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Alberta Marchi è un’artista che ha insegnato per molti anni Disegno e Storia dell’Arte al Liceo Guarino Veronese di San Bonifacio e al Liceo Antonio Maria Roveggio di Cologna Veneta. È un’artista prolifica che sperimenta da sempre gli stili e le tecniche con una chiara vocazione al colore e con uno sguardo geometrico-tecnico. Questa pittrice ha un vivo interesse per il disegno dei grandi maestri ed infatti sono svariate le opere che riprendono quei capolavori, sempre adattati al suo fare artistico originale. Anche la figura umana ha un grande spazio nella sua creatività, per non parlare delle opere di carattere astratto (che associa alla musica, «super arte per eccellenza»). Molti sono gli spunti e le ispirazioni, ma sempre ha la meglio la volontà, per così dire, dell’opera stessa. L’artista dipinto anche su vetro, ceramica, sassi e conosce in generale le più svariate tecniche pittoriche. Ha inoltre realizzato tre copertine di raccolte poetiche e ha partecipato a diverse mostre personali e collettive, tra cui una in Giappone.

Unità: Corpo – Spirito – Anima, 2002,
Il soggetto del tutto particolare di questa tela è una ripresa delle ben note Tre grazie di Raffaello Sanzio, opera conservata al Musée Condé di Chantilly. Identiche nelle pose sono le tre giovani nude che reggono ciascuna una sfera, mentre il resto della ripresa non ha nulla a che fare con l’artista. Come si può cogliere dal titolo di questa nuova opera il tema verte sull’unità concorde di tre elementi che compongono l’essere umano: il corpo, lo spirito e l’anima. Probabilmente la figura a sinistra è il corpo, quella azzurra a destra è lo spirito e quella viola al centro è l’anima. Come si può notare spirito e anima hanno le aureole dai colori scambiati, come ad indicare il legame più stretto tra le due componenti. Dalla danza di queste tre figure emergono degli elementi che assomigliano molto a degli occhi, oppure a delle cellule che si stanno per organizzare in un tessuto complesso. Attorno a queste si muove un mare di sfere blu, di cellule meno complesse e non del tutto legate tra loro. Infine le figure sono collegate le une alle altre come in un abbraccio da una sorta di tessuto trasparente mosso dal vento.

Autoritratto, 2013,
Ci troviamo di fronte ad una figura femminile che non è altro che un autoritratto dell’artista, che in parte potrebbe ricordare Modigliani (per gli occhi) e in maniera più evidente Matisse e il gruppo Fauves (per l’uso dei colori). C’è in questo viso un senso di mistero, un guardare a diverse esperienze artistiche, anche a livello temporale, per restituire una personalità complessa che vive nell’arte. Il viso e il collo possono ricordare un certo tipo di statuaria romana, meno idealizzata e più pragmatica, realistica. Il colore è dato qui in maniera molto contrastante, in alcuni punti è squillante e stridente, con un tono intenso e vibrante. Alcuni tratti sono sfumati, altri presentano diverse tonalità e in altri ancora il colore sembra si sciolga come cera. La situazione di questo ritratto si potrebbe definire mutevole, sul punto di svanire da un momento all’altro come farebbe all’interno di un sogno. Interessante come i capelli vengano quasi assorbiti dal colore blu scuro e sembrino ampliarsi nello spazio con un’idea di cielo senza stelle. Più di tutto sono gli occhi che trasmettono il mistero, sono chiusi oppure ci guardano fisso?

Altri mondi… attesa, 2003,
Quest’opera esprime la visione dell’artista sulle forme dell’universo. Certamente i pianeti del sistema solare ci mostrano una forma sferica, circolare, ma non è possibile dire se esistano altre forme. La mano pittorica cerca quindi di farci vedere una realtà che non solo può essere fatta sul modulo quadrato, come ad esempio quella sorta di buco nero, ma anche sul cerchio iscritto in un quadrato. Non deve sfuggire che c’è un’altra forma qui visibile che è quella del rettangolo entro cui l’opera è realizzata. La scia bianca può essere la coda di una cometa, oppure la via lattea. La vicenda planetaria a cui assistiamo avviene sì in uno spazio buio, ma non così tanto da consentire a svariate luci di illuminarlo con un po’ di lucore. Una luce soffusa che si fa intensa attorno al profilo lineare del buco nero e che è irradiata dai pianeti. Il pianeta rosso iscritto in un quadrato d’oro può ricordare Marte, mentre l’altro una sorta di luna terrosa con i suoi crateri. La luce più intensa di tutte viene comunque dalla scia di questa cometa che viaggia nell’universo entro percorsi predefiniti che ciclicamente ritornano. Quest’opera ha anche un gusto tattile, c’è il desiderio di toccarla per avvertire le consistenze con le dita, per differenziare le materie di cui questi elementi sono fatti. Un dipinto che si può definire visionario che dimostra non solo una fervida creatività, ma anche un desiderio di conoscenza che vuole andare oltre il già noto.

Andamenti lineari n° 1,
Sembra ora di essere atterrati su uno di quei mondi quadrati del dipinto precedente. La geometria squadrata non può che essere imperante anche qui, persino la vegetazione ha assunto questi moduli e così si sviluppa con sgargianti colori. Potrebbe trattarsi di cespugli, oppure di alberi con i loro rami. Si tratta di foglie oppure di spine di cactus? La moltitudine colorata non fa propendere per una soluzione pungente, certamente si tratta di una specie ben visibile e quindi velenosa, che non ha bisogno di mimetizzarsi con l’ambiente circostante per difendersi, sopravvivere. Quest’opera può ricordare vagamente le soluzioni di Mondrian, ma in comune c’è soltanto il tema geometrico e i colori accesi. Certo c’è anche una simile musicalità, un gusto per il ritmo che si fa lirismo, una sinfonia creata dal vento, un enigma silenzioso della natura. La piana su cui si trova questo arbusto è nera, lavica, mentre il cielo è di un limpido verde acqua. Se fosse un albero spoglio saremmo in inverno, se fosse un cactus probabilmente in estate. Come si può capire la scelta di certi significati può essere soggettiva ed ognuno potrebbe vedere nuovi elementi. Occorre quindi creare un percorso, una vicenda, che soddisfi la mente spingendola ad un ragionamento sempre più sottile e acuto per tentare di toccare l’anima profonda di un’opera.

Estate, 2013
«Spalanco le braccia al sole | che mi cuce addosso | bottoni di luce». Questa poesia, che accompagna l’opera d’arte, è la perfetta sintesi di quanto si osserva nella tela. Una silhouette femminile avanza con allegria verso l’interno del quadro in un paesaggio ameno multicolore. Si tratta di una valle, oppure un lago, immerso tra le colline in cui una figura bordata d’oro danza mentre il sole irradia la sua luce e i suoi colori nel cielo e nelle acque. La donna gioca sulle acque in modo simile ad un giocoliere con delle sfere, in questo caso d’oro, che non vengono lanciate per essere recuperate, ma fluttuano nell’aria senza peso. Non manca in questo paesaggio un eco vegetale grazie al quale si intravvedono dei pini a gruppi che trasmettono un’idea di incontaminato che giova alla salute fisica e mentale. Si può anche considerare questa una valle colma di fiori che ricevono il calore del sole e restituiscono in colore la potenza dell’astro, quasi rivaleggiando con i colori delle nubi. Le braccia della figura sono insolitamente lunghe e si può pensare che la donna si stia trasformando in qualcosa di aereo che può rimandare alle mitologiche fanciulle cigno di ispirazione nordica. Il colore aranciato del sole rimanda vagamente alle opere di Munch, anche all’Urlo, ma si avverte qui tutto il brio e la dolcezza che là manca.

Vaso blu con fiori, 2005,
Due vasi di fiori dall’aspetto elegante, una natura morta e un bicchiere di vino compongono quest’opera. I colori sono molto tenui e vanno dai verdi uniti al giallo dello sfondo, ai viola uniti agli azzurri e ai rossi della tavola su cui poggiano gli elementi floreali. I vasi di vetro sono uno l’opposto dell’altro: quello di sinistra è trasparente, stretto sul collo e panciuto, liscio, mentre l’altro è scuro e rigato, ampio sul collo e stretto alla base. I fiori che contengono sono molteplici, di varie tipologie, e trasmettono un senso di freschezza primaverile allegro e ricco. La natura morta invece è gustosa, con i grappoli di uva fragola, le pere e il mango. Sono succosi e verrebbe la tentazione di raccoglierli e mangiarli. La leggerezza che traspare ovunque dimostra un’abilità compositiva esperta e pratica.

Orfeo pensa ad Euridice, 2015,
L’opera è la ripresa dallo stile del tutto originale del Giovane uomo nudo seduto in riva al mare di Hippolyte Flandrin del 1835-1836. La posa e la composizione generale sono le stesse, cambia la modalità esecutiva e in parte l’identificazione del soggetto. Questo giovane ha un’estetica neoclassica che guarda all’antica Grecia e non a caso la nostra artista lo crede Orfeo, il tragico cantore figlio di Apollo che, mortagli l’amata ninfa Euridice, sfida invano l’oltretomba pur di poter vivere ancora con lei. Probabilmente in questo caso stiamo assistendo al sonno di Orfeo, nero e crudele, dopo la disfatta finale. È un giovane vinto, lo dimostra anche la sua nudità. È un giovane che riflette sulle sofferenze della vita per la prima volta, in fondo fino a prima viveva nell’età dell’oro e questo sentimento gli era del tutto sconosciuto. Ci sono degli elementi interessanti come i capelli che sembrano quasi dei fuochi ardenti. C’è in tutta l’opera un che di livido, una sensazione di inquietudine che nemmeno il volto sereno del giovane è in grado di smorzare. Le nubi e le acque del mare, che si confondono tra loro aumentano questa sensazione e fanno avvertire nell’osservatore un senso di urgenza. Non a caso quest’opera è stata considerata un’icona omosessuale, anche come critica delle difficoltà che un giovane con questo orientamento deve affrontare nella vita in un’ambiente pieno di pregiudizi e spesse volte difficile.
L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.