• info@lacittàdelleartiste.it

Blog Single

Gessica Tiziani, delicata erudizione e sensibile sguardo

Gessica Tiziani è un’artista capace ed esperta che ha messo a frutto le conoscenze derivate dall’Accademia e dalla frequentazione di artisti (come ad esempio Vico Calabrò), nonché dalla pratica incisoria, per creare un’arte dal proprio carattere e dal delicato impatto. Non c’è tecnica che non abbia sperimentato, dal disegno alla penna, dall’acquerello all’incisione, dall’affresco all’olio, ma quella con cui si sente più a suo agio è l’acquerellone (colori puri dati per velatura, molta acqua, colle). Ogni opera non solo è studiata e realizzata dal punto di vista del contenuto (il soggetto), ma anche del contenente (la tela, la carta, i pigmenti, …) come se si trattasse di un’opera d’arte totale, completa. Il suo stile ha spaziato molto nel corso del tempo da un inizio maggiormente astratto e tendente all’Informale ad un ritorno iperrealista che gioca con i dettagli minimali e con la luce. Eccellente è anche l’attività incisoria con l’utilizzo delle sue innumerevoli tecniche, come anche l’attività di restauro dei mobili. Non c’è nulla che quest’artista non sappia realizzare e le auguriamo che possa tornare a dedicarsi all’arte con nuovo vigore e spirito creativo.

Alberi, 1995,

C’è in quest’opera uno spirito che si è diffuso tramite i pigmenti, nelle terre e nelle ocre, che rievoca e rivitalizza tutto il vigore dell’albero del gelso. Il soggetto è ritratto d’inverno, quando le linfe vitali sono celate con cura, anche se pare restituire in questo caso tutto lo splendore dell’estate. L’albero iniziale non è in realtà questo perché l’artista l’ha sapientemente spogliato per restituirci la sua essenza primaria senza una buona parte degli orpelli del reale. Si tratta in fondo di una fase del percorso verso l’astratto, che tende all’Informale, ma che si ferma sulla soglia del visibile. La forma non è scomposta, semmai semplificata, quasi sottoposta a dei raggi che mostrano ciò che l’artista sente e cioè un’impronta, di dinosauro. È come se si tentasse di sondare il gelso per farsi restituire la sua storia fatta di un’osservante silenzio, oppure di un fragoroso cicaleccio, un ripetersi in fondo di stagioni che paiono sempre uguali, ma non lo sono. Avverto quasi un afflato pastorale che rimanda alla poesia di Tibullo e Properzio, a quel rievocare l’età dell’oro come luogo di idillio in cui la vera pace sta nella dimenticanza delle logiche del mondo, della frenesia, per godere finalmente del sentimento più puro, l’amore, senza tempo. Un sentimento che quasi avviccina agli amori degli dei della prima età in cui non c’era bisogno di nulla e tutto sorgeva spontaneo e ci si poteva dedicare a cose più alte rispetto alla semplice necessità di sopravvivenza.

Pere sul davanzale, 2006,

Sette pere sono disposte in fila sulla soglia di un davanzale dagli infissi aperti mentre si intuisce al di là il profilo di una chiesa e di alcuni altri edifici, è forse primo mattino. Sembra quasi che oltre la finestra stia piovendo fitto fitto, producendo questo particolare effetto fumoso, ma in realtà tutto ciò è dovuto al fatto che il vero soggetto dell’opera sono le pere. Da notare la loro posizione in fila, quasi in processione, con un gioco variato e posato dato dalla disposizione dei piccioli. Se non fossero delle pere potremmo crederli anche dei canarini intenti a beccare semi e piccoli pezzetti di cibo. Per definizione si tratta in generale di una natura morta, la quale però gode qui di una maggiore apertura, ariosità anche se non si spinge mai troppo oltre, al punto da sembrare una veduta. Quest’opera è una scatola spaziale studiatissima in cui la resa delle superfici scandisce la nostra attenzione e veicola le importanze ponendoci di fronte all’insondabile quesito del perché, del motivo della presenza delle pere. Non avremmo mai una risposta, forse non esiste nemmeno, eppure la si avverte.

Via Corrubio 1, 2009,

I dettagli sono dei soggetti perfetti quando come in questo caso l’artista li sa orchestrare con abilità. Non c’è quasi nulla in quest’opera: degli scuri chiusi, del metallo arrugginito e dell’edera rampicante sono ritratti con un ravvicinato taglio registico. Ognuno di questi elementi denuncia insistentemente il tempo che scorre, ma ognuno è al contempo un suo segno tangibile. Lo scuro, che scandisce l’alternarsi delle giornate, ha sbiadito il suo colore, il metallo si è bloccato a causa della ruggine e l’edera è lentamente salita lungo il muro. L’opera è rivestita da un sottile velo di malinconia e l’artista si immagina quando tutto ciò era utilizzato e quindi lo ritrae, anche per un istinto conservativo, trasmettendone tutta la sua poesia. Questo procedimento ricorda la madeleine di Proust, ma qui non c’è nulla che racconti il passato se non il ricordo e l’immaginazione. L’artisticità sta nell’aggiustamento dei colori, nell’equilibrio dell’azzurro, del rosso e del bianco, con una piccola nota di verde e di nero. Tutto si armonizza ed è vivace, vitale e non vetusto, frutto di una grande sensibilità.

Biancaneve, 2010,

Siamo di fronte ad un’opera silenziosamente intensa, un intreccio di elementi che di per sé non dicono nulla, ma che il titolo esalta per restituire quel suo carattere misterioso ed onirico che lo contraddistingue. Come prima anche qui gran parte del soggetto è la frutta, ovviamente delle mele, con un gioco superbo dato da quell’unica mela rossa (la avvelenata) all’interno di una cassetta di mele bianche, quasi dei sassi scolpiti. Sull’altro lato di quella che sembra una lignea scala elicoidale scorgiamo dei piedi, probabilmente della giovane Biancaneve, il destro sopra al sinistro come se la giovine fosse assorta nei suoi pensieri, sola all’interno della capanna dei nani dopo essere stata visitata dalla strega. Si tratta di un bellissimo atto sospeso che precede il ben noto morso funesto, eco di quello di Adamo ed Eva, che solo il vero amore potrà vanificare. Quei piedi così disposti richiamano vagamente la Madonna dei palafrenieri di Caravaggio in cui Gesù bambino pone il suo piedino sopra quello della mamma per aiutarla a schiacciare meglio il capo del serpente simbolo del male. Forse sono queste eco che fanno dissolvere il soggetto se non per la parte centrale dell’opera. Se ne potrebbe parlare ancora a lungo, tanto è profondo il suo substrato compositivo.

Parigi-Los Angeles, 2011,

Una scala a chiocciola scende, oppure sale, con una vertiginosa rapidità. Si ha l’illusione che tutto sfugga al controllo, ma non è così e semmai è proprio il contrario perché l’artefice, la sua organizzatrice è l’artista. Il colore di un rosso mogano degli scalini contrasta con il bianco-azzurrino della parete ed il giallo della luce, eppure invece che fare a botte essi guidano e conducono ad un’atmosfera da sogno greco. Il rosso intenso richiama le colonne del palazzo di Knosso e forse questa scala conduce al labirinto, sede del minotauro. Eppure qui non c’è un senso di terrore e viene quindi da pensare che il punto di vista sia quello di Arianna, colei che in fondo è l’unica a trionfare su quel luogo perché l’ha frequentato a lungo. Ciò può essere avvalorato anche dal fatto che si è attratti dalla fine di questa rampa, dal voler scoprire che cosa c’è in fondo. Non si può nascondere che c’è un leggero senso munchiano, anche se non raggiunge mai quelle estreme conseguenze. Il colore giallo ambrato, color del miele, è il vero discrimine e raddolcisce la scena con il suo pulviscolo d’oro. Al di sotto c’è infine una striscia di carta velina incollata quasi che l’opera sia frutto di uno scavo, come se fosse riapparsa dall’abbattimento di un muro. Un dipinto quindi dai molti piani e livelli.  

Bimba che fa le bolle,

Il tema della bolla di sapone è molto frequentato dall’arte di tutte le epoche e basta ricordare gli esempi di Antonio Donghi (Ragazzi alla finestra), esponente del Realismo Magico, e del seicentesco Pierre Mignard (Ragazza che soffia bolle di sapone). Nell’incisione in esame non c’è quella perfetta rotondità della bolla, quell’equilibrio formale precario, ma è arrestata nel momento del suo formarsi e quindi perennemente bloccata nello sforzo creativo. Una seconda bolla è già libera di librarsi, prossima alla sua fine, ma la vediamo a metà è quindi neanche in questo caso possiamo godere della perfezione della sfera. Altro elemento evidente è il soffio che non sempre ha una forza così evidente e pervasiva, amplificata ora dall’ondeggiare quasi fluttuante dei capelli. Ciò ricorda un antico vento che soffia con le guance gonfie all’interno di una mappa, anche se in questo caso lo sforzo è meno gravoso. Infine ecco che lo splendore del colore nell’incisione suggerisce nuove suggestioni che il solo inchiostro nero di partenza non potrebbe restituire del tutto. Sembra di trovarsi all’interno di un luogo chiuso, che sarebbe buio se non fosse per questi grandi fuochi che emettono una luce calda. Che si tratti di una fucina? Certamente non un luogo reale, tangibile, ma quello delle idee, la fucina creativa dell’arte nella mente di ogni artista, dove si realizzano opere d’arte che sono splendide come iridecenti bolle di sapone e fragili, ma anche più durature di quanto si possa immaginare. Mille suggestioni per un’opera colta ed elegante.

L’articolo è proprietà intellettuale di Rossi Pierluigi.