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Presentazione della mostra FEMMINILE MITOLOGICO

Lo spazio di oggi è dedicato alla presentazione della mostra, da me curata, dal titolo FEMMINILE MITOLOGICO che si terrà tra il 24 maggio e il 2 giugno nella splendida cornice di Palazzo Pisani a Lonigo. Ringrazio fin da subito la F.I.D.A.P.A. - Sezione di Lonigo - per aver apprezzato e appoggiato questa mia prima cura di una mostra e poi il Comune di Lonigo, l'Assessorato alla Cultura per il patrocinio.

 

Palazzo Pisani (Lonigo, VI), Piano nobile,

24 maggio - 2 giugno 2024

week-end ore 10.00-12.00 e 15.00-19.00, settimanale 17.00-19.00

inaugurazione sabato 25 maggio alle ore 10.00, con rinfresco 

 

Veniamo ora alle mitiche 18 pittrici (19 se si conta anche la matrice in locandina)! Questa mostra è costruita ovviamente con le loro opere che io ho rivisto con, per così dire, gli occhiali della mitologia. Una figura femminile si porrà sempre in dialogo visivo con l'osservatore e a questa si accosterà un'altra opera che ne darà enfasi (se si vuole). Non temete comunque, vi guiderò io nella visita in maniera poetica...

SIETE TUTTI INVITATI

Ora vi elenco le artiste (ad ogni nome corrisponde il link alle interviste da me fatte durante il primo anno di attività di questo Blog, cliccateci su per rileggerle, se ne avete voglia. I nomi sono in ordine di intervista).

 

Susy Lovato

 

Stefania Magnabosco

 

Terry Trevisan

 

Mara Barison

 

Lara Ottaviani

 

Anna Elisa Sartori

 

Paola Boron

 

Ivana Schiavo

 

Miriam Giavarina

 

Susanna Bedin

 

Michela Dal Zovo

 

Helga Trestini

 

Antonella Burato

 

Gessica Tiziani

 

Sara Marchesini

 

Manuela Scarso

 

Patrizia Finato

 

Franca Furlan

 

Inoltre c'è Patrizia Da Re per la locandina e poi... un +1, un quadro che è perfetto per l'occasione! 

Infine permettetemi di fare gli auguri alla mia e a tutte le mamme e ad una neomamma, Daniela Albertini, che proprio oggi ha dato alla luce la piccola Noemy... Cugina bella ti auguro fortuna, salute, amore e sensibilità (sono come una fatina, ma a sei ruote).

Pierluigi Rossi, il curatore, vi saluta!

 

 

 

 

 

 

 

Michela Grossi, l’argilla scolpita con la sensibilità dell’anima

Michela Grossi è una scultrice e artista di indubbio talento che ha deciso di intraprendere il sentiero dell’arte con maestria e che ha saputo più volte mettersi in gioco con esiti, come si vedrà, ragguardevoli. Dopo un primo periodo figurativo e dedicato alla pittura ad olio quest’artista scopre le terre e le sperimenta fino ad approdare definitivamente all’uso dell’argilla. Un’arte questa che richiede molta cura perché le fasi realizzative sono plurime, difficili e la materia fragile. Appresa la tecnica, grazie alla sua maestra l’artista Adorea Oirav, non c’è stato più nulla che l’abbia fermata e la quantità di opere realizzate è stato ed è esponenziale, giovando anche nella loro qualità (già elevata). C’è in lei uno spirito creativo sviluppato che sa lavorare sensibilmente la materia fino a rivelarne l’indole segreta e a farla per così dire amplificare. La mano artistica ha sviluppato una percezione che plasma l’argilla e la lavora quasi si trattasse di un incantesimo… attenzione a non disturbare o sarà peggio per voi! La scultrice ha partecipato a diverse mostre, personali e collettive, con esiti colti frutto di un lungo studio ed una passione sempre nuova. Ultimamente c’è in lei un desiderio di artisticità più ampio che guarda alla cosiddetta “arte totale” intesa come più discipline che concorrono insieme alla realizzazione di un’opera maggiormente immersiva. Staremo a vedere che cosa accadrà, intanto…

Tubo di rame,

Una figura d’argilla simile ad una dama medievale ci porge il suo delicato saluto e ci accoglie nel suo mondo. Ci si trova di fronte ad una grande semplicità che si esprime con un’emozione vibrante, che riverbera la sua magia tutt’attorno. Potrebbe trattarsi di una fata antica che incute soggezione, timore e al tempo stesso desiderio. Se fossimo in un bosco il pericolo sarebbe quello di essere rapiti, così accadrebbe nel folklore, invece ci troviamo nello studio di una scultrice fine ed energica, elegante. Quest’artista ha creato una figura senza genere, quasi un angelo che ha entrambe le nature in sé, le conosce e le sfoggia con la serenità di una lotta vinta con equità. Le mani escono dall’abito e una leggera piegatura della destra esprime più di mille parole… Un fulmine cala acquoso dall’alto e tramutandosi in niveo latte pare voglia infondere la vita in quest’oggetto di una semplicità maestosa. Che si tratti dell’arcangelo Gabriele che annuncia la Natività a Maria? Oppure di una dea, Artemide, che si denuda? Allora in questo caso è meglio non essere Atteone, o comunque un uomo, si finirebbe sbranati… Che si tratti di un caso o l’altro non fa differenza: la sua malia è stata gettata e nessuno ne è immune.

Niente vento, niente onde,

Il titolo dice il vero quando afferma che in quest’opera non ci siano nè vento nè onde, eppure osservandola non si può dire di non avvertire distintamente questi elementi, queste forze della natura. Si noti che è stata fatta qui un’operazione che ha mirato all’essenzialità per raggiungere una leggerezza espressiva colta e aggraziata. Osservare questa ceramica è come leggere una poesia scritta a mano su un foglio, c’è la stessa idea di una scrittura continua che si carica evocativamente di senso. La luce e le ombre accarezzano la superficie color bianco che si ammanta di tenue rosa e grigio. L’opera è simile a un merletto, oppure ad un nastro che per incanto si è immobilizzato, e per sempre, finché se ne avrà cura, potrà esprimere il suo enigma. Si tratta in fondo di un divertito lavoro che può benissimo rimandare a Magritte e alla sua pipa. Se fermarsi a ciò è senza dubbio riduttivo, è difficile non sentire nell’animo l’eco di una nave antica che solca le onde di un mare arcaico e perennemente giovane… Si tratta della base della nostra civiltà, dell’elemento di partenza che permette lo scatto culturale di cui anche oggi si avrebbe bisogno. Questo a dire che sì la ceramica si è solidificata, ma il movimento flessuoso rimasto impresso rimanda a quell’attività iniziale che produce qualcosa di buono solo se tenuta in moto.

Seduzione,

Ogni artista sviluppa delle tematiche che ciclicamente ritornano con delle eco che si rifraggono in più di un’opera come se si trattasse di un dialogo silenzioso tra l’artefice (in questo caso la scultrice) e la sua creazione. Chi può dire quale opera può aver generato le altre? Comune a tutte è questo profilo femminile che guarda dritto davanti a sé, che si fa ammirare e al tempo stesso si nega ad una relazione diretta con l’osservatore. Questa figura diviene un’impronta che condiziona, con le sue presenze-assenze, la struttura delle opere. Agli occhi non è dato uno spazio, ma questi ritornano in modi inediti: la mano sinistra che si tocca pollice ed indice e poi l’occhio che ricorda lo spioncino di una porta. La forma di quest’ultimo (una mandorla orizzontale e due cerchi iscritti) ricorda l’arte greca, come i capelli composti di cerchi (e quindi ricci)… Il rimando, in virtù anche del titolo, non può che essere alla dea Afrodite, colei che ama il sorriso. Si può cogliere l’indole pervasiva dei suoi poteri che creano allo stesso tempo un’atmosfera un po’ fumosa in cui si ha quasi l’illusione di avvertire un dolce profumo. La mano da danzatrice cela un volto già vuoto e, per assurdo, questa sorta di maschera a metà caratterizza più per la sua presenza, nascondendo, che per la sua assenza. Anche questo gioco di presenze e celamenti è seduttivo, ma è leggiadro e non si coglie la sua pervasività se non dopo aver studiato a fondo queste opere.

Autoritratto,

Ogni artista ha il suo proprio modo di rappresentare se stessa e si coglie qui con evidenza un afflato che viene dall’animo, quasi un gusto metafisico. Se non sapessimo di cosa si tratta si potrebbe scambiarla per una statua che con la sua ieraticità vive il tempo della giornata, scandito dalla luce, con superiorità, adattandosi immota ad ogni situazione che possa verificarsi. Non si tratta di un’espressione altezzosa, ma di un guardare profondo che va oltre, un aver finalmente intuito i segreti della natura che presto andranno ad esprimersi attraverso l’arte. C’è un gioco di ombre che divide lo sfondo in due e restituisce un ritratto doppio, con un incanto magico per quanto riguarda la chioma di capelli intuita e fluttuante che risponde alla luce con ingannevole concretezza. La fisionomia del volto è restituita con pochi tratti che seguono le linee delle ombre e sintetizzano l’anima. Da notare inoltre la veste di stoffa leggera che pare indossi l’artista. C’è un eco naturale che rimanda ad elementi vegetali e all’acqua con un sentore coloristico che richiama la terra, indicandoci quanto i colori della natura e umani siano in fondo gli stessi. La separazione di luci ed ombre si fa marcata, ma al tempo stesso si attenua sulla pelle e restituisce un chiarore perlaceo, lunare che ne aumenta la fascinazione. Questa serena altezza espressiva, con una concentrazione mistica, richiama alla mente la figura della maga Melissa dell’Orlando furioso.

Urbanpsycho,

Una figura senza testa è colta nell’atto di muoversi con braccia e gambe flessuose, quasi danzasse. Interessante questo movimento delle braccia che va a riempire la mancanza del capo creando una forma ad otto di grande ingegno che ricorda l’infinito. Un’assenza colmata con un inganno che apre a molteplici riflessioni. La figura è vuota, non è in grado di pensare e cerca di darsi una forma di “normalità” che cela una grande sofferenza. Quest’opera rappresenta in fondo la vita di questi nostri tempi in cui è data più importanza ad una bella apparenza che a ciò che si ha, oppure a ciò che si è. Comunque non per forza c’è qui solo un aspetto negativo, anzi si può dare merito all’artista di aver evidenziato una tale problematica con eleganza e maestria, con una semplicità apparente che racchiude lunghe riflessioni e studi approfonditi anche realizzativi. Interessante il colore che trasmette l’idea di un’opera che vive all’aperto e che si riveste di ciò che avviene al di fuori trasmettendo sensazioni  di vissuto, di esperienze che vogliono essere condivise e raccontate: ammesso che si trovi chi è disposto ad ascoltare, spezzando così l’incantesimo dell’acefalia (senza testa).

Sacra conversazione,

Di che cosa potrebbero discutere due statue? Se ne dovrebbe parlare a lungo, ma difficilmente si riuscirebbe a trovare una soluzione unanime. Si tratta di un dialogo di sguardi, che in questo caso non può contare nemmeno sui gesti e che alla storia dell’arte non è comunque inedito. Una di queste due sculture ha una fisionomia più verosimilmente umana e quindi ricorda la tipologia delle sacre conversazioni, in cui un gruppo di santi dialoga pacatamente alla presenza della Madonna. L’atmosfera che si respira qui è la stessa, compreso quel senso distaccato ed imperturbabile che colloca la vicenda in una dimensione altra, il paradiso, rispetto al piano umano. In entrambe queste riunioni di pensatori c’è lo spazio per l’osservatore che partecipa senza interagire e ammira il prodigio che ha di fronte. Oggetti inanimati, d’argilla, che l’artista ha infuso con la propria anima e che per questo hanno la facoltà di smuovere gli animi di chiunque si imbatta in esse. Che cosa avranno da dirsi una scultura che ricorda un mezzo busto di pastore con un’altra composta da forme geometriche smussate? In fondo stiamo osservando due mondi tra loro incompatibili, non fosse per la stessa materia di cui sono fatti e per il foro, un’apertura in cui probabilmente il dialogo si muove… Un canto silenzioso è in atto, ma noi non possiamo udirlo perché è appunto divino. Che il pastore si stia ammirando su di uno specchio vuoto? Con esso egli è in grado di guardare oltre il suo sembiante per scorgersi l’anima…

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Raccolta ARTISTI

Oggi ho deciso di fare brevemente il punto degli artisti che ho ospitato finora su questo Blog.

Si tratta di una nuova raccolta che si somma a quelle sulle mostre virtuali sui COLORI e sul MITO.

Ci sono inoltre diverse novità in arrivo... tenetevi pronti!

(cliccando su ogni titolo, in grassetto e sottolineato, si accederà all'intervista corrispondente)

 

Fulvio Taccini

Crocifissione,

 

Michele Massari

Piazza Garibaldi,

 

Lonigo ritratta da Michele Massari

Alla stazione,

 

Giuliano Boron

Donna in viola sul viale d'autunno,

 

Gregorio Castelli

La caccia,

 

Approfitto di questo spazio finale per rendervi partecipi di un aggiornamento del Blog.

Nella sezione BLOG, sulla stringa in alto (dal telefono si devono premere le tre righette), è stata aggiunta la sezione Archivio Articoli dove poter accedere a tutti gli articoli non più visibili nelle varie pagine. Si può anche cercare l'articolo desiderato.

 

Buona (ri)lettura!

Gli articoli sono proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Maria Teresa Cazzaro, arte dotta ammantata di semplicità

Maria Teresa Cazzaro è un’artista padovana ecclettica che ama sperimentare con le tecniche e i materiali avendo a modello, tra le altre ispirazioni, le opere di Alberto Burri. La sua creatività si carica inoltre di elementi di riciclo, che recupera dal mondo esterno (per intenderci) e trasforma a seconda delle esigenze. L’arte il più delle volte è lasciata fluire autonomamente e a posteriori se ne ricava una profondità maggiore rispetto all’idea iniziale. Tra le sue svariate attività si occupa anche di Mail art, un’arte che unisce artisti in uno scambio di opere che possano stare in una busta. Ce ne sono moltissimi in tutto il mondo e spesso vengono indette convocazioni a tema. Non occorre essere artisti, ne creare opere d’arte, ma avere la voglia di mettersi in gioco e rispondere agli invii con intelligenza e passione. Ultimamente la nostra artista ha fatto diverse chiamate a tema, con opere che una volta raccolte inserisce in un grande mosaico: il nuovo tema indetto è quello del fuoco. Si tratta di un vero e proprio movimento artistico a cui la pittrice partecipa con brio. Come vedrete si tratta di un’artista profonda, colta, che ammanta la complessità articolata di semplice quotidianità… quando l’occhio se ne accorge si aprono ponti per luoghi ameni e il respiro si fa ampio, l’aria frizzante.

Senza titolo, tecnica mista,

Un magico rapace è apparso nel foglio e si crogiola al sole con ieratica calma. È impossibile dire da dove provenga, se non che il disegno sulle sue ali ricorda quello di una foglia e quindi si lega doppiamente al mondo naturale. I segni tracciati sull’opera non sono netti e spigolosi, ma solcano il supporto come una barca sul mare che apre nuove rotte. Un blu, un’ocra e un porpora sono gli unici colori, oltre al bianco del foglio, che si uniscono con un effetto granulare delicato e piacevole. Questo volatile dal lungo ciuffo si muove in atmosfere da sogno con dolci contorni e se ne sta ammantato nel silenzio per salutare il nuovo giorno. Che si tratti di una fenice, oppure di un gufo, o meglio di una civetta sul suo trespolo? Ancora delle stelle baluginano, ma ormai non c’è più spazio per la notte e probabilmente questa creatura sta per andare a riposare. Che viva con un mago, un’incantratrice, oppure con la dea Atena? Non ci è dato saperlo. L’arte esprime da sé il suo enigmatico messaggio, scoprendo la sua profondità come un iceberg. Pare di osservare un arazzo antico, oppure un bassorilievo su una pietra porosa e malleabile: in realtà si tratta di un’incisione.

Senza titolo, acquerello,

Una folla di persone vuote e prive di una volontà assiste in silenzio alla rivelazione (probabilmente divina) che si fa tramite di un uomo d’oro, l’unico a possedere delle braccia che eleva al sole. Il metallo prezioso è come se scaturisse dall’astro e percorresse tutto il mondo cingendolo in un abbraccio. In un’ottica ancor più fantasiosa, che rimanda alla sfera musicale, si potrebbe pensare che queste figure bianche siano dei diapason al contrario e che la figura profetica al centro abbia scoperto la sua vera natura e tenti di guidare e quindi di risvegliare tutti gli altri. Chi ha un po’ di pratica con l’acquarello sa che esiste una sostanza che impermeabilizza parti del foglio per preservarle dal colore che poi viene tolta una volta asciutto, così si sono materializzate la maggior parte delle figure. La vicenda si svolge su un terreno scuro che non è riarso, ma al contrario sembra fecondissimo e il rosso dell’alba pare quasi un nutrimento, da rito dei sacerdoti Arvali dell’antica Roma. Il cielo feconda la terra, come da mitologia greca, mentre il dio Sole ha scelto il suo rappresentante. Non si sà che cosa potrebbe accadere da un momento all’altro. La longilineità di queste figure umane rimanda alle opere contemporanee di Giacometti, tra le quali L’uomo che cammina.

Alla ricerca del giallo tra i frantumi d’Italia, tecnica mista,

I frantumi sono pezzi di un intero che si rompe e in questo caso la rottura ha generato un caleidoscopio di colori. Non sappiamo quale violenza ha creato una tale situazione, comunque all’artista ciò non interessa perché sta cercando di tenere insieme quei pezzi. L’azzurro è la contemplazione, il rosso è la vita pulsante, il viola è la magia, mentre il giallo… è la luce, il sole, la speranza. Il nero invece non è un colore. Nel frammento viola un gruppo di guglie formano un edificio e, guardando anche il lato azzurro, viene subito da pensare alle cupole del Santo, a Padova. C’è dell’oro in esse, sulle sommità e non solo, che dialoga con il filo di lana gialla (un vero filo) che diviene scintilla luminosa sulla sommità, quasi come un vulcano in eruzione che illumina la notte cupa. Nella zona rossa si è tentato di tenere assieme i vari pezzi applicando altri elementi in cui è possibile scorgere degli omini stilizzati, guardacaso d’oro. Si tratta forse di un gruppo di umanità che finalmente si è unità per rispondere ai problemi del mondo? Riusciranno nel loro intento? Non lo sappiamo, sono pochi ma certamente possono fare qualcosa… a meno che non si brucino in tutto quel fuoco. Il filo giallo riesce in ogni caso a tenere unito il tutto e ricorda la pratica giapponese del Kintsugi, che usa l’oro per riparare gli oggetti rotti, rendendo quella rottura un punto di forza in cui aggiungere preziosità.

Autoritratto, tecnica mista,

Ogni artista ha il suo modo di rappresentare sè stesso e non c’è niente di meglio che un autoritratto per esprimere l’artisticità interiore. La creatività si esprime con estro e l’artista qui rivela la sua anima con ancora più evidenza. Si tratta di un viso dai molti colori che può dirsi in parte realistico e ricorda senza dubbio ciò che farebbero i grandi ritrattisti nell’effigiare un committente, i quali danno all’incarnato prima una base verde e gialla, per poi aggiungere i blu e soprattutto i rossi. Questa è l’idea di base, poi la mano pittorica ha preso un altro corso e uno sguardo sorridente ci osserva mentre dai capelli si sprigiona la potenza della foresta, ma anche la forza fluttueggiante del mare. Ciò che più colpisce sono gli occhi e questi occhiali alla moda con una metà della montatura diversa dall’altra. Infine gli occhi di due forme e colori diversi, una bicromia in cui si spiega forse il motivo dello spirito artistico che la pervade. L’occhio azzurro è disegnato e definito, mentre l’occhio di bronzo è una mandorla con un cerchio nero al centro e rimanda a una tipologia da statuaria antica, egizia oppure greca. Può esserci anche l’incontro tra antico e moderno. Sta qui il potere dell’artista? Evocare l’antico per parlare alla contemporaneità? Sicuramente e non solo… Un dolce sorriso le tende le labbra, con un aspetto che ci rallegra e la pittrice si sente a suo agio, non c’è nulla che la turbi. L’arte rassicura? Sì.

Giano, tecnica mista,

Quest’opera è stata realizzata con l’utilizzo sia di giornali che di vecchie locandine recuperate dalla strada. Non è solamente ciò a caratterizzarla, infatti la sua peculiarità più rilevante sta nel fatto che l’artista sente su di sé le suggestioni delle cose e come un’indovina oppure una maga dà ad esse espressione creando l’opera che vediamo. Su un fondo ocra si è steso un pastello a cera neutro sopra al quale è stato dato il colore blu (creando quest’effetto graffiato), su cui infine sono stati incollati i pezzi dei giornali e delle locandine. Un viso giovane e femminile con un occhio frontale, che rimanda senza dubbio alla ceramica greca antica, è rivolto verso destra, mentre un volto vecchio e arcigno dal naso aquilino, probabilmente maschile, con un cappello cilindrico sul capo, è rivolto verso sinistra, rimandando a Giano bifronte, figura mitologica che racchiude in sé appunto femminile e maschile, giovinezza e vecchiaia. Il colore nero che scende copioso dal collo del volto femminile fa immaginare che questa donna possa essere Medusa dal capo reciso, mentre il vecchio arcigno potrebbe rappresentare classicamente il tempo che passa. Le uniche parole che si possono leggere sugli stralci dei giornale che sono stati usati per l’opera sono «disaccupazione fem(minile)», parole che rimandano sicuramente a molteplici riflessioni.

Guarigione… forse, tecnica mista,

Di forte impatto è questa realizzazione di arte povera, creata recuperando vecchie pagine di libri cucite assieme ponendovi al di sotto un cartoncino rosso. La prima suggestione che si può avere è di associarla, probabilmente per il colore e la forma dei buchi superiori, alla Sindone. Vengono alla mente i fori prodotti dal metallo fuso a causa del ben noto incendio che sono stati poi rattoppati con precisione dalle suore. In questo caso la cucitura non è così perfetta e i punti che sono stati dati svolgono la funzione di tenere solamente uniti i lembi e permettere un’integrità altrimenti perduta. Per dare forza alle pagine incollate è stato posto un velo bianco trasparente che ha irrobustito il tutto, quasi simile a quella carta giapponese utilizzata per restaurare i libri. I testi delle pagine (guardacaso religiosi), che si intravvedono appena, si possono paragonare all’impronta lasciata dalla luce che si è sprigionata dal corpo di Cristo sulla tela. Un taglio cucito grossolanamente si trova al centro dell’opera, dal quale traspare un color rosso vivo in cui pulsa senza uscire il calore della vita. L’uso delle pagine rimanda al mondo delle pergamene, alla pratica medievale della cartapecora e al libro stampato in un’ottica unitaria, guardando anche all’arte di Burri.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Alla ricerca di Sante Calcagni, ritrattista leoniceno

Questo breve articolo è pensato per dare visibilità a un artista che sembra essere stato volutamente dimenticato (non so ancora il motivo) e al tempo stesso per cercare altre informazioni su di lui che magari potreste avere voi. Delle opere rintracciate al momento sto realizzando le schede di catalogo, così come per tutti gli altri esigui dati sulla vita. È una ricerca che non ha tempi prestabiliti, ma che certo vorrei portare ad un buon punto per una futura pubblicazione. Ringrazio fin da qui tutti coloro che mi hanno aiutato e mi stanno aiutando, nella speranza di illuminare una figura che era dotata di una capacità ritrattista eccezionale, leggiadra e tutt’altro che monotona.

Chiunque avesse informazioni su Sante Calcagni non esiti a farmelo sapere, sia per quanto riguarda la sua vita che per le molte opere sicuramente ancora presenti a Lonigo.

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Quando si decide di cimentarsi in uno studio storico-artistico dovrebbe sempre esserci una corrispondenza di sensi tra sé (lo storico d’arte) e l’altro (l’artista). Questa sensazione, l’empatia, non è altro che un dialogo tra un vivo ed uno che ha vissuto. Sono due realtà incomunicabili che per strani percorsi coincidono e collimano: un dialogo fatto di silenzi e sguardi, di rivelazioni e lacune che conducono ad esiti inaspettati (forse). Ogni volta è così, almeno nella mia esperienza (lo è stato in triennale con Francesca Caccini – compositrice d’opera – e poi in magistrale con Chiara Varotari – pittrice ritrattista). Di chi si tratta dunque? Di Sante Calcagni, pittore ritrattista leoniceno nato nel 1860 e vissuto fino al 1949. Di sue opere se ne trovano ancora svariate per Lonigo, ma se risultano accessibili nei luoghi pubblici così non è per quelli privati; questo a dire che in vita l’artista era piuttosto richiesto e che se al momento ho rintracciato una cinquantina di opere (di cui quaranta con foto) considero ce ne possano essere ancora molte. Oggi non farò un’analisi dettagliata dell’opera per non rivelare troppo, visto che la mia ricerca è ancora in corso.

Il Beone,

L’incontro con questo abilissimo ritrattista è avvenuto grazie a Paola Boron che possiede una sua opera denominata Il Beone, che mi ha ispirato nel cimentarmi in questa ricerca ancora in corso. L’alta qualità del ritratto è evidente e la certezza della firma in basso a destra dà conforto. Il soggetto sorride sotto i baffi e occhieggia all’osservatore con un fiasco sottobraccio e un bicchiere di vino che sta per traboccare. La resa materica è minuta e lenticolare, frutto di un lavoro certosino e lungo, di sicuro ben pagato.

Ritratto di Attilio Caldana,

Altro ambito di questo artista, classicista accademico, è il ritratto ufficiale che deve essere stato per lui uno dei punti di forza del suo fare pittorico. Prova ne è il ben noto Ritratto del Protonotario Attilio Caldana realizzato nel 1940, quando l’artista era ottantenne, oggi conservato nella sacrestia del Duomo. Si noti la cura leggiadra che è stata posta nella realizzazione della veste corale (abiti allora in uso, da festa). Interessante che lo sguardo sia sempre realizzato dall’artista con l’idea di avere al contempo la serietà, o morigeratezza, unita ad un lieve sorriso. Queste opere non si perdono in dettagli inutili ma sanno trasmettere e quindi tramandare l’animo dell’effigiato alle generazioni future. L’opera è certamente in buone condizioni, ma avrebbe bisogno di un restauro per risplendere.

Ritratto di Giulia Golin,

Altrettanto splendido e frutto di un’esecuzione lenta e certosina è quest’opera del 1933. Chi rappresenta, chi è questa Giulia? Al momento non posso dire di più, ma la ricerca è ad un punto di svolta e la realizzazione della scheda di quest’opera è stata davvero appassionante. La tela è stata donata alla biblioteca di Lonigo e lì è possibile ammirarla. È un’opera che crea un trait d'union perfetto con questo luogo, c’è un silenzio colmo di carattere che è in grado di elevare un’azione quotidiana fino a renderla artisticamente rilevante. Si tratta di un’opera meravigliosa che è colma del genio artistico del pittore e non si può non rimanerne estasiati tanta è la sua semplice complessità. Fortuna ha voluto tramandarci il suo nome e così noi possiamo tentare di chiamarla per illuderci che lei possa risponderci per narrarci forse la sua vita. A questo, vedrete, c’è rimedio e il silenzio parla più di mille parole, basta saperlo ascoltare.

La comunione, collezione privata,

Vedere alcune opere riempie di emozione, specialmente quando si tratta di tele che raffigurano interni che sono cari agli abitanti di Lonigo. Se si entra in Chiesa Vecchia si può notare che anche oggi i gradini e il recinto hanno gli stessi segni del tempo e, se anche gli arredi sono cambiati, tutto è uguale a se stesso. La figura che vediamo sbucare dalla sacrestia potrebbe essere proprio il nostro pittore. La portata dell’evento in primo piano non mi è ancora nota, ma certo per essere il soggetto di un dipinto deve essere stato significativo. La ricerca è ancora in corso... Interessante è anche osservare la disposizione delle figure, tutti gli uomini nella zona dell’altare mentre le donne al di qua. Certamente è una questione che oggi chiameremo di genere e fa riflettere sui diversi usi adottati nel tempo. Chi sono queste tre donne? Cosa si è voluto rappresentare in quest’opera? Cercherò di scoprirlo!

San Giovanni Evangelista,

Come si può notare i generi affrontati dall’artista sono plurimi e dimostrano una versatilità che è propria del pittore esperto e navigato che lavora su commissione. Certamente questo soggetto religioso, a figura intera che rappresenta un Evangelista, è una commissione ecclesiastica. Interessante che il santo abbia una penna d’oca in mano e che il Vangelo sia scritto in latino e non con la lingua del tempo. Ciò è dovuto ad una diversa impostazione mentale, propria dello spirito del tempo che dava priorità alla comprensibilità dell’immagine piuttosto che alla sua realtà storica. Quest’opera è conservata nella chiesetta di via Bonioli, sempre a Lonigo. La figura dell’evangelista seduto sulle nubi e con il sole come aureola ricorda certe figurazioni di Raffaello nelle stanze vaticane, oppure rimanda alla Madonna Sistina dello stesso.

Ultimo Garibaldino,

In quest’ultima opera potete ammirare il ritratto dell’ultimo garibaldino Leoniceno, oggi conservato in comune, di cui al momento non rivelerò di più… Si noti però l’allegro orgoglio del nostro garibaldino nel posare con la sua divisa e le sue medaglie a distanza di così tanti anni da quegli eventi storici.

L’articolo è proprietà eventuale di Pierluigi Rossi.