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La Città delle Artiste ospita... Gregorio Castelli, “il maestro” del pirografo che studia la luce

Gregorio Castelli, soprannominato dagli amici “il maestro”, è un artista pirografista che mira a dare la giusta rilevanza ad uno strumento che non ha nulla da invidiare agli altri mezzi artistico-espressivi. L’esperienza l’ha reso un vero esperto della tecnica e ormai conosce i plurimi stratagemmi per rendere le luci e le ombre, nonché i vari effetti materici che ingannano l’occhio come facevano gli antichi artisti greci. Nella pirografia sono tre gli elementi di cui si deve prestare attenzione: la pressione della punta incandescente, il suo relativo calore e infine la durata dell’esposizione dello strumento sul supporto di legno. Non si creda che un supporto valga l’altro perché ognuno ha il suo carattere e i suoi colori, peculiarità su cui anche i pittori su tavola del ‘400 avrebbero molto da dire. Il più usato è il multistrato di pioppo, migliore è il multistrato di acero americano che l’artista utilizza da qualche anno. Per il disegno iniziale non si può nemmeno usare troppo la matita perché altrimenti il calore farebbe sciogliere la grafite che rovinerebbe il supporto. Questo artista ama le sfide e quando c’è qualcosa che desidera riprodurre continua a provare e riprovare fino a riuscirvi. Ha realizzato ormai moltissime opere e tutte documentano una bravura crescente unita ad un’intuizione artistica vivace e sensibile che si fa veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono e invitano alla riflessione.

Tempio di Castore e Polluce (Agrigento, Valle dei templi), 2021,

C’è qualcosa di romantico in questa descrizione paesaggistica che non è solo a motivo della presenza di una rovina, è un sentire atmosferico, una sensazione impalpabile. La definizione di ogni elemento è minuziosa e si può avere l’illusione di essere di fronte ad una fotografia. Certamente il soggetto è tratto da una foto, ma l’effetto atmosferico è molto più complesso: solo chi conosce a fondo le potenzialità e gli elementi negativi del pirografo può raggiungere questi esiti. La resa lenticolare ha permesso all’artista di affrontare il soggetto passo passo, come se fosse stato lui stesso a costruire ciò che si vede, per trasmettere nell’opera tutto quello che è il suo animo. In fondo è come se l’artista confessasse la sua intimità all’osservatore. I toni sono davvero molto dolci, anche se una certa oscurità può essere dovuta al sentore che ancora emanano queste ruderi, tra l’altro ricostruiti nell’800 senza un criterio archeologico. Il cielo è fosco, il vento scuote le cime degli alberi e già gli uccelli stanno compiendo i loro voli per trovare un rifugio migliore. Il sole è un pallido cerchio e tutto ha un effetto decadente, ciò però non crea spavento in quanto la solidità di questa struttura dà sicurezza e nulla può turbare il solido ergersi delle colonne, proprio come Castore e Polluce.

Ambra,

Un volto femminile dalla pelle d’ambra si rivolge all’osservatore con sguardo diretto, con una profondità disarmante che guarda direttamente all’anima. Che dire poi delle aggraziate movenze del velo di pizzo che la avvolge? C’è una cura meticolosa nella resa del tessuto a traforo color avorio che risalta il volto con maestria. Non sfuggano le labbra e il sopracciglio, nonché l’occhio. Il nostro sguardo ricompone in un attimo un’opera che è il frutto di un lavoro molto lungo che va riconosciuto e valorizzato. Quello che si deve ulteriormente ribadire è che la finalità profonda di quest’opera è la resa degli effetti della luce e dell’ombra e delle gradazioni di colore che sfumano man mano che si muovono da un estremo all’altro. Questa donna probabilmente sta conducendo una vita nomadica in un’ambiente che non è ospitale, ma che ormai le è familiare e non le nuoce. La luce intensa e calda, il buio gelido, queste sono le grandi potenze del deserto. La vita non è per lei una sopravvivenza, ma una danza lenta e accorta fatta di pause e riflessioni sul senso ultimo della vita. Un ambiente inospitale che non toglie fiducia nel futuro e dona a chi vi abita una tempra ineguagliabile.

Atropo, 2021,

La vocazione mitologica si ammanta ora di una concretezza cruda che crea un’atmosfera terribile e spaventosa. Atropo, l’anziana cieca che taglia il filo della vita, sta facendo il suo lavoro e non fa sconti a questo poveretto circondato dal fuoco. L’uomo senza volto ricorda a ragione un funambolo che cerca di mantenersi in equilibrio e pare riuscirvi, non fosse per quella forbice. La dea si rivolge direttamente all’osservatore e sorride, con ampie rughe e una mano magra e nodosa. L’uomo dal vestito elegante è circondato dal fuoco e dalle tremende nubi nere che ancora crepitano incandescenti. Che stia tentando di fuggire da una zona colpita dalla guerra? Tutto brucia e la dea attende paziente che arrivi il momento esatto per tagliare il filo, ma non si riesce a percepire con che animo lo faccia (anche se forse è divertita). I piani che compongono la scena si sommano tra di loro e amalgamandosi sfumano uno nell’altro. L’uomo senza volto è l’essere umano per eccellenza, la dea senza occhi vede tutto ed è un’abilissima tessitrice, colei che taglia i fili alla fine del lavoro per renderlo più bello, grazioso alla vista. Si tratta di un’opera originale che è arguta, spigliata e che si vela di terribilità per… invitare alla riflessione sul senso ultimo della vita e sul suo esito.

Lo stupore dei primi fuochi, 2023,

È la prima volta che questo bambino vede uno spettacolo pirotecnico. La bellezza di questi fuochi immensi e i loro colori lasciano il bimbo letteralmente stupefatto e non c’è davvero espressione più bella di questa. Il punto di vista di quest’opera è complesso e non solo vediamo l’espressione del bambino, ma anche (sullo sfondo) ciò che lui vede e gli scatena un tale stupore. Si noti il lavoro per differenziare gli effetti dei fuochi d’artificio e la resa della rotondità delle guance. Ogni elemento qui presente è stato osservato a lungo e si è adottata una tecnica che imitasse con verosimiglianza la sensazione visiva reale. La pirografia ha il pregio di trasmettere con più enfasi il senso del calore e di tradurlo con dei colori che vanno dal rosa al castano, dal marrone al nero più intenso. L’artista ha raffigurato qui ciò che ha colpito prima di tutto lui stesso e ci trasmette questo con efficacia narrativa, in maniera allegra e spigliata. L’interesse è ancora una volta la resa degli effetti di luce ed ombra e lo studio, come in tutte le altre opere, è riuscito in maniera ottimale.

Tramonto,

La superficie marina è accarezzata dal vento, lo stesso che gioca con le nubi dilettandosi come un’artista con la sua opera. Una barca a vela scorre placida sul campo ondoso e proietta la sua tremolante ombra sulle onde. In quest’opera dolce tutto è precario, ogni cosa è destinata a passare, eppure il tempo si è fermato e questo barlume di pace è destinato a durare. La resa delle onde ricorda un tessuto di seta, anche a livello tattile, e le nuvole sono studiate per essere quanto più simili al reale. La resa della luce del sole al tramonto non soltanto riesce benissimo, ma grazie alle caratteristiche dello strumento (il pirografo) ne è enfatizzata. Ancora si avverte vividamente il senso del movimento che è qui imperante. Non si tratta di un imporsi, ma di un motivo musicale che si accosta piano piano e solo alla fine rivela quella che è la sua interezza. Opere come questa sono complesse perché hanno un carico emozionale non da poco che richiede del tempo per essere decifrato e non sempre l’enigma si scioglie con facilità.

La caccia, 2020,

Da un ambiente completamente buio emerge la figura di un gatto che punta, se si vuole con una certa innocenza, ad una preda che non si vede. Le pupille del piccolo felino sono dilatate, le orecchie ritte e la perfetta immobilità fa presagire lo scatto repentino. La resa della pelliccia e di tutti i dettagli anatomici è perfetta e non c’è nulla che si possa dire, pare di trovarsi davvero davanti all’animale domestico. Si noti il diverso trattamento delle vibrisse e dei peli delle orecchie rispetto al resto del corpo, definizione perfetta del muso (in piena luce) mentre il resto in secondo piano svanisce gradatamente. Il colore nero è ottenuto con il pirografo grazie ad una posa prolungata e ad un calore più elevato: la tecnica compositiva è come quella di Caravaggio, ma con una difficoltà maggiore. Quest’opera dà piacere alla vista e quasi si diventa partecipi dell’attività del gatto che è reso con maestria encomiabile.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.