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Chiara Coltro è un’artista padovana di indubbio talento che lascia che l’arte parli con i suoi tempi per dare all’osservatore la possibilità di percepire ciò che lei vede per prima. La sua ricerca artistica più recente guarda senza dubbio all’astratto e all’informale, di un tipo che non si fa ermetico, ma che permette di vedere ed intuire scenari possibili (certamente guarda alla teoria delle macchie di Leonardo). L’artista ha avuto come maestro Umberto Menin, pittore dai toni delicati e dal gusto volumetrico. Una qualità che traspare da tutte le opere della pittrice è questo gusto coloristico, non stridente ma equilibrato, che si carica della luce tramite l’uso di sgargianti tinte metalliche (bronzo, oro, argento). Inoltre non può sfuggire un desiderio materico che aggiunge sempre con eleganza sabbie al tracciato e conferisce alle manifestazioni artistiche una ruvidità vivificante e coltivabile. Questo è anche a motivo di uno studio della luce la quale si manifesta diversamente a seconda di ciò che attraversa. Le vicende scelte, presenti nei titoli, non sono semplici e dialogano con le opere attraverso una sensibilità leggiadra che sa imporsi per garantire esperienze di libertà inedite ed intuitive.

Fluire, tecnica mista, 2023,
Entrare nei misteri di un’opera d’arte è sempre un’operazione difficile. In un primo momento si è colpiti da un’infinità di suggestioni che è utile raccogliere come se si trattasse di indizi di un quadro più ampio, come in questo caso. Si potrebbe semplicemente dire di trovarsi di fronte ad una foto che ritrae qualche lontana nebulosa spaziale in cui gli elementi della materia giocano con i colori e con la luce in maniera tridimensionale. Non è propriamente così, o meglio non è solo questo, l’artista lo intesse di nuovi elementi che donano alla visione astratta la forza dell’oro, le malie del viola e i verdi dei prati più freschi. C’è inoltre una materia tattile, quasi una sabbia che crea dei percorsi inattesi, delle zone calcabili che restituiscono una concretezza inaspettata. È il colore che sa parlare attraverso l’artista che si fa portavoce di un messaggio enigmatico. Il tempo è relativo e ogni azione che si esegue ha un suo motivo che appare lentamente oppure di getto a seconda di ciò che vuole essere comunicato. Ogni tela dà la sensazione di un essere vivente che vibra e pulsa, che emette la propria vitalità per donarsi all’osservatore (a patto che questi abbia il coraggio di sondare con la vista le sue profondità). Si fa esperienza di un sentire da rabdomante che non solo percepisce l’acqua, ma anche le energie e le emozioni.

Fuoco cammina con me, tecnica mista, 2021,
In questo caso non si deve essere colpiti soltanto dal portento che si realizza sotto i nostri occhi, ma anche dal titolo che racconta un’atmosfera inusuale, quasi da comando impartito da un’incantatrice a questo novello fuoco. Si compie un invito a questa forza magico-naturale a seguire l’artista per farsi arte: il sacro fuoco che arde e non brucia, che illumina, che dà calore e appassiona. Questo incendio non è monocromo, ma trattiene in sé una vasta gamma di colori che dimostra una sensibilità in grado di raccogliere non solo quelli primari, ma tutti quelli che caratterizzano le varie tipologie di calore. Il fuoco fucsia e quello violetto possono ricordare un fuoco fatuo, quello nero invece un qualche rito oscuro, ma che dire dell’ocra quasi oro che pervade l’intera scena? L’accostamento che può essere fatto è al biblico roveto ardente che rappresenta Dio e allora si capisce il motivo della presenza di tutte queste colorazioni ed il messaggio profondo che vi si cela. L’occhio è attratto da quest’opera come farebbe con il tremolio di un fuoco reale, anche se qui è impresso nella tela e non si trasforma in ogni secondo. La nostra mente tenterebbe di ricomporre queste macchie di colore in immagini più comprensibili, ma non ce la fa, non del tutto, e il mistero celato qui si fa sempre più appassionante.

Io sono il primo, l’ultimo e il vivente, tecnica mista, 2020,
Quest’opera è complessa e non deve sfuggire il riferimento del titolo, che rimanda ad uno dei versetti iniziali dell’Apocalisse di San Giovanni. Il tema che emerge fa riferimento infatti ad uno dei quattro cavalieri, visibile al centro, ammantato di bronzo. Pare che sia a cavallo mentre eleva in alto la destra con la spada, pronto a sferrare il colpo di grazia. La stessa tela sembra risentirne e sono visibili vari filamenti prodotti da uno strappo che è stato ricomposto come meglio si è potuto. In questa visione tumultuosa, carica di rossi, sembra che terra e cielo si siano scambiati di ruolo, al marrone della parte alta corrisponde un bianco blu nella parte bassa. L’opera restituisce anche il dato luministico con intensità (da come si nota in questa foto) che diviene componente essenziale in questa narrazione da fine del mondo.

Mi immergo nei blu, tecnica mista, 2021,
Se anche il titolo parla di immersioni e di profondità ciò che qui si percepisce è un’atmosfera colma di nubi (e quindi d’acqua) che si addensa attorno al perno d’argento di una montagna sacra. C’è una freschezza entusiasmante che avvolge i sensi e conduce ad una nuova sensibilità. Attorno a questa bianca vetta si muove un azzurro ghiaccio che fa rabbrividire e custodisce questo luogo divino nel suo silenzio. Si ha la sensazione di osservare un paesaggio profondissimo che sfida sereno le spire di nubi che gli si avvolgono attorno come un serpente. Nell’opera c’è inoltre un colore terroso molto forte, quasi che la furia della perturbazione si sia ammantata della materia dei luoghi su cui si è abbattuta in precedenza. Ed ecco che si aggiunge il blu con accenni violetti che dona alla vicenda un’inspiegabile calma contemplativa capace di far dimenticare gli affanni e far riflettere di cose più alte. La complessità della scena permette di compiere dei voli pindarici (dal poeta greco Pindaro, il primo ad averlo fatto) che donano all’animo una libertà disarmante che si riempie di una vista maestosa e terribile. Ci si sente piccoli di fronte alle vastità della terra e… da appassionato tolkeniano non posso non associarla alla vetta sacra del Taniquetil che si eleva al di là di un oceano tumultuoso e colmo di malie…

Viola trasgredisci, tecnica mista, 2023,
Il viola è un colore magico, che si ammanta del cupo del blu e del sacro della porpora per comporre un’essenza ammaliatrice che non resta all’interno di confini prestabiliti, ma ama andare al di là di ciò che le viene imposto. Il colore assume in questo caso un’identità femminile che si ammanta d’argento e la mente vaga per raggiungere il ciclo bretone, o meglio arturiano e le lotte della fata Morgana contro il fratello, re di Camelot. Seguendo questa suggestione si potrebbe vedere qui una foresta incantata o una selva portentosa (luogo dove accadono sempre degli incontri del destino con creature magiche, cavalieri e/o incantesimi) in cui tra le nebbie viola si scorge appena il barlume perlaceo del palazzo della fata. Si tratta di un luogo protetto e invalicabile, da maga che si rispetti, in cui indisturbata può realizzare i suoi incanti che si spargono aerei. Anche qui c’è la presenza di un po’ d’ocra, forse dei bagliori di sole al tramonto che hanno ancora il coraggio di sfidare la sovrana di questa dimora. C’è la suggestione sia delle polveri materiche usate per le pozioni, sia di elementi il cui succo viene spremuto nella realizzazione di riti proibiti. In tutto questo c’è una leggerezza incredibile che parla alla vista più di mille concetti e restituisce una piacevolezza incantatoria.

Un nuovo mondo, tecnica mista, 2021,
Sembra di essere capitati in una landa desolata, con una terra molto scura dove improvvisamente è apparsa l’acqua. I colori sono vivaci e fluiscono spontaneamente come dotati di una volontà propria. Se seguissimo la teoria delle macchie di Leonardo, potremmo dire che l’artista con questi elementi indistinti è in grado di ricostruire una figura comprensibile: sta in questo il segreto della creatività. Una tigre, una tartaruga, oppure un pesce gatto con due vibrisse… Certo quest’opera potrebbe essere anche l’istantanea di un muro all’inizio azzurro, poi arancione e infine marrone, che si sta semplicemente sgretolando, ma così non è perché l’artista l’ha infuso di poeticità e le macchie hanno sprigionano tutto quello che era riposto nel suo animo. Si tratta effettivamente di un mondo nuovo che si apre all’osservatore con le sue dolcezze e asperità, ostile e promettente al tempo stesso. Potrebbe essere anche l’immagine di una gemma millenaria che sta per essere estratta dal sottosuolo o dalla grotta in cui si è formata. Tanto più si è in grado di vedere nuovi elementi in una tela come questa, tanto l’artista è riuscita nel suo intento e le si deve attribuire il merito di aver saputo scavare, con lo scalpellino della sensibilità, una realtà nuova conforme ai suoi ideali.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.