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Ritratto di giovane donna, Quadreria Emo-Capodilista, Eremitani, Padova, Inv. 138

Chiara Varotari ritrattista

Chiara Emerenziana Varotari è stata in primis una ritrattista attiva all’interno della bottega del fratello, Alessandro Leone Varotari detto il Padovanino, aperta a Venezia nel 1615 come da pagamento delle Tanse di quell’anno. L’artista nasce il 24 gennaio 1584 a Padova, figlia del pittore Dario Varotari e Samaritana che con una certa probabilità è a sua volta figlia del pittore Giovanni Battista Ponchino, da Castelfranco, a cui Paolo Caliari detto il Veronese deve la sua fortuna in laguna.

La giovane apprende il principio dell’arte e i rudimenti del disegno dal padre, che muore nel 1597 quando l’artista ha dodici anni. Da questo momento in poi si ignora del tutto la sua formazione anche se non si può certo dire (in via di congettura) che non sia avvenuta all’interno della cerchia di persone più prossime alla famiglia, come il cugino e allievo del padre, Francesco Fabi, oppure gli allievi (presunti) Giovanni Battista Bissone e Francesco Apollodoro detto il Porcia, ritrattista.

Se non c’è una certezza assoluta sul momento del suo trasferimento a Venezia al seguito del fratello, certo è che nel 1619 si fa riferimento a lei, alla sua attività di ritrattista e alla sua bravura in due lettere che Giovan Francesco Sagredo invia da Venezia a Galileo Galilei a Firenze. Di questo periodo è infatti il Ritratto di giovane donna (Inv. 136) dei Musei Civici agli Eremitani di Padova. Una donna a figura intera è rivolta direttamente all’osservatore con morigerata imperturbabilità, stagliandosi con leggiadra e preziosa imponenza da un ambiente in ombra. La mano sinistra poggia sulla base, firmata, di una colonna, mentre con la mano destra trattiene un fiore che è forse il simbolo di fidanzamento. Simile per taglio e foggia preziosa è anche il Ritratto di giovane donna (Inv. 138) della stessa istituzione.

 

Come ritrattista non solo le si rivolgeva una clientela di nobildonne venete, ma anche di gentiluomini come è il caso del Ritratto di Schinella de’ Conti, firmato e datato 1624, filosofo padovano nipote di Sperone Speroni, di collezione privata Padovana. Un altra opera della stessa tipologia è il perduto Ritratto di giovane uomo di ventidue anni che il pittore Jacopo Calvi detto il Sordino registra nella collezione Hercolani di Bologna nel 1780. Fra le opere attribuite si trovano inoltre ritratti di bambine e bambini, talvolta con le loro madri come nel caso del Ritratto di giovane donna con i due figli della Pinacoteca Nazionale di Bologna (Inv. 863). Altra produzione nota a livello documentario grazie ai testi del vicentino Girolamo Gualdo Jr è quella dei ritrattini su rame, quindi portatili, attività che sarebbe condivisa con il fratello.

Degli anni successivi sarebbero invece i ritratti con un taglio più intimista, psicologico, che guardano al volto e non alla persona nella sua interezza, come è il caso del Ritratto a mezzo busto di Anzola Muneghina (Inv. 92) dei Musei Civici agli Eremitani di Padova la quale si staglia da uno sfondo nero neutro con un’espressione severa e una resa minuziosa ed attenta.

L’Artista aveva quindi una propria individualità e professione all’interno della bottega fraterna. Certo avrà partecipato comunque attivamente all’attività di bottega dando il suo contributo nelle opere più complesse, oppure consigliando il fratello per quanto concerne l’ambito della ritrattistica.

Sembra poi, stando almeno a dei testi più o meno contemporanei, che la Varotari si dedicasse alla realizzazione di opere di genere sacro e profano. I casi registrati indicano per quest’ultimo ambito un’attività a quattro mani con il fratello, anche se non si dispone di alcuna opera dove è possibile individuare la sua mano.

Chiara ha avuto un’allieva, Lucia Scaligeri, come riporta Marco Boschini in una lettera del 1675 al cardinal Leopoldo de’ Medici, e forse anche Caterina Lucia Tarabotti, ma c’è minor certezza.

Pierluigi Rossi 

 

“Uno di questi giorni si è presentato in bottega un messo di un’importante nobildonna veneziana per commissionarmi il ritratto della sua Signora. Com’è tipico ho dovuto mercanteggiare un po’ e ho fatto che mi sia concesso di ritrarre velocemente a matita uno schizzo del volto, ovviamente recandomi direttamente da lei. Il suo caso è particolarmente complesso perché vuole rivaleggiare con una sua cara amica che ho effigiato in precedenza. Che il ritratto sia somigliante, ma con i tratti ancor più ingentiliti; che sia di statura reale, ma più alto; che la sua espressione riveli ovviamente il suo rango, la sua morigeratezza e la sua devozione (e quindi sarà severa). La foggia dell’abito dovrà essere alla spagnola senza farsi troppo castigato, anzi alquanto aperto (com’è di moda oggi), mentre i gioielli da rappresentare mi verranno mostrati durante la breve seduta di disegno.

Preso con me mio nipote Dario, che porta il nome di nostro padre, mi faccio largo tra la folla caotica che si accalca per le calli e raggiungiamo il palazzo. Mentre il ragazzo ammira i dipinti del portego e si mette a disegnarli nel suo taccuino io sono portata al cospetto della matrona e ora capisco perché voglia farsi nel ritratto più bella di ciò che è: sta cercando di rivaleggiare con una giovine. Rassicurandola comunque sulla sua venustà facendo l’abbozzo il più velocemente possibile per non angustiarla, vengo poi guidata da una domestica per vedere l’abito e poi quella miniera luccicante degli ori. Credo che se li indossasse tutti andrebbe a spasso prona come la sua cagnolina da compagnia, un vero e proprio spettacolo. Recuperato Dario affrontiamo di nuovo le bolge della laguna e raggiunta la bottega mi metto all’opera.”

Pierluigi Rossi