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Passione cavalli

Uno dei temi che interessa con frequenza la mente artistica è il cavallo. Si tratta di una creatura che tra le sue qualità vanta l’eleganza ed infatti si vedrà questo termine ripetuto più volte nel corso dell’articolo. La sua sensibilità e il suo sguardo sono in grado di leggere i pensieri dell’animo umano. Ogni epoca artistica ha proposto la sua personale visione di questo destriero che ancora oggi affascina.

Due cavalli, Mara Barison,

Si potrebbe pensare che la pittrice realizzi quest’opera ponendosi come riferimento quelle dell’artista tedesco Franz Marc, fondatore de’ Il cavallo azzurro assieme a Vasilij Kandinskij, ma non è così. L’atmosfera che si coglie è simile, anche se si avverte qui una maggiore dolcezza, una definizione delle forme meno spigolosa e più leggiadra, aerea. Questi due cavalli grigio bianchi sono colti in un dialogo silenzioso che sembra vertere sui significati profondi della vita. L’ambiente in cui avviene l’incontro è luminoso e l’erba è dorata e setosa, o almeno questa è l’idea che traspare. Le loro gambe sono piuttosto lunghe e danno enfasi ad una grazia tutta naturale, tanto che si ha l’impressione che i due cavalli avanzino danzando verso di noi. Le figure sono ben distinguibili pur essendo l’anima il soggetto di quest’opera, un elemento che non può essere imbrigliato, libero per definizione. Le pennellate vengono date in maniera sapiente e non c’è nulla che possa essere considerato d’eccesso. La loro dolcezza innocente è d’impatto, l’espressione è limpida e nulla si deve temere stando in loro presenza.

Palazzo Pisani, Patrizia Finato,

Palazzo Pisani è in fondo uno degli edifici simbolo della città di Lonigo, assieme all’antica fiera cavalli in cui i destrieri erano il centro della manifestazione. L’artista realizza quest’opera ponendo una grande attenzione nei dettagli, garantendo non una resa iperrealistica, bensì un’immagine più viva e franca, quasi voglia rappresentare lo spirito dell’edificio. La silhouette del cavallo è stata aggiunta in un secondo momento e ciò ha senz’altro conferito al tutto quell’elemento di cui si sentiva il bisogno. Non è un’immagine semplificata, ma una prova della passione artistica della pittrice che sà calibrare ogni elemento senza che questi cozzino tra loro.

Cavallo rosso (particolare), Patrizia Da Re,

In quest’opera il cavallo sembra quasi una di quelle incisioni rupestri che sono tipiche degli uomini delle caverne. Il colore rosso è legato strettamente alla vita, al sangue, e fa quindi riferimento al calore, dunque all’idea di movimento. È come se ci trovassimo di fronte ad un fotogramma di un’azione che si estende nel tempo e ciò che si coglie è un’impronta, un’eco di un passaggio che è già avvenuto. Il campo azzurro è invece un colore che invita alla calma, legato al mondo spirituale, e per contrasto enfatizza i toni rossi. È interessante che per i greci una simile creatura sia stata plasmata da Poseidone, il dio dei mari. In quest’ottica il destriero galopperebbe sulla marina e ciò che si vede al di là, all’orizzonte, non è altro che un’isola amena. Una luce che viene dall’alto accarezza il cavallo e rende con precisione la lucentezza del pelo. La velocità è il motore di quest’opera e lo si vede con evidenza sempre maggiore man mano che la si osserva. Il cuore del cavallo palpita e la sua frenesia è incontenibile, che sia il primo esemplare dell’intera stirpe dei destrieri?

I cavalli, Anna Elisa Sartori,

L’atmosfera che si respira è esattamente quella di un Western. Tre cavalli resi con vivo realismo attendono laconici che i propri cowboy la finiscano di spararsi l’un l’altro. Non c’è nulla che turbi questi nobili destrieri, i quali scrutano risoluti l’orizzonte rivelando ognuno la propria personalità. Il capo è senza dubbio l’imperturbabile morello al centro, mentre a destra il suo compagno dall’occhio azzurro è spumantino; più docile, ma temprato quello di sinistra. Da notare l’eleganza delle briglie e delle bardature che dimostrano una grande cura da parte dei loro proprietari. Il cielo è limpidissimo, anche se a ben guardare si può intravedere la sabbia, un elemento che non può mai mancare quando si fa riferimento a questo genere di film. Quest’opera a pastello è realizzata con maestria e trasmette con franchezza l’animo di questi destrieri.

Passo di danza, Fulvio Taccini,

La figura del cavallo assume qui dei connotati differenti. Sembra di vedere un manichino, quasi una di quelle immagini dechirichiane che popolano città vuote fatte di ombre ed oggetti. Il destriero scalpita e lo si può vedere con sicurezza dalla gamba piegata come se accennasse ad un passo di danza. Questa figura è caratterizzata da una moltitudine di colori che vanno dal bianco al rosa, dal giallo al bordeaux, dal grigio al blu, mentre le sue ombre sono nere. Si è creato un forte impatto che serve a sganciare il cavallo dalla tela per farlo stagliare e renderlo vivo. A ben vedere anche in questo caso la vicenda può essere ambientata in una città, la quale però ha perso i suoi connotati più evidenti per lasciare delle tracce di più enigmatica interpretazione. La cosa che colpisce è la dualità tra la figura e la sua ombra che vogliono esprimere un tema più complesso. In questo il titolo ci viene in aiuto e si può pensare che tale contrasto tra colore ed ombra voglia ribadire la necessità, nella vita, di equilibrio. Solo così si potrà condurre un’esistenza pacifica. Soltanto questo? No, si può essere anche spensierati: basta muoversi a ritmo. E da chi è dato questo ritmo? Dalla danza, che è la vita stessa. Il caos è vicinissimo, ma è domato.

Sognando un cavallo bianco, Susy Lovato,

La posa del destriero può dirsi la stessa dell’opera precedente, con la differenza che si è aggiunto dinamismo. Il cavallo galoppa con fierezza uscendo dalle acque, circondato dalla spuma del mare. Come indica il titolo siamo di fronte ad una visione che non è reale, ma fa riferimento al mondo del sonno e dunque è possibile fare gli accostamenti più originali. Il crine del cavallo marino è mosso dal vento ed esprime tutta la gioia dell’animale selvaggio per questa corsa che equivale alla libertà. Il suo pelo è così lucido che dà l’idea di essere quasi metallico, di platino. Si tratta di una creatura preziosa e fragile che da un momento all’altro si trasformerà, tanto è volatile l’atmosfera dei sogni.

Un cavallo, Mara Barison,

C’è qualcosa di molto profondo in questo sguardo, una dolcezza pensosa che riappacifica i sensi ed invita alla calma. Le pennellate non sono date con l’intento di creare un’opera realistica, eppure sono così sapienti che il cavallo è vivo e quasi si sente il suono del suo respiro regolare e pacato. Nulla potrebbe turbare questa condizione luminosa, questo ambiente che trae la sua luce dalla candidezza del supporto artistico. Sembra che il destriero sorrida e a ben guardare dei colpi leggeri color rosa ci dicono che la creatura è viva e non è semplicemente ritratta, ma ci guarda immobile attraverso una finestra. Quest’opera ha una carica spirituale davvero singolare ed è una visione senza tempo, di una leggerezza semplice che riconcilia i sensi e appaga. Che cosa si può dire di più? Ogni opera contiene in sé un mistero, un’attrazione magnetica che a volte neanche l’artista sa spiegarsi del tutto, nemmeno il critico (anche se in genere non lo ammetterebbero mai). Entrambi concorrono alla produzione di senso, guidano, ma sarà poi chi osserva a scegliere ciò che ritiene più adatto, oppure a negare entrambi.

L’articolo è proprietà intellettuale del Dottor Pierluigi Rossi.

Federica Fontolan, la via del modulo come indagine del reale.

Federica Fontolan è un’artista che utilizza la semplice tela in modo interessante, applicando ad essa la pratica di piegatura della carta che è l’origami. La sua riflessione artistica si muove a partire da delle unità di base, o moduli, che si accostano tra loro per raggiungere esiti progressivi che approfondiscono il pensiero iniziale. È un modo di fare arte matematico, geometrico, che gioca sulle forme più semplici per ricreare trame della natura e/o degli esseri umani che l’aiutano ad esprimere concetti complessi. Il colore fa certamente la sua parte e il dialogo tra le strutture e gli ornamenti particolari genera sensazioni che rimandano agli ambiti più diversi e inducono a pensare per categorie, idee generali. Questo è certamente frutto della riflessione dell’artista coadiuvata dalla figura di Alberto Biasi, esponente dell’arte programmata e cinetica internazionale, di cui la nostra è stata assistente artistica. Si deve sapere che l’artista utilizza sensori di movimento, e non solo, che creano nell’osservatore suggestioni per un’esperienza più attiva e dinamica.

Il cielo di Padova,  2012,

Siamo di fronte ad un’opera a cui avrebbe sorriso anche Giotto. Questo sistema geometrico, che piega la tela come un origami (secondo moduli lineari componibili), guarda con accuratezza alla volta stellata della cappella Scrovegni. In effetti quel cielo prezioso si basa su calcoli matematici precisi e conferisce all’edificio una regolarità che è specchio di quella del Dio pantocratore (creatore di tutto), secondo l’idea medievale. Si tratta di stelle ad otto punte rivestite d’oro in un cielo blu azzurrite. La reinterpretazione in chiave contemporanea è prima di tutto rispettosa dell’idea d’origine ed è in grado di riportare su di sé buona parte della spiritualità là presente. Questo omaggio è riuscito proprio perché alla base c’è lo stesso rigore geometrico che nella cappella si espande creando un effetto di infinito, difficile da riprodurre. Va segnalato come in quest’opera si aggiunga una terza dimensione che è la profondità. La cappella e questa tela sono opere comunicanti che riflettono entrambe sugli stessi temi e restituiscono un’immagine ritmata della volta celeste.

Trasformazione triangolare, 2015,

Il modulo della tela ha la facoltà di cambiare forma e colore, nonché di rivestirsi di elementi nuovi pur nella ripetizione delle figure di piegatura dell’origami. Il supporto in plexiglas trasparente conferisce un senso etereo che fa levitare l’opera e la isola dalla superficie su cui è posta. Il triangolo rosso è un segnale di pericolo e a questo richiama, non fosse per la superficie riflettente che fuoriesce dalle sue pieghe. Pare di vedere quelle gemme che si trovano al centro di massi o pietre, reputati di scarso valore, che una volta aperti sorprendono. È evidente lo sforzo creativo, anche nel calcolo della tela da utilizzare per ottenere le pieghe, che ragiona da un’unità di base scarna o meglio semplificata. Si tratta di ridurre l’arte alle forme elementari per portare la riflessione ad un livello geometrico che guarda all’essenza. Quest’opera è inoltre dinamica e si può cogliere un senso di movimento circolare che è anticipazione di forme nel pensiero odierno dell’artista. Può esserci una ulteriore immagine che rimanda a un qualcosa di vitale e cioè lo studio delle cellule in vitro da parte degli scienziati. C’è quindi un’idea di generazione a partire da una singola cellula/modulo, nasce qui un’arte viva.

Trasformazione triangolare modulare, 2015,

Lo stadio evolutivo si muove da un elemento singolare (in questo caso il triangolo) ad una molteplicità che è prodotto dell’unità di partenza che si trasforma nella complessità dell’insieme. Si può infatti riconoscere il modulo precedente replicarsi in un gioco caleidoscopico che inganna la vista. La trama più complessa che viene a formarsi ricorda quella di un merletto lavorato ad arte, oppure la regolarità speculare di un fiocco di neve. Si può inoltre vedere che tutt’attorno è presente come un’energia di colore rosso che contribuisce a dare un senso di vitalità meno preponderante rispetto all’opera precedente. In questo caso la cornice non è più trasparente, ma assume dei connotati evidenti che non fanno sembrare il tutto un esperimento in vitro. Sorge l’idea che si possa apprezzare maggiormente il singolo modulo per il semplice fatto di aver compreso la sua funzione tramite il molteplice. Si tratta di un’arte che compone la sua tela a seconda delle esigenze e degli effetti che via via si vogliono riprodurre. Non è un atteggiamento limitante, ma occorre saper gestire l’elemento base per non incorrere nel già visto e l’artista sa farlo.

Obliquamente, 2020,

Il titolo indica chiaramente come deve essere osservata quest’opera. Il modulo si è ridotto e sdoppiato in una modalità che gioca con l’occhio e lo illude, lo inganna, rendendo l’esperienza più accattivante. È difficile dire dove ci sia profondità e dove la tela si sollevi. Nuovamente il calcolo matematico è stato in grado di creare quest’opera e l’artista se ne è avvalsa con spirito creativo. Abbiamo a che fare con tre colori: un’ocra e due gradazioni di verdeacqua che si rapportano con il bianco della carta. In questo caso è cambiata la materia di partenza e il legame con la tecnica dell’origami è più vincolante. Il ragionamento artistico si approfondisce per approdare ad esiti prima inavvicinabili. Da notare come l’andamento delle linee non sia unidirezionale, ma crei degli snodi, dei percorsi contrastanti che a sorpresa riprendono delle forme più riconoscibili. Tanti piccoli rombi e/o quadrati ne compongono uno più grande: si sta formando un tessuto complesso, che sia alla base di un nuovo organismo?

Sinfonia, 2022,

I moduli bianchi della tela hanno fatto la conoscenza con i colori della carta e l’incontro ha sprigionato una gaiezza ritmata. Sembra che l’opera voglia dichiarare la complessità del reale rispetto ai tentativi, vani, di ricoprire ogni cosa con un colore neutro che omologa e rende anonimi. I colori sono vitalità, ognuno è ricordo di esperienze diverse che insieme sono in grado di creare un’armonia che parla del mondo. Le pieghe tendono verso l’alto e salgono e scendono come la superficie lunare dal cuore sgargiante (di un arlecchino). È la storia del mondo, la vita dove non c’è apparentemente nulla, la lotta elegante e dura che continua ad avvenire e ripetersi. Si tratta di un invito ad essere più sensibili e profondi, in grado di andare oltre le apparenze, e riscoprire il vero colore delle cose, il più autentico.

Invictus, 2023,

Lo sforzo creativo ha raggiunto un vertice, una vetta. È sorta una nuova forma, quella perfetta, il cerchio, che porta con sé tutti i suoi significati. Per riprendere il ragionamento precedente, quello organico, il modulo ha perso le sue asperità per evolversi e divenire qualcosa di nuovo: una cellula. Resta da chiedersi che cosa siano quegli spilli al centro che attraversano il fiore (dato dalla piega della tela). Sorge un’idea acquorea che ricorda gli aghi di una bussola, infatti gli antichi navigatori erano soliti farli galleggiare sulla superficie di una ciotola d’acqua. Potrebbe anche richiamare una sezione di cactus che rivelando il suo io più profondo offre un ulteriore sviluppo: l’andamento a spirale. C’è un vorticare che è in grado di guidare fuori dalle tempeste, un fiore elegante di un blu intenso che riempie lo spazio e si muove pur nella sua immobilità. C’è un magnetismo che invita alla contemplazione per cercare di carpire l’intimo segreto di quest’opera che si offre dolcemente, che può ricondurre in porto se si è in grado di leggerla nel modo giusto. Le pieghe della tela sono morbide, spesse, con una certa tensione che dà loro sostegno e permette di creare questo effetto. Si vede la perizia degli origami, il decorativismo minimale che è tutto ciò di cui c’è bisogno per questa creazione artistica funzionale e dinamica.

L’articolo è proprietà intellettuale del Dottor Pierluigi Rossi.

Multicolor

Cosa è in grado di cogliere le peculiarità dei colori meglio di un arcobaleno? La luce si spezza per rivelare tutta la sua splendida anima. Non a caso le bandiere della pace e quella arcobaleno hanno tutti i colori dell’iride, le differenze arricchiscono, danno pienezza, non bisogna temerle. Dopo un temporale non è straordinario osservare un portento di colori? Diamo allora inizio a questa nuova mostra virtuale che saprà meravigliarvi con i colori più sgargianti e arricchire la vista con nuove sensibilità.

Poldo multicolor, Patrizia Finato,

Su uno sfondo bianco si staglia il muso multicolore di un cane. Si veda questo ritratto come un tentativo di esprimere tramite immagine quello che è il sentimento di affetto profondo dell’effigiato. Questo cane osserva il suo padrone con attenzione, è per lui il suo tutto, e lo ricambia con una fiducia encomiabile. Perfino i greci antichi attribuivano al cane questo valore, e cioè una fedeltà incrollabile, un desiderio ultimo di rivedere colui o colei che si sceglievano come padrone. Di tutti gli elementi in quest’opera solo uno è quello che rimane del tutto realistico: l’occhio. Si potrebbe pensare che da esso scenda una lacrima gialla, quasi un ultimo desiderio che si realizza, una volontà di saluto prima che i destini si dividano.

Abissi, Michela Dal Zovo,

Il sole del tramonto affonda i raggi nell’oceano e man mano che sprofonda perde la sua energia, eppure c’è moltissima luce emessa dalle creature che vi abitano. Non si tratta solo di una fantasia artistica, ma di una reale presenza che gli studiosi hanno registrato nelle profondità in cui non si sarebbe creduto possibile la vita. Non si tratta quindi soltanto di un’opera rappresentativa del brodo primordiale, ma anche di un confronto tra fonti luminose, la potenza aranciata del tramonto e del corallo che si confronta con i molteplici verdi, viola e gialli delle profondità. I raggi del sole raggiungono i fondali a fatica, divenendo quasi le stelle di un cielo acquatico, di una via lattea verde e d’oro. Luoghi, che si potrebbero pensare silenziosi e solitari, colmi invece di vita, vivace e allegra, sonora e mossa.

Sogni colorati, Susy Lovato,

Quest’opera è da dirsi lirica, musicale. Si potrebbe pensare a delle vibrazioni sonore che smuovono la superficie dell’acqua che, giocando con il sole, crea infinite gradazioni di ogni colore. La luce si divide in possibilità innumerevoli che conducono ad una situazione mutevole e al tempo stesso più ricca di quanto potrebbe essere l’esperienza di base. Ciò sta a dire che la bravura dell’artista è data soprattuto dal fatto che la sua immaginazione le permette di intuire con occhi creativi le potenzialità di un semplice avvenimento, come un oggetto o una forza che smuove l’acqua. Quest’opera è in fondo uno spartito la cui partitura è perfetta eppure molto difficile da leggere. C’è una leggerezza che nasconde una complessità ricca, pronta in ogni momento a rinnovarsi. L’artista coglie l’attimo opportuno e fissa nella tela il momento in cui l’idea si concretizza per restituire una sorprendente verità: l’arte è una musica di colore.

Omaggio a Niki de Saint Phalle, Stefania Fasolin,

Questa tela nasce in seguito alla vista dell’opera Gwendolyn di Niki de Saint Phalle alla biennale di Venezia del 2022. La ripresa è molto fedele al reale, ma la spatola coglie un aspetto materico tattile che guarda quest’opera effigiata con maggiore profondità. I colori creano dei percorsi che donano un senso di mistero profondo e antico, quasi fossimo di fronte ad una di quelle prosperose statuette della dea madre. La spatola ha fatto vibrare l’opera tanto da renderla vivente e ci si aspetterebbe da un momento all’altro di vederla muoversi e magari rivolgerci uno sguardo enigmatico. Lo sfondo grigio esalta ancora di più i colori che rimandano inevitabilmente al Giardino dei tarocchi di Capalbio (giardino realizzato nel 1996 da Niki de Saint Phalle).

Giovane donna, Michela Dal Zovo,

Se non fosse per il tema così profondo che traspare da quest’opera fin dal primo sguardo, si potrebbe dire che è un tripudio di colore, una gioia per gli occhi che inebria ed attrae. L’elemento di disturbo è forte e sta tutto in questa fascia di quadretti colorati che vorrebbe impedire alla donna di parlare. Sono elementi regolari posti al centro di sezioni dalle forme più diverse che hanno invece una maggiore armonia, troppo prevedibili rispetto alla mutevolezza della realtà e della natura, basti osservare i colori delle rose. Ad avere maggiore definizione sono gli occhi, dei verdi occhi che trafiggono e sostengono in eterno una battaglia che mai perderanno. Da sottolineare la leggerezza vaporosa dei capelli che denotano una beltà che solo se lasciata libera è in grado di esprimere tutto il suo splendore.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Daniela Prezioso, atmosfera sognante ed aura meditativa

Daniela Prezioso è un’artista di origini austriache che è dedita all’arte da sempre. La sua tecnica unisce una esecuzione tipica delle icone ad uno stile in parte klimntiano, con un gusto disegnativo che si accosta al fumetto. Le prime parti realizzate sono sempre quelle più scure che poi vengono via via schiarite con un lavoro molto lento e minuzioso. In seguito viene aggiunto preziosismo attraverso l’uso di stampini e stancil che l’artista pensa e crea appositamente. Siamo di fronte ad un’arte che ha trovato il suo stile espressivo dopo anni di studio e ricerche, un’arte che è senza dubbio riconoscibile e che vale all’artista premi e mostre. C’è sempre in queste opere un’atmosfera sognante e spirituale, un’aura meditativa che invita alla calma e riappacifica l’animo. A volte le tematiche sono originali, nel senso che non vengono necessariamente da un modello esterno, ma da un desiderio interiore che poi può trovare delle consonanze esterne.

La luna e la lampada,

È una notte di luna piena. Le lucciole pulsano serene di tra gli alberi del bosco, attorno alla radura. Una fanciulla scruta all’interno di una fonte con imperturbata saggezza, mentre regge una lanterna. Si tratta in realtà della rappresentazione dell’Anima, come dichiara anche l’artista, ecco quindi spiegato il motivo della sua età indefinita. Ciò vale anche per le figure delle altre opere della sua produzione, come si vedrà di seguito. La fanciulla dipinta potrebbe essere inoltre paragonata ad una mitologica driade, entità degli alberi, basti osservare quanto il suo abito sia simile a quello della corteccia, circondata da tre naturali fonti di luce: la luna argentea, la lanterna incandescente e il riflesso dello specchio d’acqua.

Le corde dell’anima,

Una donna velata suona un’arpa, con uno sguardo sognante. Si potrebbe pensare che qui non ci siano gli alberi, eppure la loro essenza è presente nella verticalità delle corde dello strumento. Di legno è anche la struttura dell’arpa e tramite essa si sprigiona la musica. Le mani di questa donna sono esperte e si muovono del tutto svincolate dalla supervisione dello sguardo e così la mente si può soffermare su altro, con il dolce suono della musica a cullarla. Le linee delle corde sono quasi incantatorie e nascondono ogni cosa, nella loro esilità, per rivelarla con chiarezza durante l’esecuzione della musica: tutto si vede, eppure è celato. La luce illumina la pelle e gli incarnati mentre le restanti parti giacciono nell’ombra, basti notare come appaiono le mani. Interessante il dettaglio delle pieghe del velo che sono rese con l’oro e danno al tutto un tocco d’oriente.

Silenzio: è ora di agire,

La saggezza dell’alloro invita all’ascolto e non c’è argomentazione che valga a prorogare l’inattività. Dalla pianta sacra ad Apollo emerge la vittoriosa Dafne e con un unico gesto comunica più di una poesia, con la forza di una profezia. Non è un caso nemmeno l’utilizzo dell’oro che guarda all’antico e fa memoria della sacralità greca, quando ancora i templi altro non erano che radure. La ninfa (o meglio l’Anima) è evanescente, un tutt’uno con la pianta, ed i suoi occhi ci parlano con la forza dell’acqua che raccoglie dal sottosuolo. Il richiamo naturale è dato anche dalla cornice che così minimale dimostra una maestria calibrata e veste l’opera come un abito di alta moda. Di nuovo il volto della giovane risplende di luce propria e, nonostante sia buio, rischiara e reca tepore. L’invito all’ascolto dunque, ad ascoltare e avvertire il vento che fa stormire le foglie e regala ai pochi un afflato mistico e iniziatico degno di stare al cospetto della divinità.

Filo rosso,

In quest’opera l’artista dichiara di non aver lavorato pensando alle tre parche/moire/graie della mitologia nordica e greca, Cloto, Lachesi e Atropo che hanno a che fare coi fili e con la lavorazione del filato. L’operazione di filatura del vello animale è come lo scorrere della vita umana, dalla nascita alla morte, che avviene con il taglio finale del filo. Che cos’è quindi l’uomo se non un abito di stoffa? È uno e uno soltanto, eppure singolarmente innumerevole: un capo d’alta moda. Tornando al dipinto queste donne non sono delle oscure anziane, ma ugualmente rappresentano le tre età della vita. Il Passato ha gli occhi chiusi e riceve il filo dal basso, il Presente è rivolto all’osservatore e gioca con le dita, il Futuro guarda il filo volatilizzarsi e dissolversi verso l’alto. Sono giovani identiche, tre gemelle? Un numero divino è il trio e rimanda inevitabilmente alla trinità. Il bosco è fitto, inestricabile: potrebbe  essere un labirinto. Il filo da potere ad Arianna e il suo tendersi crea una musica celestiale, una vibrazione magica che crea luce proprio al centro della tela.

Crocifisso,

Siamo di fronte ad un’opera sacra di fattura particolare che unisce tematiche antiche a modi esecutivi più odierni. Su una croce d’oro molto grande è crocifisso Gesù, ma non è il Cristo patiens (che è piagato e ormai morto, sofferente e pietoso, curvo e livido), bensì è il Cristo Triumphans, colui che ha vinto la morte e ci osserva con gli occhi aperti, vitale e imperturbato rispetto alla sua reale condizione. La sagoma generale è tratta dal Crocifisso di San Damiano (come anche i due chiodi per i piedi e l’aspetto resurrettivo), mentre il sole e la luna ai lati della croce sono un luogo comune. Inoltre c’è un elemento vegetale dato da questa pianta in fiore su cui è appollaiato un uccellino assieme al suo nido. Si possono infine rilevare altri due elementi: l’abito indossato, già del Cristo risorto, e le pennellate bianche sulla fronte che rimandano alla colomba dello spirito santo.

La vita nelle mani (Firenze),

I ciliegi sono in fiore e i tulipani non ancora dischiusi avanzano in profondità fino a che non si trasformano nei volumi degli edifici della città di Firenze. La cupola del Brunelleschi è iconica e basta quella alla città per distinguersi e rivaleggiare con il cupolone di Roma. In tutto questo, mentre il sole d’oro apporta la sua energia positiva, l’Anima contempla un uccellino che ha fra le mani (forse caduto dal nido) e sorride. La figura è interessante specialmente per il suo abito in cui sono presenti i gigli di Firenze. C’è un delicato senso di pace e serenità in quest’opera che invita alla consapevolezza che viene solo dalla calma, dal prendersi del tempo per riconciliarsi con il naturale e con gli altri esseri viventi. Non c’è niente di meglio che perdersi in questa tela dall’ampio respiro che abbraccia un’intera città, che contiene quasi un mondo intero.

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.

Lonigo nell’arte di Michele Massari

Michele Massari è stato un artista che ha vissuto Lonigo nell’arte e nel quotidiano. I luoghi cari ai leoniceni sono stati anche i suoi ed il sentimento che filtra dai dipinti è allegro e autentico. Queste opere sono un rifugio della memoria che la mente arricchisce ogniqualvolta si posa su di loro… Diamo dunque inizio a questa passeggiata.

Il chiostro di San Daniele,

Il chiostro del convento dei frati minori sonnecchia silenzioso sotto i raggi del sole e rassicurato dal suo tepore eleva la sua silenziosa preghiera. Il taglio scelto è scenografico ed è in grado di inserire all’interno non solo il campanile, ma anche il giardino del chiostro. La resa del primo capitello è perfetta, reale e nell’insieme si vede uno studio attento e calibrato della luce. C’è, non serve neanche dirlo, uno studio prospettico curato e un divertimento nella resa dei vari piani che trattiene lo sguardo sul dipinto. Da notare come alcune finestre siano semiaperte ed altre del tutto chiuse, dando un senso di vissuto e di un quotidiano reale. Altro elemento rilevante è il pozzo con la sua struttura in ferro reso con poche precise pennellate.

Alla stazione di Lonigo,

Quest’opera è stata realizzata sulla base di una cartolina d’epoca che ritrae la stazione di Lonigo con la sua littorina quando ancora era nel pieno della sua attività. Oggi il tempo ha fatto il suo corso e sono pervenuti diversi mutamenti, eppure Duomo, torrione e l’accesso a Villa Mugna sono gli stessi di sempre. L’artista in questo caso ha rivitalizzato una cartolina color seppia e le ha conferito una nuova dinamicità. C’è ovviamente anche qui un’accuratezza approfondita che si unisce ad una cura naturale divertita e vivace. Si tratta di una visione allegra, pur nella sua solitudine, in cui il sole gioisce gaio e abbraccia tutto con calore. Vi è anche un aspetto uditivo e pare quasi di avvertire i suoni del treno sulle rotaie e di una vita che non è più.

L’Ingresso dei Fiumi, Villa Giovanelli,

In questo disegno a sanguigna emerge con energia un luogo che non si può non riconoscere, specialmente se si vive e si frequenta Lonigo con regolarità. I due edifici gemelli e le arcate dove poggiano le statue dei fiumi svettano candidi mentre la villa si intravvede dietro alla folta vegetazione e trascolora con passione. Questo ingresso è stato progettato da Francesco Bagnara, scenografo e architetto di giardini, e ultimato nel 1868. Lo stile è ancora neoclassico, ma certamente già prossimo al fermento del successivo Liberty o Art Nouveau se si vuole essere più internazionali. Il soggetto del disegno è soave e delicato, di una sensibilità leggera che si riposa all’ombra della vegetazione e dialoga con le architetture.

Via Casa Volpe,

Perfino una scalinata è in grado di rievocare emozioni e ricordi ed è questo il caso. Indubbiamente il nostro artista ha colto che qui si respirava un’atmosfera particolare e prima ritrae questa vista a sanguigna e poi replica questo stesso soggetto ad olio, sulla tela. Il disegno è ricco di dettagli e capzioso, con una profondità di sguardo ed un gusto atmosferico minimale, ma enfatico. La tela riduce all’essenziale gli elementi e semplificandoli li scava per rivelare un gusto volumetrico inedito che gioca con la luce del giorno. Inoltre se l’utilizzo di un solo colore concentra l’attenzione, l’intera scala cromatica da brio, fermento e vivacità.

Il capitello del Crocifisso,

Si tratta del capitello di Via Rocca, efficacemente disegnato per cogliere al meglio ciò che è la sua essenza. L’uso della sanguigna è diverso e non c’è lo stesso effetto del disegno dell’ingresso di Villa Giovanelli. Qui il tratto è netto, descrive eppure racconta, accenna a volte, lasciando che la mente ricostruisca il resto. Il lavoro è firmato e si tratta quindi di un’opera d’arte, di una composizione completa. C’è anche in questo caso una spigliatezza leggera e un divertimento fanciullesco che si mischia ad una maturità artistica che sa e dispone. Il capitello è lo stesso anche oggi, immerso nel verde a vigilare il passaggio e a rassicurare chi lo incrocia con la sua bianca presenza. Il soggetto scelto non è dei più facili, ma si noti con quanta maestria è stato stilizzato il Cristo crocifisso… da qui si vede la finezza elegante dell’artista.

Il pozzo,

Fra i luoghi più iconici di Lonigo non può mancare la vera da pozzo di Piazza Garibaldi. Si tratta in fin dei conti di un’opera d’arte a tutti gli effetti che trasmette un senso di composta classicità. Le trame del coperchio bronzeo sono riprese con vivace realismo e il tutto più che essere dipinto pare fotografato. C’è una serenità silenziosa in questa piazza del 2006, una quiete di primo pomeriggio (di primavera) in cui a scorrere veloci sono solo le nuvole. Tra il cielo e gli edifici si può notare una differenza esecutiva, un modo più sciolto e divertito che si rapporta ad un altro minuzioso e di dettaglio. La vera da pozzo si staglia con un dolce ocra rosato e sembra di leggere una poesia d’amore, una dichiarazione dall’esito lieto che reca serenità all’animo.  

L’articolo è proprietà intellettuale di Pierluigi Rossi.