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Figlia di Zeus e Latona, Artemide è da sempre una dea associata alla luna crescente e alla caccia (lo spicchio di luna è ricurvo come il suo arco d’argento). Come Atena, Artemide (Diana per i romani) è una dea vergine che assiste anche le donne partorienti. Suo fratello Apollo è il dio solare per eccellenza e come la sorella è un abile arcere. Per gli etruschi è la dea Artumes sorella di Aplu ed il suo aspetto è simile a quello delle Amazzoni dal seno scoperto, oppure è effigiata anche alla guida di un carro trainato da cerve. Con queste ed altre suggestioni sono andato a rintracciare gli echi sparsi qua e là tra le opere delle artiste conosciute finora...

Roma Lyman (Rinehart), Manuela Scarso,
In un inno di Callimaco dedicato alla dea si racconta che Artemide fanciulla abbia chiesto al padre Zeus dei doni e che questi glieli abbia concessi colpito dal suo acume. Pare proprio di vederlo, il padre degli dei e sovrano dell’Olimpo, il tonante, colpito dalla sicurezza della figlia: non può che fare come lei comanda. Il viso di Artemide potrebbe essere simile a quello della scultura di William Rinehart, Il ritratto di Roma Lyman, che la nostra pittrice ha riprodotto ad olio. La dea si caratterizza fin da subito per una grande risolutezza nello scegliere il proprio futuro: chiede la verginità perpetua (lei che per altro favorisce il parto perché nata senza provocare travaglio alla madre Latona), delle frecce ed un arco ben teso. Artemide ottiene di essere signora delle montagne e di divenire portatrice di luce. Il suo carro d’oro è trainato da cerve, ha una muta di cani, un coro di sessanta oceanine e venti ninfe come ancelle. Come quest’opera la sua pelle d’avorio emana luce e rischiara la notte, la sua giovinezza regale incute timore ed il suo sguardo imperturbato trasmette reverenza.

La luna bacia di nascosto il bosco, Patrizia Da Re,
Una luna piena splende sola nella notte e si approssima al bosco con riguardo, silenziosa, prima di baciare affettuosamente le cime degli alberi. La sua luce è abbacinante e stordisce i sensi, scandagliando il buio della notte con una grazia portentosa. Artemide è dea della caccia ed ama le montagne, di rado giunge in città e quando lo fa è per aiutare le partorienti. Il bosco vibra e si spinge verso l’alto perché fisicamente attratto dal satellite perlaceo come se la copertura frondosa fosse un mare soggetto alla marea. Degli alberi non scorgiamo le foglie nè la parte sommitale perché alla dea interessa che il terreno sia ben visibile per inseguire le sue prede. La luce sfiora le cortecce e le impreziosisce di uno spirito gentile, accarezza le trame nodose e le sottolinea con netto dettaglio. Viene da chiedersi che cosa sia questa scia arancio che scende, quasi un arazzo ingioiellato oppure un bronzo sbalzato. Che si tratti di una parete di un tempio, di una colonna, o forse di un albero millenario accanto a cui la dea può ristorarsi? Pare di vederla dopo la caccia, con le ninfe che si occupano del suo carro, le oceanine che si prendono cura del suo aspetto apprestandole un bagno. Attento Atteone, non spiare una dea, altrimenti il tuo sangue irrorerà le radure e ti trasformerai in una preda.

Il bosco segreto, Irene Finato,
Caliamo con la dea nel sottobosco così per comprendere che cosa renda questo luogo speciale, con il suo ritmo che invita al silenzio e all’ascolto e che muta a seconda delle ore e delle stagioni . Le prede di Artemide sono le agili lepri e i branchi di cervi, certamente animali sfuggenti ed ardui da catturare. Con lei la sua muta di levrieri le corre appresso meglio che può, le sue armi d’oro tintinnano, mentre l’arco d’argento balugina alla luce del sole che filtra tra le foglie. Il suo abito è una tunica lunga al ginocchio, ricamata all’estremità, che le consenta una maggiore libertà di movimento senza intralci. I suoi calzari calcano il terreno setoso e le ombre degli alberi sono una risorsa in cui ritirarsi nell’attesa della caccia.

La freccia è stata scoccata, Chiara Coltro,
L’arco che Artemide domanda al padre Zeus non è uno dei più potenti, ma espressamente chiede che sia ben teso. Non solo, è d’argento e ricurvo, di fattura ciclopica: è stato prodotto nella fucina di Efesto a Lipari. Anche il fratello Apollo ha un arco simile con cui uccide le fiere e provoca le pestilenze, poteri che possiede anche la dea. Le frecce sono d’oro e dopo essere state scoccate non lasciano scampo e il dipinto rappresenta proprio l’esito finale di una tale azione. La vita pulsante fuoriesce con impeto e si mischia con calore ai colori della terra, la tela si lacera e la freccia penetra con dolore. Le prede abbattute, non sempre piccole, vengono quindi poste sul carro e portate sull’Olimpo oppure ai ciclopi. Pare quasi di vedere in quest’opera il profilo dell’arco, mentre la corda invisibile ancora vibra per il colpo impartito.

Diamante, Michela Grossi,
Ed ecco la punta della freccia che ricorda qui il capo con l’elmo di un guerriero antico oppure la superficie lunare con quella cavità presente sulla destra, il cui colore rimanda al chiarore notturno del nostro satellite ed il volto abbozzato a certe sue raffigurazioni umanizzate. La luna, oppure la dea Artemide, rischiara la notte con uno sguardo imperturbato capace di vedere tutto e nulla le sfugge, è una cacciatrice. Devote alla dea vergine erano le amazzoni, guerriere dal seno scoperto, terribili e letali. Artemide rappresenta in fondo la libertà femminile, colei che si è scelta da sé il suo destino senza attendere che fossero gli eventi a guidarla. Questa argilla potrebbe ispirare fragilità, ma il suo atteggiamento esprime sicurezza e questo sguardo incalcolabile è quello di un’acuta stratega che sa il suo valore e quello delle sue servitrici. In tutto questo non si può dire che non vi sia comunque della delicatezza, una rotondità che non si fa mai del tutto asperità e che incanta nel suo aspetto indecifrabile. Le basi quadrate la fanno sembrare una scultura venerata in uno dei tanti templi della dea, c’è una ieraticità che la pone in un piano altro rispetto alla realtà circostante.

Quadràmi, Federica Fontolan,
Solitamente Artemide ha un gioiello sulla fronte o sul capo con la forma di una falce lunare che può ricordare questa collana realizzata dall’artista. In questo caso si potrebbe pensare però ad una luna piena con i suoi crateri d’argento che si staglia nella notte durante il suo dialogo continuo con il sole. Si tratta di un gioiello dalle forme semplici e dirette, di un cerchio con iscritto un quadrato che si giova delle piegature dell’origami, dell’acrilico nero e dell’argento riflettente. Che sia stato prodotto anche questo a Vulcano? Certamente la dea avrà guidato Efesto nella realizzazione del monile secondo il suo progetto per poi sfoggiarlo nelle buie notti di caccia: allora la luna saluterà la sua signora e questo gioiello ne prenderà vigore emettendo bagliori. Si tratta di un’opera diretta e senza fronzoli adatta ad una dea pratica e senza convenevoli che dice sempre ciò che pensa… una pungente sincerità che ama la naturalezza e gode di fare le cose a suo ritmo per una libertà che esige di essere rispettata.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.