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Elisabetta Sirani (Bologna 1638 – 1665) è stata una pittrice e acquafortista di fama attiva a Bologna tra la prima e la seconda metà del ‘600. Il padre, Giovanni Andrea Sirani, aveva una scuola di pittura che, forse grazie all’intervento del noto erudito Carlo Cesare Malvasia, frequentò anche l’artista. Siamo in un momento fortunato per le donne attive nel campo dell’arte in cui per lo meno la loro presenza non è più ritenuta un’eccezione, ma una realtà. In questo caso Elisabetta Sirani rappresenta una categoria di artiste che, se da un lato hanno comunque una formazione familiare, si dedicano dall’altro anche all’insegnamento alle nuove generazioni di pittrici (in piccola parte è stato così anche per Chiara Varotari). Certamente ciò che la distingue è il fatto che nel 1660 diriga come capomaestra la bottega di famiglia e venga eletta professore dell’Accademia di San Luca a Roma.

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, olio su tela, 1659, Napoli - Museo di Capodimonte.
L’opera, firmata sul basamento della ghiera da pozzo ELISAB(ET)TA SIRANI F(ECIT) e datata 1659, è così definita direttamente dall’artista nella sua Nota di pitture trascritta dal Malvasia nel volume II della Felsina pittrice (p. 394): «una Timoclea grande del naturale, gettante il Capitano nel pozzo, per il signor Andrea Cattalani.»
Il dipinto rappresenta infatti la vicenda di Timoclea di Tebe, sorella di Teagene, un generale tebano sconfitto dai macedoni nella battaglia di Cheronea del 338 a.C. Sconfitti i tebani Alessandro Magno stanzia nella città delle truppe della Tracia, il cui comandante prende possesso della casa di Timoclea senza il rispetto dovutole. Una sera il capitano si ubriaca e abusa di lei, obbligandola inoltre a rivelargli dove nasconda gli oggetti più preziosi in suo possesso. Timoclea lo guida in giardino e indottolo a sporgersi nel pozzo lo spinge giù per prenderlo infine a sassate assieme alle ancelle fino ad ucciderlo. Timoclea viene quindi condotta da Alessandro Magno il quale, colpito dalla sua compostezza, continenza e nobiltà, concede a lei la libertà assieme ai suoi figli [Plutarco, Alessandro 12 - Mulierum virtutes 24 (= Moralia)].
Nell’opera della Sirani la ghiera da pozzo è ulteriormente arricchita da un bassorilievo raffigurante la mitologica lotta tra i centauri e i lapiti durante il matrimonio tra Piritoo e Laodamia. In sostanza i centauri ebbri di vino, creature simbolo di razionalità ma anche di istinto animale, tentano di violentare tutte le donne presenti (tra cui la sposa, che qui si aggrappa al marito mentre un centauro tenta di trascinarla via). I Lapiti però li sconfiggono con l’aiuto di Teseo e ristabiliscono l’ordine.

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, particolare, olio su tela, 1659, Napoli - Museo di Capodimonte.
Se la posa del capitano ha una vena ironica ed è molto vivace, a fare da padrona è Timoclea che risoluta (con lo sguardo del tutto concentrato sulla sua decisione) e con i piedi ben piantati per terra non solo rimanda all’iconografia della Fortezza, ma anche all’energia dei lapiti nel bassorilievo.
Interessante il dato della moda: se infatti il capitano indossa una lorica che rimanda alla Roma antica, Timoclea risente di influssi francesi (vedasi il petto scoperto ad esempio) senza rinunciare ad elementi di originalità più prettamente italica. Infatti porta sul capo una capigliara, copricapo inventato da Isabella d’Este.

Elisabetta Sirani, Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, particolare, olio su tela, 1659, Napoli - Museo di Capodimonte.
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