• info@lacittàdelleartiste.it

Blog Single

La Città delle Artiste ospita... Michele Massari: sguardo brioso, vivace al tratto

Milutza (Michele) Massari era un artista leoniceno autodidatta che ha sempre praticato l’arte come un’appassionante attività del tempo libero. Nessuno forse lo aveva reso conscio della sua eccellente abilità perché non c’è nulla che lo discosti dagli artisti della storia dell’arte, è qui davvero il caso di dirlo. La sua produzione si snoda dagli anni 70 del secolo scorso al primo quarto del XXI° secolo per un totale di una cinquantina di opere (senza tenere conto di quelle che può avere regalato nel tempo). Questo artista vivace e brioso non conosce difficoltà di tematica e passa con disinvoltura dai paesaggi (non solo locali), ai ritratti di familiari, ai temi sacri, alla copia d’artista. Così può dirsi per le tecniche che vanno dalla sanguigna, alla tempera fino all’olio. Si tratta di una figura artistica che meriterebbe molta più visibilità anche per quegli spunti che le sue tele sono in grado di rilevare e che puntualmente sorgono nuovi ad ogni incontro. Sarebbe bello chiacchierare d’arte con lui e capire se magari le suggestioni che sono sorte in questo studio erano previste o meno già all’origine. Sarebbe certo meraviglioso, ma in fondo i quadri parlano meglio del proprio autore e si fanno portavoce di tutto, anche di ciò che non appare in superficie. Si può dire che in ogni opera d’arte risieda l’anima dell’artista e ogni qualvolta le si osserva si riprenda un dialogo sospeso ad un livello sottile, mentale, silente eppure più vivace di uno reale. Osservate con cura e lasciatevi meravigliare, prendetevi del tempo, riposate in seno ad un’opera e siate più saggi, sensibili.

Piazza Garibaldi, 2009,

Lonigo, giornata di pioggia. Delle superbe nubi cariche d’acqua hanno appena imperversato su piazza Garibaldi, ma ora si sono squarciate in modo che la gloria del sole possa fare da ulteriore contrasto ad esse. Certo deve aver piovuto molto perché i lastroni rosa della pavimentazione sono lucidi e brillanti, fluidi, specchianti e pare quasi che il pittore si stia divertendo come un bambino e voglia sguazzare in queste pozzanghere con la stessa enfasi. Eccezionali queste figurette in movimento realizzate con semplici tratti un po’ fanciulleschi a cui il nostro occhio restituisce prodigiosamente realtà e ai quali potremmo attribuire l’identità che più preferiamo. Ombrelli aperti e chiusi, una signora elegante, un anziano curvo, due uomini sotto lo stesso ombrello, un altro di spalle e poi diversi temerari già senza copertura. L’ambientazione può dirsi realistica anche se il taglio è un poco sfalsato, eppure ha il pregio di ricreare emotivamente un luogo centrale con un’eleganza allegra e spigliata, leggera, non malinconica. Il monumento ai caduti (al centro) è un vero e proprio miracolo e l’obelisco svetta candido con le sue aquile bronzee e il volto di leone come fontana. Si coglie nel complesso un’armonia vivace, linfatica, che irrora ogni cosa e la rinvigorisce donandole sostanza.

Arance, 2002,

Al di sopra di un mobile elegante sta una grande ciotola di legno con un numeroso gruppo di arance impilate una sull’altra con ancora le loro foglie e rametti. Lì vicino un estroso spremiagrumi che ha appena svolto la sua funzione, con una goccia che eternamente splenderà come una gemma arancione al di sopra di un calice del suo stesso succo. Dietro la ciotola inoltre un piattino con spicchi già sbucciati di cui una scorza può essere quella che giace solitaria accanto al calice. Infine sulla parete, affisso con un lungo chiodo, è presente un calendario del mese di gennaio 2002. C’è al centro la rappresentazione certamente di una Natività con un Gesù bambino che risplende tra le braccia della Madonna alla presenza di San Giuseppe e tre angioletti in un edificio in rovina. Può esserci, tra questo e lo spremiagrumi, un collegamento creato dalla crepa prodotta dal chiodo che regge il calendario. Entrambi, chiodo e spremiagrumi, sono oggetti appuntiti che rimandano inevitabilmente alla Passione di Cristo, come anche il calice (Passione che la storia dell’arte non separa mai dalla Natività). Il sangue che stilla è qui associato al succo d’arancia che assume dunque una valenza sacra. Non abbiamo la possibilità di sapere se è davvero questa l’idea del suo artista, ma di certo è molto allettante ed è un’ipotesi reale quasi quanto la scorza di questi agrumi… E si potrebbe parlarne ancora…

Ritratto di Mirella, 1977,

Mirella, la moglie dell’artista, ci osserva dalla giovinezza dei suoi anni più belli con uno sguardo serio eppure dolce, con una punta di curiosità unita ad un tocco di tristezza. Lo sguardo è dritto, ben puntato, le labbra accennano un sorriso mentre il capo è leggermente inclinato a destra. I capelli castano scuro sono ben curati e il loro muoversi ondeggiante da brio e movimento all’intera composizione. L’abito verde è reso volumetricamente e ricorda certe fortunate soluzioni del Realismo magico, tipiche del periodo tra le due guerre, in cui un senso di attesa si unisce ad un’insolita immobilità che sospende il pensiero e cala in un’atmosfera magica. Un guizzo di limpido bianco è dato dal colletto il quale aiuta a staccare dal verde guidando l’occhio al volto dell’effigiata. È questa una soluzione felice come anche l’idea di impreziosire l’abito con una spilla circolare a foglie d’oro e rubini. Anche ciò crea un movimento inaspettato, un piccolo mulinello, una spirale di brezza d’autunno che da respiro, apre i confini e rende il ritratto più fresco, arioso. L’elemento che più di tutti contribuisce ad esaltare l’opera è lo sfondo, di un tenue colore arancio rosato, che gioca con le ombre attraverso un sapiente taglio registico. L’indagine potrebbe proseguire ancora perché i dettagli sono plurimi e sempre più sottili, ma non è il caso di appesantire un’opera così equilibrata.

Formentera, 2002,

Per un artista ogni situazione è degna di essere immortalata se smuove qualcosa all’interno del proprio animo. Una vacanza certo pone chiunque al di fuori dei propri limiti prescritti e mostra paesaggi e situazioni nuove che solleticano la mente. Interviene dunque la grande alleata dell’artista contemporaneo, la fotografia, che cristallizza il momento e lo estrae dal flusso per poi esprimerlo meglio attraverso l’arte. Un foglio di carta ruvido, riquadrato, e una matita sanguigna sono tutto ciò di cui il pittore si è servito per realizzare un’opera vibrante, colta e dal ruvido e dolce tema pastorale. Un brullo campo spagnolo, usato per far brucare le pecore, dei muretti a secco e infine questo spettacolare fico usato dal gregge come riparo dal sole. Uno spettacolo ritorto in cui pare di avvertire la ruvidezza delle foglie che solleticano i rami e giocano con la brezza estiva. Che cosa dire poi degli steli d’erba, spontanei, che si offrono docili al sostentamento degli armenti? C’è inoltre un altro elemento che stupisce ed è la delicatezza della resa del cielo, certamente terso, ma non del tutto. Un velo leggero di nubi scorre sereno e si adagia nell’aria con leggerezza… tutto ciò è appena intuibile e sono solo pochi delicatissimi tratti, ma che racchiudono ogni cosa. C’è una vena di romanticismo in quest’atmosfera e tutto ne è pervaso.

Cristo dei dolori, 1994,

Entriamo dunque in un ambito più intimo e riservato in cui ci appare tutta la devozione dell’artista per quello che è un tema cristologico. La tipologia è quella del cosiddetto Cristo passo, l’uomo dei dolori, che trova la sua fortuna già dal ‘400 e che gli artisti realizzavano per far commuovere la committenza durante il periodo che precede la Pasqua. Si tratta in questo caso del Cristo deriso che sta per apprestarsi a salire il Calvario dopo essere stato coronato di spine. Il sangue dalla fronte trafitta scorre verso il basso assieme al nostro sguardo che si sofferma sullo scarno petto irrigato da alcune gocce simili a pietre preziose. Gli occhi azzurri di Gesù sono rivolti a terra, le labbra dischiuse a proferire forse qualcosa e infine barba e capelli lunghi che ancora non hanno perso la loro grazia. La veste rossa è quella che per tradizione è stata realizzata dalla madre, Maria, proprio quella che sarebbe stata priva di cuciture e che poi i soldati si giocheranno a sorte. Fino a qui abbiamo raccolto le sofferenze umane di un uomo vessato prima della sua uccisione, mentre lo sfondo ci rende partecipi della sua duplice natura divina. Dietro di lui il sole splendente nella sua gloria che rifrange i suoi raggi nell’atmosfera e pervade tutto con la sua calda luce. Sono due immagini che hanno la stessa intima identità e sono tra loro inscindibili eppure gli uomini che l’hanno condannato non se ne sono accorti. E noi, lo avremmo fatto? Il dubbio fa propendere per la risposta negativa e ciò in fondo commuove.

Iris, copia da Vincent van Gogh,

Il nostro artista non solo ha realizzato opere originali e inedite, ma anche copie d’artista e nello specifico una replica piuttosto somigliante degli Iris di Vincent van Gogh del 1889, ora conservati al Getty Museum di Los Angeles. I colori di questa ripresa sono certamente più scuri e meno tattili, ma chi potrebbe riuscire a imitare perfettamente il tratto di un artista così iconico? Questa copia è comunque d’effetto e restituisce tutto il senso dell’originale in un’ottica più definita, meno sfuggente e per così dire più liscia. Il prato visibile sullo sfondo è qui più ampio e risente maggiormente dell’arsura del sole. Si tratta di una scena che si regge sull’unione di due punti di vista di uno stesso prato che però nella realtà non è possibile vedere sincronicamente. Identica è la resa del folto gruppo di steli e lunghe foglie che danno quasi l’idea di alghe in movimento sott’acqua e ci si aspetterebbe da un momento all’altro di vedervi apparire degli agili pesci. L’effetto d’insieme è molto florido ed entrambi i pittori, artefice e copista, potrebbero senz’altro dirsi vicendevolmente soddisfatti.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.