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Il mito dipinto: La figura di Persefone

Quest’articolo vuole essere un tentativo di narrazione di un mito tramite l’aiuto di alcune delle opere d’arte che ho avuto modo di mostrarvi in queste interviste (che non necessariamente sono legate a questo tema). L’arte si presta molto bene a questi scambi perché è colma di suggestioni: basta avere la chiave giusta e il percorso, anche il più arduo, può farsi agevole. 

Coreana dai colori tenui, Mara Barison,

Chi è Persefone? All’inizio è una giovane dea, figlia dei ben più importanti Demetra e Zeus, e non si distingue dalle altre divinità minori se non per questa parentela. È certamente una dea che non teme alcun male, innocente, che vaga con il suo seguito di ninfe per i prati più ameni e non si cura d’altro. Una spensieratezza in cui si insinua però una presenza nefasta, un osservatore malevolo che si prende ciò che vuole senza consenso e che fa uso di violenza. Egli, Ade, la osserva di lontano e con i fumi infernali, sovrano dell’oltretomba, proietta la sua immagine progettando di rapirla contro la sua volontà. È lui una divinità regale che usa il potere associandolo alla forza e mantiene dunque il suo dominio con la violenza… non conosce clemenza e l’amore per lui è solo il possesso di un oggetto che ancora non ha. Ade è una divinità ben più antica e può agire nel proprio regno come vuole e quindi il suo modo di porsi non è inconscio, scusabile, ma frutto di una scelta autonoma che non concede nulla agli altri.

Gigli, Stefania Magnabosco,

In una non ben precisata piana di Nisa, forse in Sicilia, Persefone raccoglie i fiori assieme alle sue ancelle. Come potrebbe temerli, prerogativa e diletto di sua madre, dea delle messi? Ed ecco, con la stessa terribilità di una favola dell’infanzia Persefone scorge un fiore la cui bellezza potrebbe essere paragonata a quella dei gigli. Ade sa che la giovane si avvicinerà, l’ha studiata a lungo agendo da predatore con l’inganno e la manipolazione. Persefone sta per raccoglierlo, ma… sotto di lei si spalanca una voragine che la inghiotte e Ade la rapisce senza lasciare traccia. Le ninfe l’hanno vista addentrarsi tra l’erba più alta e cominciano a chiamarla sempre più disperate fino a quando non capiscono che forse un dio l’ha rapita e chiamano Demetra. La dea maggiore appare subito e turbata dalla scomparsa di sua figlia inizia a vagare per il mondo alla sua ricerca.

Il mondo dei pensieri, Ivana Schiavo,

Persefone, o tu che porti abbondanza, dove sei? Si chiede Demetra durante questo angoscioso e crudele periodo di assenza. Ella non considera nemmeno di cercarla nel regno dei morti, certa che sia in vita essendo l’eternità una prerogativa divina… Eppure si trova davvero là in balia di un dio crudele e oscuro. Demetra ancora lo ignora e stanca per la lunga ricerca perde la sua forza vitale divenendo vecchissima, tutto attorno a lei gela e per la prima volta nulla resta delle abbondanti messi con cui si nutre l’umanità. Zeus invece, suo padre, non dice nulla, non scuote neanche la sua chioma e dunque tutti gli dei pensano che abbia dato in sposa la figlia ad Ade. «Ma come? Non è lo zio?» Si chiedono in molti. «E allora? Zeus in fondo ha sposato la sorella.» Rispondono i morti. Demetra però non accetta il verdetto truffaldino e semplicemente decide di mantenere l’inverno sulla terra fino al ritorno di Persefone, ma Zeus, preoccupato di perdere il suo potere ordina ad Ade di rilasciare la figlia.

Natura morta con melograni, Michele Massari,

Ade ha pensato anche a questo e con l’inganno perverso manipola nuovamente Persefone. «Aspetta, amabile Persefone, permettimi che ti faccia un ultimo dono per celebrare questo incontro prima del nostro addio». La giovane è in fin dei conti sensibile, educata alla cura, e ingannata crede di vedere qualcosa in lui che lei può lenire, ma… «Non ho potuto preparare molto, ecco un piatto con dei fiori dipinti, un’urna vuota color del mare più cupo e poi un frutto che neanche tua madre conosce. Assaggia i suoi chicchi». Persefone cede, crede che nessun male venga da quest’offerta e assaggiandoli avverte uno strano sapore… quello del sangue. I frutti del regno dei morti non sono per i viventi, figurarsi per gli immortali, ma ormai il misfatto è avvenuto e Ade la saluta a cuor leggero sapendo che la giovane tornerà, ormai è sua. Egli però non ha ancora fatto i conti con Demetra.

Melograni, Stefania Fasolin,

Persefone risale con gioia in superficie e una volta raggiunta la madre l’abbraccia offrendole un cesto con i frutti dell’oltretomba. Demetra impallidisce, sa bene cosa sono quei melograni e le chiede spaventata se ne abbia assaggiato. «Sì, che sapore terribile!». Ade nel frattempo è già salito nell’Olimpo come fumo nero e vanta al fratello Zeus le sue prerogative, infatti chi mangia dei frutti del regno dei morti non può più andarsene da là. «E così hai ingannato Demetra… Ti concedo la vittoria, Persefone sarà davvero tua moglie e vivrà con te per sempre». Giunge però Demetra: «Certo, mia figlia sarà la regina del regno dei morti, ma non avendo magiato un intero frutto tornerà da me per metà dell’anno e io scioglierò per lei i geli dell’inverno e farò rifiorire la natura al suo passaggio». Ade protesta e Zeus ride con le chiome simili ad una nube temporalesca. Nessuno ha la meglio, le stagioni sono create e la violenza purtroppo non risparmia neanche le dee.

Giovane donna, Michela Dal Zovo,

«Eccomi, sono io Persefone, colei che porta l’abbondanza. Per un inganno sono divenuta regina dell’oltretomba, ma governo davvero ed efficacemente. Ciò che più mi manca è il sole, ma almeno quando sono costretta a scendere tra i morti questo mio regno rifiorisce e tutti si fanno più loquaci. C’è chi dice -non ci sono più le mezze stagioni-, ma dimentica che prima di me l’intero concetto di stagione era un’utopia. Hanno tentato di mettermi a tacere e se fossi stata una mortale ce l’avrebbero fatta, ma io almeno qui ho cura di tutte le donne vittime di violenza e le proteggo, sono la mia corte. Una magra consolazione direte, ed è così finché chi vi governa non capirà che è solo la cultura che educa al rispetto, alla sensibilità. L’amore non è possesso, è assenza di morte, a-mors, non calpesta, non estirpa e non uccide. Se questo vi può consolare sappiate che io e loro saremo sempre qui e le nostre storie vi daranno il tormento, visiteranno i vostri sogni come fantasmi… Se la mia bocca è fatta tacere che il mio sguardo trafigga e interroghi con durezza il vostro operato. La donna grida fin dall’inizio dei tempi una sola parola: UGUAGLIANZA. A furia di colpire il bronzo si tempra, il ferro diviene più resistente e l’oro è cesellato… ce la faremo».

 

L’articolo è proprietà intellettuale di Rossi Pierluigi.