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Michela Grossi, l’argilla scolpita con la sensibilità dell’anima

Michela Grossi è una scultrice e artista di indubbio talento che ha deciso di intraprendere il sentiero dell’arte con maestria e che ha saputo più volte mettersi in gioco con esiti, come si vedrà, ragguardevoli. Dopo un primo periodo figurativo e dedicato alla pittura ad olio quest’artista scopre le terre e le sperimenta fino ad approdare definitivamente all’uso dell’argilla. Un’arte questa che richiede molta cura perché le fasi realizzative sono plurime, difficili e la materia fragile. Appresa la tecnica, grazie alla sua maestra l’artista Adorea Oirav, non c’è stato più nulla che l’abbia fermata e la quantità di opere realizzate è stato ed è esponenziale, giovando anche nella loro qualità (già elevata). C’è in lei uno spirito creativo sviluppato che sa lavorare sensibilmente la materia fino a rivelarne l’indole segreta e a farla per così dire amplificare. La mano artistica ha sviluppato una percezione che plasma l’argilla e la lavora quasi si trattasse di un incantesimo… attenzione a non disturbare o sarà peggio per voi! La scultrice ha partecipato a diverse mostre, personali e collettive, con esiti colti frutto di un lungo studio ed una passione sempre nuova. Ultimamente c’è in lei un desiderio di artisticità più ampio che guarda alla cosiddetta “arte totale” intesa come più discipline che concorrono insieme alla realizzazione di un’opera maggiormente immersiva. Staremo a vedere che cosa accadrà, intanto…

Tubo di rame,

Una figura d’argilla simile ad una dama medievale ci porge il suo delicato saluto e ci accoglie nel suo mondo. Ci si trova di fronte ad una grande semplicità che si esprime con un’emozione vibrante, che riverbera la sua magia tutt’attorno. Potrebbe trattarsi di una fata antica che incute soggezione, timore e al tempo stesso desiderio. Se fossimo in un bosco il pericolo sarebbe quello di essere rapiti, così accadrebbe nel folklore, invece ci troviamo nello studio di una scultrice fine ed energica, elegante. Quest’artista ha creato una figura senza genere, quasi un angelo che ha entrambe le nature in sé, le conosce e le sfoggia con la serenità di una lotta vinta con equità. Le mani escono dall’abito e una leggera piegatura della destra esprime più di mille parole… Un fulmine cala acquoso dall’alto e tramutandosi in niveo latte pare voglia infondere la vita in quest’oggetto di una semplicità maestosa. Che si tratti dell’arcangelo Gabriele che annuncia la Natività a Maria? Oppure di una dea, Artemide, che si denuda? Allora in questo caso è meglio non essere Atteone, o comunque un uomo, si finirebbe sbranati… Che si tratti di un caso o l’altro non fa differenza: la sua malia è stata gettata e nessuno ne è immune.

Niente vento, niente onde,

Il titolo dice il vero quando afferma che in quest’opera non ci siano nè vento nè onde, eppure osservandola non si può dire di non avvertire distintamente questi elementi, queste forze della natura. Si noti che è stata fatta qui un’operazione che ha mirato all’essenzialità per raggiungere una leggerezza espressiva colta e aggraziata. Osservare questa ceramica è come leggere una poesia scritta a mano su un foglio, c’è la stessa idea di una scrittura continua che si carica evocativamente di senso. La luce e le ombre accarezzano la superficie color bianco che si ammanta di tenue rosa e grigio. L’opera è simile a un merletto, oppure ad un nastro che per incanto si è immobilizzato, e per sempre, finché se ne avrà cura, potrà esprimere il suo enigma. Si tratta in fondo di un divertito lavoro che può benissimo rimandare a Magritte e alla sua pipa. Se fermarsi a ciò è senza dubbio riduttivo, è difficile non sentire nell’animo l’eco di una nave antica che solca le onde di un mare arcaico e perennemente giovane… Si tratta della base della nostra civiltà, dell’elemento di partenza che permette lo scatto culturale di cui anche oggi si avrebbe bisogno. Questo a dire che sì la ceramica si è solidificata, ma il movimento flessuoso rimasto impresso rimanda a quell’attività iniziale che produce qualcosa di buono solo se tenuta in moto.

Seduzione,

Ogni artista sviluppa delle tematiche che ciclicamente ritornano con delle eco che si rifraggono in più di un’opera come se si trattasse di un dialogo silenzioso tra l’artefice (in questo caso la scultrice) e la sua creazione. Chi può dire quale opera può aver generato le altre? Comune a tutte è questo profilo femminile che guarda dritto davanti a sé, che si fa ammirare e al tempo stesso si nega ad una relazione diretta con l’osservatore. Questa figura diviene un’impronta che condiziona, con le sue presenze-assenze, la struttura delle opere. Agli occhi non è dato uno spazio, ma questi ritornano in modi inediti: la mano sinistra che si tocca pollice ed indice e poi l’occhio che ricorda lo spioncino di una porta. La forma di quest’ultimo (una mandorla orizzontale e due cerchi iscritti) ricorda l’arte greca, come i capelli composti di cerchi (e quindi ricci)… Il rimando, in virtù anche del titolo, non può che essere alla dea Afrodite, colei che ama il sorriso. Si può cogliere l’indole pervasiva dei suoi poteri che creano allo stesso tempo un’atmosfera un po’ fumosa in cui si ha quasi l’illusione di avvertire un dolce profumo. La mano da danzatrice cela un volto già vuoto e, per assurdo, questa sorta di maschera a metà caratterizza più per la sua presenza, nascondendo, che per la sua assenza. Anche questo gioco di presenze e celamenti è seduttivo, ma è leggiadro e non si coglie la sua pervasività se non dopo aver studiato a fondo queste opere.

Autoritratto,

Ogni artista ha il suo proprio modo di rappresentare se stessa e si coglie qui con evidenza un afflato che viene dall’animo, quasi un gusto metafisico. Se non sapessimo di cosa si tratta si potrebbe scambiarla per una statua che con la sua ieraticità vive il tempo della giornata, scandito dalla luce, con superiorità, adattandosi immota ad ogni situazione che possa verificarsi. Non si tratta di un’espressione altezzosa, ma di un guardare profondo che va oltre, un aver finalmente intuito i segreti della natura che presto andranno ad esprimersi attraverso l’arte. C’è un gioco di ombre che divide lo sfondo in due e restituisce un ritratto doppio, con un incanto magico per quanto riguarda la chioma di capelli intuita e fluttuante che risponde alla luce con ingannevole concretezza. La fisionomia del volto è restituita con pochi tratti che seguono le linee delle ombre e sintetizzano l’anima. Da notare inoltre la veste di stoffa leggera che pare indossi l’artista. C’è un eco naturale che rimanda ad elementi vegetali e all’acqua con un sentore coloristico che richiama la terra, indicandoci quanto i colori della natura e umani siano in fondo gli stessi. La separazione di luci ed ombre si fa marcata, ma al tempo stesso si attenua sulla pelle e restituisce un chiarore perlaceo, lunare che ne aumenta la fascinazione. Questa serena altezza espressiva, con una concentrazione mistica, richiama alla mente la figura della maga Melissa dell’Orlando furioso.

Urbanpsycho,

Una figura senza testa è colta nell’atto di muoversi con braccia e gambe flessuose, quasi danzasse. Interessante questo movimento delle braccia che va a riempire la mancanza del capo creando una forma ad otto di grande ingegno che ricorda l’infinito. Un’assenza colmata con un inganno che apre a molteplici riflessioni. La figura è vuota, non è in grado di pensare e cerca di darsi una forma di “normalità” che cela una grande sofferenza. Quest’opera rappresenta in fondo la vita di questi nostri tempi in cui è data più importanza ad una bella apparenza che a ciò che si ha, oppure a ciò che si è. Comunque non per forza c’è qui solo un aspetto negativo, anzi si può dare merito all’artista di aver evidenziato una tale problematica con eleganza e maestria, con una semplicità apparente che racchiude lunghe riflessioni e studi approfonditi anche realizzativi. Interessante il colore che trasmette l’idea di un’opera che vive all’aperto e che si riveste di ciò che avviene al di fuori trasmettendo sensazioni  di vissuto, di esperienze che vogliono essere condivise e raccontate: ammesso che si trovi chi è disposto ad ascoltare, spezzando così l’incantesimo dell’acefalia (senza testa).

Sacra conversazione,

Di che cosa potrebbero discutere due statue? Se ne dovrebbe parlare a lungo, ma difficilmente si riuscirebbe a trovare una soluzione unanime. Si tratta di un dialogo di sguardi, che in questo caso non può contare nemmeno sui gesti e che alla storia dell’arte non è comunque inedito. Una di queste due sculture ha una fisionomia più verosimilmente umana e quindi ricorda la tipologia delle sacre conversazioni, in cui un gruppo di santi dialoga pacatamente alla presenza della Madonna. L’atmosfera che si respira qui è la stessa, compreso quel senso distaccato ed imperturbabile che colloca la vicenda in una dimensione altra, il paradiso, rispetto al piano umano. In entrambe queste riunioni di pensatori c’è lo spazio per l’osservatore che partecipa senza interagire e ammira il prodigio che ha di fronte. Oggetti inanimati, d’argilla, che l’artista ha infuso con la propria anima e che per questo hanno la facoltà di smuovere gli animi di chiunque si imbatta in esse. Che cosa avranno da dirsi una scultura che ricorda un mezzo busto di pastore con un’altra composta da forme geometriche smussate? In fondo stiamo osservando due mondi tra loro incompatibili, non fosse per la stessa materia di cui sono fatti e per il foro, un’apertura in cui probabilmente il dialogo si muove… Un canto silenzioso è in atto, ma noi non possiamo udirlo perché è appunto divino. Che il pastore si stia ammirando su di uno specchio vuoto? Con esso egli è in grado di guardare oltre il suo sembiante per scorgersi l’anima…

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.