fatica a posarsi su una tale frenesia. Di nuovo sembra di vedere la realtà da dietro ad una superficie che filtra e distorce il reale per restituire una visione atipica che parla sempre di natura con una frizzantezza allegra e briosa.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.