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Cosa c’è di nuovo?

Le artiste sono instancabili ed avere il privilegio di cogliere il loro progresso artistico è per me impagabile. Questa volta ogni opera corrisponde ad una diversa pittrice, ma non servirebbe neanche dirlo perché ognuna ha uno stile più che riconoscibile.

La mia Africa, Paola Boron,

Una donna ci osserva con un acutissimo sguardo ed è impossibile distogliere la vista da lei e dal suo immenso turbante. Si potrebbe credere si tratti di un’incantatrice che ha appena gettato un incantesimo difficile da sciogliere quanto i labirintici avvolgimenti della stoffa rossa e verde del suo copricapo. Pare che i gioielli appariscenti dai toni vivaci lottino tra loro per la supremazia sulla scena, ma nulla potrà vincere lo splendore e la lucentezza di questi occhi, simili a delle gemme d’ambra scura che brillano ai raggi del sole o della luna (il nero sfondo potrebbe indicarlo). L’ incarnato della donna replica i colori della terra e richiama le calde stagioni che si avvicendano sotto ad un sole cocente che potrebbe benissimo  essere da lei impersonificato. La linea leggermente accigliata delle sopracciglia è irradiata di verde e il colore delle terre è sulle sue guance e sulla fronte che brilla opaca. Le linee scure del turbante ricordano una rosa, e (forse anche per il colore rosso) la mente ci riporta alla rosa celeste dell’Empireo, dove risiedono le anime beate, descritta da Dante nel suo Paradiso. Il gioiello con le perle gialle ed i cerchi concentrici potrebbe rimandare al cosmo… e la spilla a forma di foglia ad una  una palma. L’ardimento è una sua dote e saprà compiere meraviglie che nessuno può.

Di bronzo ed oro, Stefania Magnabosco,

Secondo una leggenda romana quando questo cavallo e il suo imperatore si rivestiranno del tutto d’oro giungerà il giudizio universale. Si tratta del monumento equestre di Marco Aurelio, opera che è giunta fino a noi perché creduta l’effige di Costantino, colui che avrebbe cristianizzato l’impero romano. L’artista in questo caso si sofferma solo sul capo del cavallo ed è in grado di restituire tutta la sua vivezza. La bocca aperta è infastidita dal morso, le narici dilatate, ma più di tutto è l’occhio a dare l’illusione che si tratti di una creatura vivente. L’oro applicato su questo bronzo non se n’è andato del tutto e dona al metallo ossidato un preziosismo quasi sacro. Le pieghe del collo sono più concrete rispetto all’originale e c’è in tutto una fresca acquamarina che incanta e fa risuonare il metallo antico. Secondo un’altra leggenda il primo ciuffo della criniera rappresenterebbe una civetta (la saggezza della dea Minerva?) e da questa angolazione se ne può ben capire il perché. La superficie così trattata, con graffi, segni e polvere di gesso vuole simulare un’antichità pittorica e il risultato è ottimo. Si tratta di un’apparizione momentanea che già sta sparendo come se fosse solamente  un’ illusione.

Primo profilo greco, Mara Barison,

Secondo profilo greco , Mara Barison,

Non si tratta, questa, di una copia esatta del dipinto presentato in mostra, bensì di una tappa successiva di un ragionamento artistico che ha trovato ora un suo sviluppo successivo. La giovane Arianna ha recuperato un po’ di serenità e lentamente alza lo sguardo: si sta voltando per rivolgersi all’osservatore. Le linee sono più sicure e dolci, meno nette anche se più incisive. Nel dipinto gemello si aggiunge del tenue ocra nei pressi dei capelli della zona del collo, come se la vita stesse lentamente tornando dopo il duro colpo subito, quello del tradimento e dell’abbandono. C’è una maggiore serenità in questo sguardo e la rabbia sopita, dolce come il miele, sta defluendo per dare nuovamente posto alla ragione ora temprata dall’esperienza. Le dimensioni sono le stesse, con la firma dell’artista ora a destra. Migliori sono le proporzioni e la cura delle singole parti come ad esempio  nella resa della capigliatura. C’è quasi una maggiore concretezza e un senso di risveglio (quasi un ringiovanimento) da una realtà terribile per far tesoro di ciò che ancora rimane… La giovane dopo essere stata abbandonata da Teseo incontrerà il dio Dioniso per divenire infine una costellazione: la corona boreale. Il suo destino non solo si riscatta, ma viene divinizzato per essere una luce duratura nella notte del cosmo.

Iris bianco, Sara Marchesini,

Pare di osservare questo fiore dal punto di vista di un’ape che sta per posarsi su di esso per compiere la sua raccolta quotidiana. Si tratta di un soggetto naturale che ha un che di miracoloso, anche solo per la sinfonia di colori tenui utilizzati, che trasmette un impagabile senso di serenità. Per un insetto questo iris bianco è un’isola, un approdo sicuro in cui ottenere ristoro nutrendosi della linfa e della rugiada mattutina. Lo sfondo scuro e opaco non fa che esaltare i colori dei petali, le cui tenui sfumature sono rese con una prodigiosa ricchezza unita ad una sensibilità colta e minuta. Questo fiore assomiglia ad un sonaglio, un sistro egizio che tintinna in una danza rituale per ottenere il favore e la benevolenza della divinità. La brezza accarezza i petali e spande per l’aria una fragranza delicata che si muove attorno come per incanto. Tutto ciò è suscitato dalla sola vista che permette già da sè un’esperienza unica che carica il visibile di significati che si spandono aerei per il giardino della mente.

Aria di primavera (Decisione), Ivana Schiavo,

Colpisce di quest’opera il taglio insolito che lascia così un occhio a metà, come se la vicenda proseguisse al di là della tela. Il formato quadrato dà una sicura regolarità alla composizione, il colore dello sfondo rasserena con le varie e delicate tinte verdi e gialle. I fiori conferiscono al dipinto un brio dinamico ed un ritmo spigliato e sciolto, enfatizzato dall’andamento ondulato dei capelli simili ad un fiume che scorrono e scendono con eleganza compiendo quasi una danza amena, naturale. Il rosa dell’incarnato è enfatizzato dal verde mentre il giallo vivifica l’intera composizione e il bianco trapunta di gemme la tela. Di nuovo l’intensità degli occhi fa intuire una grande forza interiore che in questo caso è più inconsapevole. Probabilmente questa giovane sta rivivendo un accadimento passato che la porta a meditare sul suo presente per dare forma al futuro. Si coglie in questo però una difficoltà: i capelli scorrono verso sinistra assieme ai fiori, mentre il suo viso si sta già girando verso destra… Non è possibile andare in entrambi i sensi contemporaneamente, una volta giunti al bivio ci si deve decidere.

Petali blu, Terry Trevisan,

 D’inverno possono nascere i fiori? Questo dipinto pare rispondere a una tale domanda che nessuno in realtà si è posto. Pare quasi che il colore rosso sia il sangue di qualche rito messo in pratica dagli antichi romani per propiziare la fertilità dei campi. Solitamente non era cosa da farsi nel gelo ed infatti il sacrificio pare qui fuoritempo ed il pulsare della vita già congela assieme ai fiori. In questa tela tessuta risiedono degli spiriti naturali, identificabili con le linee di contorno nere e bianche. Questi segni fulminei non hanno né inizio né fine e sono senza una direzione di partenza: continuano a muoversi per tornare sui propri passi come farebbero dei filosofi peripatetici (che discutono di filosofia all’ombra di un portico), oppure dei monaci in un chiostro. Si potrebbe quasi pensare che questi fiori appaiano come delle visioni incomprensibili che annunciano eventi lontani oppure facciano rivivere memorie del passato. Si tratta di avvertimenti? Ma di che cosa e per quale motivo? Il bianco della tela sembra la neve più pura che miracolosamente non è stata toccata dal colore. Il blu e il verde sono cupi e intensi, il rosso è vitale, l’azzurro stride come ghiaccio. Si tratta di una composizione equilibrata che non solo è nello stile dell’artista, ma ogni volta è sempre nuova in un’abile variatio che solo una sensibile passione pittorica può generare.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.