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Alla ricerca di Sante Calcagni, ritrattista leoniceno

Questo breve articolo è pensato per dare visibilità a un artista che sembra essere stato volutamente dimenticato (non so ancora il motivo) e al tempo stesso per cercare altre informazioni su di lui che magari potreste avere voi. Delle opere rintracciate al momento sto realizzando le schede di catalogo, così come per tutti gli altri esigui dati sulla vita. È una ricerca che non ha tempi prestabiliti, ma che certo vorrei portare ad un buon punto per una futura pubblicazione. Ringrazio fin da qui tutti coloro che mi hanno aiutato e mi stanno aiutando, nella speranza di illuminare una figura che era dotata di una capacità ritrattista eccezionale, leggiadra e tutt’altro che monotona.

Chiunque avesse informazioni su Sante Calcagni non esiti a farmelo sapere, sia per quanto riguarda la sua vita che per le molte opere sicuramente ancora presenti a Lonigo.

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Quando si decide di cimentarsi in uno studio storico-artistico dovrebbe sempre esserci una corrispondenza di sensi tra sé (lo storico d’arte) e l’altro (l’artista). Questa sensazione, l’empatia, non è altro che un dialogo tra un vivo ed uno che ha vissuto. Sono due realtà incomunicabili che per strani percorsi coincidono e collimano: un dialogo fatto di silenzi e sguardi, di rivelazioni e lacune che conducono ad esiti inaspettati (forse). Ogni volta è così, almeno nella mia esperienza (lo è stato in triennale con Francesca Caccini – compositrice d’opera – e poi in magistrale con Chiara Varotari – pittrice ritrattista). Di chi si tratta dunque? Di Sante Calcagni, pittore ritrattista leoniceno nato nel 1860 e vissuto fino al 1949. Di sue opere se ne trovano ancora svariate per Lonigo, ma se risultano accessibili nei luoghi pubblici così non è per quelli privati; questo a dire che in vita l’artista era piuttosto richiesto e che se al momento ho rintracciato una cinquantina di opere (di cui quaranta con foto) considero ce ne possano essere ancora molte. Oggi non farò un’analisi dettagliata dell’opera per non rivelare troppo, visto che la mia ricerca è ancora in corso.

Il Beone,

L’incontro con questo abilissimo ritrattista è avvenuto grazie a Paola Boron che possiede una sua opera denominata Il Beone, che mi ha ispirato nel cimentarmi in questa ricerca ancora in corso. L’alta qualità del ritratto è evidente e la certezza della firma in basso a destra dà conforto. Il soggetto sorride sotto i baffi e occhieggia all’osservatore con un fiasco sottobraccio e un bicchiere di vino che sta per traboccare. La resa materica è minuta e lenticolare, frutto di un lavoro certosino e lungo, di sicuro ben pagato.

Ritratto di Attilio Caldana,

Altro ambito di questo artista, classicista accademico, è il ritratto ufficiale che deve essere stato per lui uno dei punti di forza del suo fare pittorico. Prova ne è il ben noto Ritratto del Protonotario Attilio Caldana realizzato nel 1940, quando l’artista era ottantenne, oggi conservato nella sacrestia del Duomo. Si noti la cura leggiadra che è stata posta nella realizzazione della veste corale (abiti allora in uso, da festa). Interessante che lo sguardo sia sempre realizzato dall’artista con l’idea di avere al contempo la serietà, o morigeratezza, unita ad un lieve sorriso. Queste opere non si perdono in dettagli inutili ma sanno trasmettere e quindi tramandare l’animo dell’effigiato alle generazioni future. L’opera è certamente in buone condizioni, ma avrebbe bisogno di un restauro per risplendere.

Ritratto di Giulia Golin,

Altrettanto splendido e frutto di un’esecuzione lenta e certosina è quest’opera del 1933. Chi rappresenta, chi è questa Giulia? Al momento non posso dire di più, ma la ricerca è ad un punto di svolta e la realizzazione della scheda di quest’opera è stata davvero appassionante. La tela è stata donata alla biblioteca di Lonigo e lì è possibile ammirarla. È un’opera che crea un trait d'union perfetto con questo luogo, c’è un silenzio colmo di carattere che è in grado di elevare un’azione quotidiana fino a renderla artisticamente rilevante. Si tratta di un’opera meravigliosa che è colma del genio artistico del pittore e non si può non rimanerne estasiati tanta è la sua semplice complessità. Fortuna ha voluto tramandarci il suo nome e così noi possiamo tentare di chiamarla per illuderci che lei possa risponderci per narrarci forse la sua vita. A questo, vedrete, c’è rimedio e il silenzio parla più di mille parole, basta saperlo ascoltare.

La comunione, collezione privata,

Vedere alcune opere riempie di emozione, specialmente quando si tratta di tele che raffigurano interni che sono cari agli abitanti di Lonigo. Se si entra in Chiesa Vecchia si può notare che anche oggi i gradini e il recinto hanno gli stessi segni del tempo e, se anche gli arredi sono cambiati, tutto è uguale a se stesso. La figura che vediamo sbucare dalla sacrestia potrebbe essere proprio il nostro pittore. La portata dell’evento in primo piano non mi è ancora nota, ma certo per essere il soggetto di un dipinto deve essere stato significativo. La ricerca è ancora in corso... Interessante è anche osservare la disposizione delle figure, tutti gli uomini nella zona dell’altare mentre le donne al di qua. Certamente è una questione che oggi chiameremo di genere e fa riflettere sui diversi usi adottati nel tempo. Chi sono queste tre donne? Cosa si è voluto rappresentare in quest’opera? Cercherò di scoprirlo!

San Giovanni Evangelista,

Come si può notare i generi affrontati dall’artista sono plurimi e dimostrano una versatilità che è propria del pittore esperto e navigato che lavora su commissione. Certamente questo soggetto religioso, a figura intera che rappresenta un Evangelista, è una commissione ecclesiastica. Interessante che il santo abbia una penna d’oca in mano e che il Vangelo sia scritto in latino e non con la lingua del tempo. Ciò è dovuto ad una diversa impostazione mentale, propria dello spirito del tempo che dava priorità alla comprensibilità dell’immagine piuttosto che alla sua realtà storica. Quest’opera è conservata nella chiesetta di via Bonioli, sempre a Lonigo. La figura dell’evangelista seduto sulle nubi e con il sole come aureola ricorda certe figurazioni di Raffaello nelle stanze vaticane, oppure rimanda alla Madonna Sistina dello stesso.

Ultimo Garibaldino,

In quest’ultima opera potete ammirare il ritratto dell’ultimo garibaldino Leoniceno, oggi conservato in comune, di cui al momento non rivelerò di più… Si noti però l’allegro orgoglio del nostro garibaldino nel posare con la sua divisa e le sue medaglie a distanza di così tanti anni da quegli eventi storici.

L’articolo è proprietà eventuale di Pierluigi Rossi.

Chiara Coltro, passione color-luministica in informale materico

Chiara Coltro è un’artista padovana di indubbio talento che lascia che l’arte parli con i suoi tempi per dare all’osservatore la possibilità di percepire ciò che lei vede per prima. La sua ricerca artistica più recente guarda senza dubbio all’astratto e all’informale, di un tipo che non si fa ermetico, ma che permette di vedere ed intuire scenari possibili (certamente guarda alla teoria delle macchie di Leonardo). L’artista ha avuto come maestro Umberto Menin, pittore dai toni delicati e dal gusto volumetrico. Una qualità che traspare da tutte le opere della pittrice è questo gusto coloristico, non stridente ma equilibrato, che si carica della luce tramite l’uso di sgargianti tinte metalliche (bronzo, oro, argento). Inoltre non può sfuggire un desiderio materico che aggiunge sempre con eleganza sabbie al tracciato e conferisce alle manifestazioni artistiche una ruvidità vivificante e coltivabile. Questo è anche a motivo di uno studio della luce la quale si manifesta diversamente a seconda di ciò che attraversa. Le vicende scelte, presenti nei titoli, non sono semplici e dialogano con le opere attraverso una sensibilità leggiadra che sa imporsi per garantire esperienze di libertà inedite ed intuitive.

Fluire, tecnica mista, 2023,

Entrare nei misteri di un’opera d’arte è sempre un’operazione difficile. In un primo momento si è colpiti da un’infinità di suggestioni che è utile raccogliere come se si trattasse di indizi di un quadro più ampio, come in questo caso. Si potrebbe semplicemente dire di trovarsi di fronte ad una foto che ritrae qualche lontana nebulosa spaziale in cui gli elementi della materia giocano con i colori e con la luce in maniera tridimensionale. Non è propriamente così, o meglio non è solo questo, l’artista lo intesse di nuovi elementi che donano alla visione astratta la forza dell’oro, le malie del viola e i verdi dei prati più freschi. C’è inoltre una materia tattile, quasi una sabbia che crea dei percorsi inattesi, delle zone calcabili che restituiscono una concretezza inaspettata. È il colore che sa parlare attraverso l’artista che si fa portavoce di un messaggio enigmatico. Il tempo è relativo e ogni azione che si esegue ha un suo motivo che appare lentamente oppure di getto a seconda di ciò che vuole essere comunicato. Ogni tela dà la sensazione di un essere vivente che vibra e pulsa, che emette la propria vitalità per donarsi all’osservatore (a patto che questi abbia il coraggio di sondare con la vista le sue profondità). Si fa esperienza di un sentire da rabdomante che non solo percepisce l’acqua, ma anche le energie e le emozioni.

Fuoco cammina con me, tecnica mista, 2021,

In questo caso non si deve essere colpiti soltanto dal portento che si realizza sotto i nostri occhi, ma anche dal titolo che racconta un’atmosfera inusuale, quasi da comando impartito da un’incantatrice a questo novello fuoco. Si compie un invito a questa forza magico-naturale a seguire l’artista per farsi arte: il sacro fuoco che arde e non brucia, che illumina, che dà calore e appassiona. Questo incendio non è monocromo, ma trattiene in sé una vasta gamma di colori che dimostra una sensibilità in grado di raccogliere non solo quelli primari, ma tutti quelli che caratterizzano le varie tipologie di calore. Il fuoco fucsia e quello violetto possono ricordare un fuoco fatuo, quello nero invece un qualche rito oscuro, ma che dire dell’ocra quasi oro che pervade l’intera scena? L’accostamento che può essere fatto è al biblico roveto ardente che rappresenta Dio e allora si capisce il motivo della presenza di tutte queste colorazioni ed il messaggio profondo che vi si cela. L’occhio è attratto da quest’opera come farebbe con il tremolio di un fuoco reale, anche se qui è impresso nella tela e non si trasforma in ogni secondo. La nostra mente tenterebbe di ricomporre queste macchie di colore in immagini più comprensibili, ma non ce la fa, non del tutto, e il mistero celato qui si fa sempre più appassionante.

Io sono il primo, l’ultimo e il vivente, tecnica mista, 2020,

Quest’opera è complessa e non deve sfuggire il riferimento del titolo, che rimanda ad uno dei versetti iniziali dell’Apocalisse di San Giovanni. Il tema che emerge fa riferimento infatti ad uno dei quattro cavalieri, visibile al centro, ammantato di bronzo. Pare che sia a cavallo mentre eleva in alto la destra con la spada, pronto a sferrare il colpo di grazia. La stessa tela sembra risentirne e sono visibili vari filamenti prodotti da uno strappo che è stato ricomposto come meglio si è potuto. In questa visione tumultuosa, carica di rossi, sembra che terra e cielo si siano scambiati di ruolo, al marrone della parte alta corrisponde un bianco blu nella parte bassa. L’opera restituisce anche il dato luministico con intensità (da come si nota in questa foto) che diviene componente essenziale in questa narrazione da fine del mondo.

Mi immergo nei blu, tecnica mista, 2021,

Se anche il titolo parla di immersioni e di profondità ciò che qui si percepisce è un’atmosfera colma di nubi (e quindi d’acqua) che si addensa attorno al perno d’argento di una montagna sacra. C’è una freschezza entusiasmante che avvolge i sensi e conduce ad una nuova sensibilità. Attorno a questa bianca vetta si muove un azzurro ghiaccio che fa rabbrividire e custodisce questo luogo divino nel suo silenzio. Si ha la sensazione di osservare un paesaggio profondissimo che sfida sereno le spire di nubi che gli si avvolgono attorno come un serpente. Nell’opera c’è inoltre un colore terroso molto forte, quasi che la furia della perturbazione si sia ammantata della materia dei luoghi su cui si è abbattuta in precedenza. Ed ecco che si aggiunge il blu con accenni violetti che dona alla vicenda un’inspiegabile calma contemplativa capace di far dimenticare gli affanni e far riflettere di cose più alte. La complessità della scena permette di compiere dei voli pindarici (dal poeta greco Pindaro, il primo ad averlo fatto) che donano all’animo una libertà disarmante che si riempie di una vista maestosa e terribile. Ci si sente piccoli di fronte alle vastità della terra e… da appassionato tolkeniano non posso non associarla alla vetta sacra del Taniquetil che si eleva al di là di un oceano tumultuoso e colmo di malie…

Viola trasgredisci, tecnica mista, 2023,

Il viola è un colore magico, che si ammanta del cupo del blu e del sacro della porpora per comporre un’essenza ammaliatrice che non resta all’interno di confini prestabiliti, ma ama andare al di là di ciò che le viene imposto. Il colore assume in questo caso un’identità femminile che si ammanta d’argento e la mente vaga per raggiungere il ciclo bretone, o meglio arturiano e le lotte della fata Morgana contro il fratello, re di Camelot. Seguendo questa suggestione si potrebbe vedere qui una foresta incantata o una selva portentosa (luogo dove accadono sempre degli incontri del destino con creature magiche, cavalieri e/o incantesimi) in cui tra le nebbie viola si scorge appena il barlume perlaceo del palazzo della fata. Si tratta di un luogo protetto e invalicabile, da maga che si rispetti, in cui indisturbata può realizzare i suoi incanti che si spargono aerei. Anche qui c’è la presenza di un po’ d’ocra, forse dei bagliori di sole al tramonto che hanno ancora il coraggio di sfidare la sovrana di questa dimora. C’è la suggestione sia delle polveri materiche usate per le pozioni, sia di elementi il cui succo viene spremuto nella realizzazione di riti proibiti. In tutto questo c’è una leggerezza incredibile che parla alla vista più di mille concetti e restituisce una piacevolezza incantatoria.

Un nuovo mondo, tecnica mista, 2021,

Sembra di essere capitati in una landa desolata, con una terra molto scura dove improvvisamente è apparsa l’acqua. I colori sono vivaci e fluiscono spontaneamente come dotati di una volontà propria. Se seguissimo la teoria delle macchie di Leonardo, potremmo dire che l’artista con questi elementi indistinti è in grado di ricostruire una figura comprensibile: sta in questo il segreto della creatività. Una tigre, una tartaruga, oppure un pesce gatto con due vibrisse… Certo quest’opera potrebbe essere anche l’istantanea di un muro all’inizio azzurro, poi arancione e infine marrone, che si sta semplicemente sgretolando, ma così  non è perché l’artista l’ha infuso di poeticità e le macchie hanno sprigionano tutto quello che era riposto nel suo animo. Si tratta effettivamente di un mondo nuovo che si apre all’osservatore con le sue dolcezze e asperità, ostile e promettente al tempo stesso. Potrebbe essere anche l’immagine di una gemma millenaria che sta per essere estratta dal sottosuolo o dalla grotta in cui si è formata. Tanto più si è in grado di vedere nuovi elementi in una tela come questa, tanto l’artista è riuscita nel suo intento e le si deve attribuire il merito di aver saputo scavare, con lo scalpellino della sensibilità, una realtà nuova conforme ai suoi ideali.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Raccolta COLORI - Serena Pasqua 2024

Questo articolo vuole essere il mio augurio a tuttə voi, appassionate lettrici e lettori d'arte, di una serena Pasqua.

Quale modo migliore per celebrare questa giornata se non quello di riunire in una raccolta tutti gli articoli a tema colore, delle mostre virtuali?

Cliccando su ognuno dei titoli si accederà all'articolo corrispondente.

 

La magia del Blu

Rosa dei venti, Michela Dal Zovo,

 

I toni del Giallo

Donna in giallo, Paola Boron,

 

Profondo Rosso

Papaveri, Stefania Fasolin,

 

Multicolor

Poldo Multicolor, Patrizia Finato,

 

Verde natura

Castello di Falconara (CL), Michele Massari,

 

Serena Pasqua e Buona (ri)lettura!

 

Gli articoli sono proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

La Città delle Artiste ospita... Gregorio Castelli, “il maestro” del pirografo che studia la luce

Gregorio Castelli, soprannominato dagli amici “il maestro”, è un artista pirografista che mira a dare la giusta rilevanza ad uno strumento che non ha nulla da invidiare agli altri mezzi artistico-espressivi. L’esperienza l’ha reso un vero esperto della tecnica e ormai conosce i plurimi stratagemmi per rendere le luci e le ombre, nonché i vari effetti materici che ingannano l’occhio come facevano gli antichi artisti greci. Nella pirografia sono tre gli elementi di cui si deve prestare attenzione: la pressione della punta incandescente, il suo relativo calore e infine la durata dell’esposizione dello strumento sul supporto di legno. Non si creda che un supporto valga l’altro perché ognuno ha il suo carattere e i suoi colori, peculiarità su cui anche i pittori su tavola del ‘400 avrebbero molto da dire. Il più usato è il multistrato di pioppo, migliore è il multistrato di acero americano che l’artista utilizza da qualche anno. Per il disegno iniziale non si può nemmeno usare troppo la matita perché altrimenti il calore farebbe sciogliere la grafite che rovinerebbe il supporto. Questo artista ama le sfide e quando c’è qualcosa che desidera riprodurre continua a provare e riprovare fino a riuscirvi. Ha realizzato ormai moltissime opere e tutte documentano una bravura crescente unita ad un’intuizione artistica vivace e sensibile che si fa veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono e invitano alla riflessione.

Tempio di Castore e Polluce (Agrigento, Valle dei templi), 2021,

C’è qualcosa di romantico in questa descrizione paesaggistica che non è solo a motivo della presenza di una rovina, è un sentire atmosferico, una sensazione impalpabile. La definizione di ogni elemento è minuziosa e si può avere l’illusione di essere di fronte ad una fotografia. Certamente il soggetto è tratto da una foto, ma l’effetto atmosferico è molto più complesso: solo chi conosce a fondo le potenzialità e gli elementi negativi del pirografo può raggiungere questi esiti. La resa lenticolare ha permesso all’artista di affrontare il soggetto passo passo, come se fosse stato lui stesso a costruire ciò che si vede, per trasmettere nell’opera tutto quello che è il suo animo. In fondo è come se l’artista confessasse la sua intimità all’osservatore. I toni sono davvero molto dolci, anche se una certa oscurità può essere dovuta al sentore che ancora emanano queste ruderi, tra l’altro ricostruiti nell’800 senza un criterio archeologico. Il cielo è fosco, il vento scuote le cime degli alberi e già gli uccelli stanno compiendo i loro voli per trovare un rifugio migliore. Il sole è un pallido cerchio e tutto ha un effetto decadente, ciò però non crea spavento in quanto la solidità di questa struttura dà sicurezza e nulla può turbare il solido ergersi delle colonne, proprio come Castore e Polluce.

Ambra,

Un volto femminile dalla pelle d’ambra si rivolge all’osservatore con sguardo diretto, con una profondità disarmante che guarda direttamente all’anima. Che dire poi delle aggraziate movenze del velo di pizzo che la avvolge? C’è una cura meticolosa nella resa del tessuto a traforo color avorio che risalta il volto con maestria. Non sfuggano le labbra e il sopracciglio, nonché l’occhio. Il nostro sguardo ricompone in un attimo un’opera che è il frutto di un lavoro molto lungo che va riconosciuto e valorizzato. Quello che si deve ulteriormente ribadire è che la finalità profonda di quest’opera è la resa degli effetti della luce e dell’ombra e delle gradazioni di colore che sfumano man mano che si muovono da un estremo all’altro. Questa donna probabilmente sta conducendo una vita nomadica in un’ambiente che non è ospitale, ma che ormai le è familiare e non le nuoce. La luce intensa e calda, il buio gelido, queste sono le grandi potenze del deserto. La vita non è per lei una sopravvivenza, ma una danza lenta e accorta fatta di pause e riflessioni sul senso ultimo della vita. Un ambiente inospitale che non toglie fiducia nel futuro e dona a chi vi abita una tempra ineguagliabile.

Atropo, 2021,

La vocazione mitologica si ammanta ora di una concretezza cruda che crea un’atmosfera terribile e spaventosa. Atropo, l’anziana cieca che taglia il filo della vita, sta facendo il suo lavoro e non fa sconti a questo poveretto circondato dal fuoco. L’uomo senza volto ricorda a ragione un funambolo che cerca di mantenersi in equilibrio e pare riuscirvi, non fosse per quella forbice. La dea si rivolge direttamente all’osservatore e sorride, con ampie rughe e una mano magra e nodosa. L’uomo dal vestito elegante è circondato dal fuoco e dalle tremende nubi nere che ancora crepitano incandescenti. Che stia tentando di fuggire da una zona colpita dalla guerra? Tutto brucia e la dea attende paziente che arrivi il momento esatto per tagliare il filo, ma non si riesce a percepire con che animo lo faccia (anche se forse è divertita). I piani che compongono la scena si sommano tra di loro e amalgamandosi sfumano uno nell’altro. L’uomo senza volto è l’essere umano per eccellenza, la dea senza occhi vede tutto ed è un’abilissima tessitrice, colei che taglia i fili alla fine del lavoro per renderlo più bello, grazioso alla vista. Si tratta di un’opera originale che è arguta, spigliata e che si vela di terribilità per… invitare alla riflessione sul senso ultimo della vita e sul suo esito.

Lo stupore dei primi fuochi, 2023,

È la prima volta che questo bambino vede uno spettacolo pirotecnico. La bellezza di questi fuochi immensi e i loro colori lasciano il bimbo letteralmente stupefatto e non c’è davvero espressione più bella di questa. Il punto di vista di quest’opera è complesso e non solo vediamo l’espressione del bambino, ma anche (sullo sfondo) ciò che lui vede e gli scatena un tale stupore. Si noti il lavoro per differenziare gli effetti dei fuochi d’artificio e la resa della rotondità delle guance. Ogni elemento qui presente è stato osservato a lungo e si è adottata una tecnica che imitasse con verosimiglianza la sensazione visiva reale. La pirografia ha il pregio di trasmettere con più enfasi il senso del calore e di tradurlo con dei colori che vanno dal rosa al castano, dal marrone al nero più intenso. L’artista ha raffigurato qui ciò che ha colpito prima di tutto lui stesso e ci trasmette questo con efficacia narrativa, in maniera allegra e spigliata. L’interesse è ancora una volta la resa degli effetti di luce ed ombra e lo studio, come in tutte le altre opere, è riuscito in maniera ottimale.

Tramonto,

La superficie marina è accarezzata dal vento, lo stesso che gioca con le nubi dilettandosi come un’artista con la sua opera. Una barca a vela scorre placida sul campo ondoso e proietta la sua tremolante ombra sulle onde. In quest’opera dolce tutto è precario, ogni cosa è destinata a passare, eppure il tempo si è fermato e questo barlume di pace è destinato a durare. La resa delle onde ricorda un tessuto di seta, anche a livello tattile, e le nuvole sono studiate per essere quanto più simili al reale. La resa della luce del sole al tramonto non soltanto riesce benissimo, ma grazie alle caratteristiche dello strumento (il pirografo) ne è enfatizzata. Ancora si avverte vividamente il senso del movimento che è qui imperante. Non si tratta di un imporsi, ma di un motivo musicale che si accosta piano piano e solo alla fine rivela quella che è la sua interezza. Opere come questa sono complesse perché hanno un carico emozionale non da poco che richiede del tempo per essere decifrato e non sempre l’enigma si scioglie con facilità.

La caccia, 2020,

Da un ambiente completamente buio emerge la figura di un gatto che punta, se si vuole con una certa innocenza, ad una preda che non si vede. Le pupille del piccolo felino sono dilatate, le orecchie ritte e la perfetta immobilità fa presagire lo scatto repentino. La resa della pelliccia e di tutti i dettagli anatomici è perfetta e non c’è nulla che si possa dire, pare di trovarsi davvero davanti all’animale domestico. Si noti il diverso trattamento delle vibrisse e dei peli delle orecchie rispetto al resto del corpo, definizione perfetta del muso (in piena luce) mentre il resto in secondo piano svanisce gradatamente. Il colore nero è ottenuto con il pirografo grazie ad una posa prolungata e ad un calore più elevato: la tecnica compositiva è come quella di Caravaggio, ma con una difficoltà maggiore. Quest’opera dà piacere alla vista e quasi si diventa partecipi dell’attività del gatto che è reso con maestria encomiabile.

L'articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Raccolta MITOLOGICA

Questo breve articolo vuole essere una raccolta in cui potrete trovare, in base al tema, gli articoli precedentemente pubblicati. Ho deciso di recuperare qui le mostre virtuali legate al tema mitologico (dal titolo: "Il mito dipinto, la figura di ..."). Premendo il link sopra alle immagini delle opere verrete inviati direttamente all'articolo selezionato.

IL MITO DIPINTO: LA FIGURA DI ARIANNA

Profilo greco, Mara Barison,

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IL MITO DIPINTO: LA FIGURA DI PERSEFONE

Il mondo dei pensieri, Ivana Schiavo,

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IL MITO DIPINTO: LA FIGURA DI AFRODITE

Ranuncolo, Terry Trevisan,

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Ho fatto l'analisi di altre opere a soggetto mitologico anche nell'articolo di aggiornamento su Stefania Magnabosco.

STEFANIA MAGNABOSCO, PER UN AGGIORNAMENTO

Tersicore, Stefania Magnabosco,

Buona (ri)lettura!

 

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